Qualità del calcestruzzo: le carenze più importanti dovute alle Direzioni dei Lavori assenti

Roberto Marino, con la scusa di scrivere al sottoscritto, ha scritto una lettera aperta al settore del calcestruzzo, riprendendo quando emerso dalle tante interviste realizzate nell'ultimo mese sul tema della qualità e dei controlli. Ecco il testo.

Andrea Dari


roberto-marino-calcestruzzo.jpgCaro Andrea,

mi unisco ai complimenti che molti ti hanno fatto per la tua ottima iniziativa delle interviste mirate, con esperti e tecnici che rappresentano quanto di meglio possiamo avere in Italia.

Ritengo sempre opportuno scambiarci opinioni ed esperienze perché la divulgazione scientifica e normativa non solo permette di migliorare le conoscenze ma anche di correggere, eventualmente, proprio le nostre certezze su un argomento che si è fatto sempre più complesso sia dal punto di vista delle norme vigenti sia per la sofisticatezza delle strutture che richiedono sempre più stadi di evoluzione cognitiva e di studio sperimentale.

Non ho molto da aggiungere a quanto risposto dagli intervistati, ne condivido pienamente tutte le osservazioni fatte con argomenti anche persuasivi e convincenti.

Ma arrivati alla mia età, con un bagaglio di esperienze che potrei definire a “quasi” 360°, dal momento che sono materialista, e non progettista e calcolatore, sono più portato a domandarmi il perché, a distanza di anni, non posso ritenermi soddisfatto delle condizioni attuali del nostro settore e, soprattutto, del non miglioramento dei nostri livelli qualitativi e prestazionali riguardo al più classico e al più diffuso materiale da costruzione: il calcestruzzo

Ma anche questa mia ultima considerazione non è del tutto vera, dal momento che negli ultimissimi anni siamo stati capaci di seguire, anche se parzialmente, le innovazioni che si sono affacciati nel nostro settore.

Parlo dei nuovi calcestruzzi, parlo dei nuovi additivi che hanno cambiato le prestazioni reologiche, parlo di aggiunte che hanno modificato le proprietà fisico meccaniche dei nostri materiali.

Ho insegnato Tecnologia dei Calcestruzzi per molti anni agli ingegneri edili nel biennio di specializzazione.

Ebbene, per usare un termine “economico”, il “core business” delle mie lezioni erano due: il primo riguardava la durabilità delle strutture, la seconda le corrette prescrizioni.

Insegnare la durabilità delle strutture significa insegnare la diversa interazione ambiente- struttura in cui il calcestruzzo rimane pienamente coinvolto, ma ne rimane pienamente coinvolto solo se le prescrizioni non sono corrette, se i calcolatori e progettisti non prendono atto delle odierne conoscenze scientifiche sia sul materiale sia sullo stato normativo in termini prescrittivi e prestazionali.

Purtroppo, come è stato ampiamente dibattuto, il ritardo culturale esiste e forse manca il tempo per partecipare a convegni, seminari, approfondimenti e corsi di formazione.

Come ho scritto, gli argomenti trattati dalle tue domande sono stati interessanti e mi trovano completamente d’accordo.

Magari, se posso, aggiungerei alcune considerazioni, come ha giustamente scritto Gianni Zanco.

Sul rapporto acqua/cemento, per esempio, aggiungerei una cosa piuttosto banale: in realtà il valore “reale” di tale rapporto è difficilmente quantificabile.

Abbiamo norme di esecuzione, è vero, abbiamo procedure “semplificate” di cantiere che ci possono dare delle ottime indicazioni, si possono avere dei buoni premescolatori con sonde per il rilevamento del contenuto d’acqua nell’impasto e umidità degli aggregati, ma il valore reale di a/c non lo conosceremo mai.

È per questo che la resistenza meccanica rimane il fattore principale e l’indicatore indispensabile per stabilire la qualità dei nostri calcestruzzi.

Del resto, molti “faticano” a capire la nostra attività.

Il produttore di calcestruzzo movimenta migliaia di tonnellate di cemento e aggregati, i quali presentano sempre scostamenti nelle loro proprietà fisiche e chimiche e, di fatto, è impossibile seguirne l’evoluzione.

Uno degli aspetti che hai trattato sono le prescrizioni e concordo.

Vorrei far notare, però, che un progettista, nel momento in cui si accinge a prescrivere le specifiche, spesso è ignaro di come il calcestruzzo prescritto sarà gettato dall’impresa esecutrice dei valori.

Quello che voglio dire è che quando si definisce la classe di consistenza del calcestruzzo, per una determinata tipologia di opera, (come ha ben sottolineato il prof. Matteo Felitti), lo stesso progettista non sa come il calcestruzzo verrà gettato: beton pompa, secchione, a canala, ecc.

