La pandemia come volano per il ripopolamento dei centri rurali?

L’esplosione del coronavirus cambierà lo sviluppo delle città?

Sicuramente il dibattito è in corso: puntare su una maggior densità urbana che riduce il consumo di suolo ma concentra vita in altezza o scegliere un modello abitativo, stile città giardino, che aumenta la vivibilità?

Per il professore Maurizio Tira, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Brescia, la soluzione potrebbe stare nel mezzo: le città continueranno a crescere in altezza ma saranno sempre più sostenibili, mentre le zone periferiche, i centri rurali e le campagne, abbandonate negli ultimi anni, potrebbero ripopolarsi, purché "connesse" con il mondo.

D’altronde, la pandemia ci ha insegnato una lezione: con la tecnologia, la distanza non è incolmabile. 

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Professor Tira, sebbene in un momento di grande difficoltà, le immagini dei mesi scorsi, di città senza auto e silenziose, hanno restituito il fascino del ritmo di vita lento. Semplici memorie o un punto di partenza per ridisegnare la scena urbana?

«Le immagine evocate hanno mostrato che le città sono un luogo fisico ma anche vissuto e come le abitiamo cambia il modo in cui si configura lo spazio. Vedere i luoghi creati per le persone, improvvisamente inanimati, lasciava sgomenti, come se la città fosse diversa perché non era vissuta e di questo non ci rendiamo conto durante la vita quotidiana. Spero che il fascino del ritmo lento possa essere un punto di partenza per ridisegnare gli spazi, anche se in questo momento sembra prevalere il timore, in particolare, di utilizzare i mezzi di trasporto pubblico. Ciò induce un aumento nell'uso dell’auto privata, con il rischio di perdere un'occasione propizia per uno shift modale. In questo senso, ritengo che la mentalità delle persone sia cambiata solo parzialmente. La voglia di normalità è tanta e per molti significa tornare a vivere come prima. La società è combattuta tra due tensioni: ci siamo resi conto che occorre un cambiamento ma il difficile contesto economico causato dalla crisi, spinge a riprendere la vita di prima. Però sappiamo che il "prima" porta con sé molte disfunzioni che abbiamo sperimentato in questi mesi. Vedo con favore l'approvazione di misure che ridisegnino le città come, ad esempio, ha fatto Milano con le ciclabili provvisorie».

Milano ha realizzato corsie per le bici e ha allargato i marciapiedi, Parigi invece, per l'avvio della Fase 2, ha realizzato centinaia di chilometri di "ciclabili d’emergenza”. Sono modelli da seguire?

«Aumentare lo spazio riservato a pedoni e bici, è la pre condizione per incentivare la “mobilità dolce”, le infrastrutture sono essenziali. Del resto in Europa ci sono altri Paesi che stanno perseguendo politiche più rigorose, l’Italia in confronto, è indietro. Se l’emergenza riuscisse ad accelerare questi processi sarebbe un bel segno di speranza. Credo che sia la direzione giusta». 

La città che sale e la riscoperta di campagne e piccoli centri rurali

Dovremo ripensare l'urbanistica verticale che non "ruba" suolo ma concentra "vita" in altezza? 

«La città crescerà ancora in altezza per il semplice motivo che, seppure con ritmi più lenti rispetto a una volta, la popolazione mondiale continua ad aumentare. Secondo le previsioni, alla fine di questo secolo saremo 10 miliardi e ovviamente non si può pensare solo all’edilizia a bassa densità, sull'esempio delle città giardino. Allo stesso tempo credo occorra riscoprire una forma dell’abitare più rada, che coinvolga anche la campagna, dove ci sono migliaia di edifici abbandonati. In questi anni abbiamo assistito allo spopolamento di intere zone del Paese, soprattutto nel Centro Italia, ricche di piccoli centri rurali. Credo che lì ci sia una sfida da vincere grazie alla diffusione capillare della connessione telematica per colmare il gap del digital divide. D’altronde, con l’emergenza sanitaria, abbiamo imparato che è possibile fare le cose a distanza: si può vivere anche lontano dal luogo di lavoro e svolgere molte attività in modalità agile. Quindi, sì allo sviluppo degli edifici in altezza, perché non possiamo farne a meno, ma ben venga anche la riscoperta di una vita a bassa densità in luoghi rurali, purché efficacemente connessi. Si tratta comunque di un dibattito in corso: quale tipo di densità urbana preferire? La maggiore densità riduce il consumo di suolo, quella minore aumenta la vivibilità. Bisogna trovare un non facile equilibrio, che va definito solo localmente, rinunciando ad algoritmi generali, che non troveranno mai un consenso politico».

Rigenerazione, non New Town

In questi mesi si è riscoperta la dimensione di quartiere e si è tornato a parlare del fattore «entro 15 minuti»: tutti i servizi principali dovrebbero trovarsi nelle vicinanze delle abitazioni. Così dopo anni di chiusura dei piccoli ospedali periferici, degli uffici postali, delle scuole, dei piccoli esercizi commerciali, si torna a pensare a una pianificazione del territorio che tenga conto anche di questi presidi. Occorrerà concentrarsi sulla riqualificazione dei quartieri, con aree verdi e servizi di prossimità?

