I nuovi trend dell’abitare contemporaneo: co-living a tema, riconfigurabilità degli spazi e biofilia

L'emergenza sanitaria causata dal Covid ha mutato la domanda abitativa degli italiani e non solo: ora si è alla ricerca di case più spaziose, dotate di terrazzi e balconi, possibilmente con aree verdi. 

Ma non solo, per Giovanni de Niederhäusern, Senior Vice President Architettura di Pininfarina, le abitazioni saranno ancora più tecnologiche e connesse, con soluzioni in grado di supportare i lavoratori in smart working grazie a proiezioni immersive e sistemi di illuminazione intelligenti.

Per non parlare dei nuovi trend come quello dei "lavoratori nomadi" per i quali si stanno progettando soluzioni abitative inedite come il Co-living negli alberghi.

giovanni-de-niederhusern-pininfarina-architecture-700.jpg

Architetto de Niederhäusern, con l’emergenza Covid la domanda abitativa degli italiani è mutata? Quali sono le caratteristiche da cui non si può più prescindere nelle nuove costruzioni?

«Ritengo che oggi sia diversa la percezione che abbiamo tutti noi dell’abitazione, negli ultimi anni era diventata un luogo rapido e di passaggio. Rimanere chiusi in casa per diversi mesi invece, ha cambiato la percezione dello spazio, ci siamo resi conto che la qualità non è all’altezza delle nostre aspettative. Un cambio percettivo e quindi anche culturale, che genera trend che dureranno nel medio e lungo periodo. I numeri lo dimostrano: i valori del mercato immobiliare sono scesi del 5/10 per cento per quegli edifici che non hanno aree esterne come giardini o balconi e sono invece aumentati per quelli che si trovano in aree più verdi della città o pre collinari. Si tratta di un trend che non cambierà nell’arco di poco tempo. Oggi Milano ha 100 mila abitanti in meno rispetto ai mesi scorsi, sono cittadini che hanno lasciato la città per spostarsi in zone più periferiche e lo stesso fenomeno si registra negli Stati Uniti, a New York, a esempio, il valore gli affitti è il più basso di sempre e il numero di immobili sfitti ha raggiunto livelli massimi. Sicuramente la domanda cambierà, si preferiranno appartamenti più grandi con spazi più complessi che consentano di gestire la compresenza di diverse persone nello stesso momento e in cui sia possibile svolgere più attività diverse, abbandonando così l’idea dell’open space o del monolocale, tanto in voga negli ultimi anni. Ovviamente non dovranno mancare le aree verdi esterne e in tutto ciò auspichiamo ci sia una rivincita della città più periferiche o delle aree di campagna, anche attraverso modalità nuove di abitare quali ad esempio il Co-living».

I nuovi trend: dal Co-living per i "lavoratori nomadi" al Senior living, fino all’home care

Che cosa intende per Co-living?

«In questo momento stiamo lavorando a un progetto di Co-living a Milano che è indubbiamente la città che ha patito di più la crisi dal punto di vista abitativo. Probabilmente assisteremo al rientro di coloro che in questi mesi hanno approfittato del lavoro a distanza per vivere altrove e che, saltuariamente, dovranno tornare in azienda. Per rispondere a questa eventuale nuova esigenza abitativa stiamo lavorando alla riconversione di alcuni alberghi, che è difficile pensare possano ritrovare un mercato nel breve periodo, addirittura alcuni grandi player del settore ipotizzano che si possa ritornare ai livelli pre-Covid non prima del 2025. I progetti riguardano la creazione di spazi di Co-living a tema, adatti a ospitare una nuova classe di “lavoratori nomadi” che proseguiranno con la modalità del lavoro agile, perché in realtà molte aziende stiano progettando politiche di smart working di lungo periodo. Si tratta di dipendenti che, ad esempio, potrebbero non avere più il bisogno di essere basati vicino al posto di lavoro e che quindi dovranno recarsi a Milano solo per qualche giorno al mese. L’albergo è la struttura che nell’immediato si presta meglio ad essere riconvertita in spazi per residenze temporanee, sfruttando le aree comuni come lunge urbane. Ovviamente parliamo di hotel che si trovano in un momento di stress e che non hanno prospettive di riapertura a breve. È vero che Milano nel 2026 ospiterà le Olimpiadi e ripartirà dal punto di vista turistico, però parliamo di diversi anni in cui la prospettiva è quella di avere un asset che, fino a pochi mesi fa era a reddito e ora è completamente chiuso, con l’impatto che ne consegue».

Il Senior Living invece, che interventi prevede?

«Si tratta di residenze dedicate agli anziani, una fascia fragile della popolazione che durante la crisi Covid ha sofferto in modo particolare. Pensiamo a modalità di vita all’interno di comunità protette da un punto di vista sanitario e curate per quanto riguarda i servizi e le relazioni. E poi c’è un terzo trend che sta emergendo».

Quale?

«Il tema della cura a casa, la cosiddetta home care, un trend che non è solo legato al target più anziano della popolazione. Soprattutto all’estero è crescente la richiesta di integrare dei servizi di assistenza domiciliare all’interno dell’abitazione. Alcuni clienti ipotizzano una casa attrezzata per ospitare una terapia semi-intensiva e organizzata in modo tale da avere degli spazi filtro che permettano di contingentare alcuni ambienti in caso di quarantena». 

La casa che cambia: torna l’ingresso e aumenta la tecnologia

Ambienti interni, spazi esterni, aree condominiali oggi poco sfruttate, coperture piane degli edifici: come saranno le case del domani?

«È interessante notare come già ora si valuti la possibilità di ripristinare la funzione dell’ingresso nelle case, uno spazio che negli ultimi decenni è stato eliminato seguendo la logica dell’open space e della predominanza dell’area del soggiorno. Riportare l’ingresso nelle abitazioni riprende la logica storica: l’atrium era presente già nella casa romana proprio per motivi di igiene. Inoltre oggi si tende a valorizzare maggiormente gli spazi esterni, creando più fluidità con l’interno che non deve annoiare: l’open space probabilmente lascerà spazio a un ambiente più frammentato che ci permetta di compartimentare funzioni diverse e consentire la compresenza di più persone all’interno dello stesso ambiente. Il tema è quello della riconfigurabilità: durante il lockdown la casa è diventata l’ufficio, la palestra, il cinema e la scuola e parliamo di immobili che, soprattutto nelle grandi città, non vanno oltre i 60 metri quadri di ampiezza. Occorre capire quali tecnologie possano permetterci di vivere in modo diverso e meglio, perché intervenire in questi edifici non è immediato».

interni-progetto-pininfarina.jpg
Pininfarina Architecture

Quindi quali tecnologie possono venire in aiuto per ripensare e adattare la casa?

«In questo caso entrano in gioco arredi riconfigurabili, integrati con tecnologie innovative. Ad esempio oggi il telelavoro è diffuso, ma pochi si sono chiesti se l’ambiente in cui si lavora sia davvero confortevole. A partire dall’ergonomia delle sedute o la qualità dell'aria e l’adeguata illuminazione. Sistemi per il monitoraggio dell’aria e per la sua purificazione migliorerebbero il benessere delle persone, così come le soluzioni per l’illuminazione basate sulla luce circadiana per riprodurre un contesto naturale o che, in modo intelligente, rilevano se la stanza è adeguatamente illuminata mentre, ad esempio, si sta lavorando seduti al Pc da molte ore. Le case del futuro poi, potrebbero integrare sistemi per proiezioni immersive che permettano di partecipare a una conference call o viaggiare con la realtà aumentata. Nell’immediato non immagino una casa “transformer” piena di bottoni che ruotano pareti e mobili, stiamo parlando di tecnologie non particolarmente invasive ma che possono realmente migliorare la qualità di vita degli utenti».

interni-progetto-pininfarina-due.jpg
Pininfarina Architecture

Riqualificare l’esistente

Il patrimonio immobiliare del Paese però è vecchio, buona parte degli edifici in cui viviamo risalgono a più di 50 anni fa e da tempo si parla di riqualificazione dell'esistente, si riuscirà a soddisfare queste nuove esigenze abitative? L'unica strada è demolire e ricostruire?

«Uno dei primi interventi per il rilancio dell’economia è stato quello d’introdurre la misura del Super Bonus al 110% per l’adeguamento e il miglioramento sismico degli edifici. La riqualificazione dell’esistente porta con sé un tema culturale: attuare politiche che incentivino la demolizione e la ricostruzione andrebbe a intaccare una stratificazione storica del patrimonio edilizio italiano, che anche nei casi in cui è di minor qualità, come l’edilizia del dopoguerra, porta con sé una serie di valori che testimoniano la crescita economica del territorio. La soluzione sarà un compromesso: dove si potrà, si arriverà a demolire e ricostruire, in altri casi si riqualificherà. Mi auguro invece che le politiche per i nuovi sviluppi futuri non portino al consumo di suolo, perché in un Paese con tanti immobili sfitti e da ristrutturare, prima di costruire del nuovo, occorre intervenire sull’esistente».

La vita di quartiere e le micro-comunità

Durante la quarantena si è riscoperta la vita di quartiere che però negli anni è stata privata di tanti servizi che sono stati concentrati nelle aree centrali della città, bisogna invertire la rotta e valorizzare queste micro-comunità? Come?

«Sì, ma non solo dal punto di vista edilizio anche sociale. Occorre integrare processi di generazione di impatto sociale all’interno dei progetti di architettura, tanto più se sono rivolti alle periferie. Purtroppo oggi quando parliamo di impatto sociale intendiamo esternalità, in fase di progetto si ipotizza qualche tipo di intervento migliorativo per gli utenti e per le comunità e difficilmente si va a verificare a posteriori che la situazione sia migliorata. Bisogna cambiare la metodologia e la cultura progettuale degli architetti affinché integrino in modo intenzionale, addizionale e misurabile la generazione di impatto sociale negli interventi a livello urbano».


L'intervista è stata realizzata da INGENIO su incarico di FEDERCOSTRUZIONI nell’ambito di un accordo con SAIE 2020.