«La teoria dei 15 minuti è un approccio alla progettazione urbana codificato già negli anni ‘60 al Politecnico di Milano e a cui mi sono sempre ispirato, per cui concordo sul fatto che si debba ripensare la città in questi termini. Ma lo dobbiamo fare rigenerando e lavorando sull’esistente, perché ovviamente non si costruiranno new town nella vecchia Europa nei prossimi anni. Nei piccoli centri, che non potranno avvalersi di un trasporto pubblico, in quanto troppo costoso per i pochi clienti, si dovranno creare infrastrutture per andare in bici o a piedi. Nei centri più grandi, la dimensione dei 15 minuti, sarà la distanza effettiva da percorrere per raggiungere una fermata del trasporto pubblico locale con il quale arrivare in tutte le altre parti della città. Ogni parte di città dovrebbe strutturarsi secondo le linee guida del Transit Oriented Development, che combina l’organizzazione del trasporto con la pianificazione urbanistica. Sono schemi teorici a cui però negli anni abbiamo rinunciato prediligendo la monofunzionalità e la diffusione dell'uso del veicolo motorizzato privato, ossia i quartieri residenziali da una parte e i servizi dall’altra. Così facendo, purtroppo, abbiamo perso la visione organica della città. È una concezione urbanistica da recuperare, ma con la complessità di farlo su città esistenti».

Il recupero dei centri storici: creare valore con driver di peso

Parliamo spesso di periferie da rigenerare ma in realtà oggi ci sono tante città medie italiane che presentano problemi nei centri storici, dove man mano tante serrande si sono abbassate. Si dovrebbe intervenire anche in queste porzioni di città?

«Certo, anche perché il recupero di questi involucri storici ha enormi potenzialità, anche dal punto di vista dell’attrattività turistica. In Italia abbiamo migliaia di centri di grandissimo valore, dove l’intervento rigenerativo è molto complesso perché servono dei driver importanti. Mentre il driver per le espansioni periferiche è sostanzialmente la rendita economica, in centro ci sono problemi di costi non banali. Le alternative sono: il finanziamento pubblico, che però, considerati i tempi, sarà sempre più risicato oppure l’uso di funzioni trainanti "di peso", quali possono essere le sedi di attività terziarie pregiate, tra cui le Università. A Brescia, per esempio, una parte importante del centro storico è stata rivitalizzata grazie agli insediamenti universitari. Non si tratta peraltro di un caso isolato. Le Università generano una frequentazione attiva, giovane, vivace e positiva. Più che di gentrificazione, quindi cambio delle persone che vivono in una zona della città, per far partire il processo di rigenerazione serve una leva funzionale, che non è solo economica». 

Sburocratizzare le procedure urbanistico-edilizie

Quali altri fattori impediscono reali e rapidi interventi di riqualificazione in queste aree? 

«Servirebbe snellire la burocrazia, perché molto spesso gli interventi di importanti player del mercato non partono a causa dei lunghi percorsi autorizzativi. In questo Paese occorre una sforbiciata drastica alle procedure urbanistico-edilizie, che non vuol dire sottovalutare il valore del nostro patrimonio, ma significa consentire di fare perché il non fare è sinonimo di progressivo degrado. La priorità delle priorità è snellire la burocrazia, ma ne parliamo sempre con pudore perché troppi buoni propositi sono naufragati negli ultimi decenni. Partiamo dalla pianificazione urbanistica: i tempi sono troppo lunghi, molte norme inutili o antistoriche, le competenze troppo frazionate. Oggi, con l'uso intelligente dell’informatica, è possibile fare un piano in sei mesi e non in tre/quattro anni, sempre ammesso che serva fare un piano. I comuni piccoli o piccolissimi non hanno bisogno del pesante apparato pianificatorio oggi previsto dalle norme. Di conseguenza vanno alleggerite le pratiche autorizzative, in particolar modo per gli interventi minori, come succede nel mondo anglosassone. Le faccio un esempio».

Quale?

«A Brescia stiamo recuperando un edificio in centro storico per completare la riqualificazione di un quartiere della città che fino a trent’anni fa era degradato e che ora invece è molto ambito dal punto di vista residenziale. Si tratta di un intervento di qualche milione di euro che, alla fine di tutto il percorso, richiederà quattro anni e mezzo tra la concezione e l’apertura. Di questo tempo "infinito" la parte riservata al cantiere non è superiore a un anno e mezzo, il resto sono tempi burocratici. Serve proprio una rivoluzione, non dei piccoli maquillage, non basta cambiare la legge, occorre delegiferare e per alcuni interventi bisogna sostituire i provvedimenti normativi con quelli tecnici».

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