Il caso dei getti dei pali con il sistema del tubo getto, e non SCC, è il caso più emblematico: impossibile che un produttore accetti un S4 e, addirittura, un S3.

E sappiamo quanto sia difficile, in Italia, cambiare tale prescrizione in corso d’opera.

Sulla Certificazione dell’impianto di produzione industrializzato, (alcuni intervistati non hanno voluto rispondere), dobbiamo precisare che lo si ritenne indispensabile in un periodo importante di qualificazione del settore ma, soprattutto, fu un documento ben visto dal Consiglio Superiore del LLPP. 

Il problema è che Certificazione è rimasta nel limbo e dopo tanti anni non abbiamo avuto il coraggio di apportare aggiornamenti e/o modifiche.

Certamente, nella loro applicazione, hanno giocato un ruolo fondamentale i commerciali delle aziende produttrici, avendo come obbiettivo il possibile aumento dei margini e una ipotetica distinzione dal concorrente in un’ottica di mercato.

Tutto questo non si è realizzato, sia per il basso costo del calcestruzzo, comunque preteso dalle imprese, sia perché il libero mercato non ha portato a selezionare gli Organismi di Certificazione, selezione che sarebbe dovuto avvenire principalmente sulla base delle esperienze nello specifico settore del calcestruzzo preconfezionato.

È importante ricordare che mi sono sempre battuto per l’implementazione, nella Certificazione del processo, della UNI EN 206, ma questo fino ad oggi rimane un argomento tabù.

 

Gianni Zanco fa bene a sottolineare l’importanza dei controlli di produzione.

Io penso, però, che i controlli di produzione debbano essere improntati sulle verifiche di conformità della UNI EN 206: in poche parole, i controlli servono a stabilire se i target qualitativi della norma europea siano o meno rispettati.

A parte i 4 o 5 produttori principali in Italia, anche i piccoli e medi produttori hanno dei sistemi di controllo, ma non sono certo che producano in conformità alla norma europea.

Il salto qualitativo, quindi, sarebbe proprio questo.

Ma, certamente, non siamo sicuri se questo salto venga accettato dalle imprese, soprattutto per il fatto che i controlli richiedono personale esperto, prelievi con frequenze costanti, laboratori con sufficienti attrezzature, analisi statistiche avanzate e, soprattutto, il semaforo verde al cambio delle ricette, cosa non facile da accettare e da effettuare.

Ho accennato brevemente alle qualifiche delle miscele, ritenendole un punto di partenza essenziale e vincolante, sia dal punto di vista della produzione, sia dal punto di vista dei controlli di conformità e di Accettazione.

Chi mi conosce bene, sa che io sono molto pignolo in materia di qualifica, a tal punto che preferisco spendere un po' di tempo in più che in meno.

L’ing. Ivan Contiero credo abbia fatto bene a ricordare e sottolineare questo aspetto.

Le qualifiche servono a stabilire dei target di produzione, sia che si fornisca calcestruzzo nel mercato tradizionale sia in quello dei grandi lavori.

Ma i valori delle grandezze chimico-fisico-meccaniche che si ottengono, debbono essere considerate di tipo deterministico, cioè valori che derivano da una analisi del momento, ottenuti cioè, con i materiali disponibili durante le qualifiche.

Sarà compito del controllo statistico di produzione correggere e apportare modifiche proprio per mantenere costanti i valori target che abbiamo approvato e condiviso.

Un suggerimento, comunque, all’ing. Ivan Contiero, lo posso dare quando disquisisce sulle classi di consistenza S4 e/o S5.

In realtà, le problematiche avanzate dalla sua intervista sono reali, ma possono essere facilmente superate impiegando, proprio per le classi di consistenza S4 e S5, la tavola a scosse, ancora molto sconosciuta.

So perfettamente che sono già passato alla storia come “quello” della tavola a scosse, ma tutti coloro che si sono giustamente approcciati ad analizzare la consistenza dei calcestruzzi con il metodo della tavola a scosse hanno trovato molte risposte e utili informazioni per il proporzionamento degli aggregati e filler compresi.

Naturalmente sto dicendo che qualifico sempre con la tavola a scosse e, dopo, eseguo il controllo con il cono di Abrams, più veloce e meno impegnativo soprattutto in cantiere.

 

Caro Andrea, vorrei concludere questa mia lettera con l’argomento più spinoso: la Direzione Lavori.

È un ruolo ed un carico molto difficile ed è questa la ragione per cui, come sai, ho sempre sostenuto che progettista e Direttore dei Lavori, non possono essere la stessa persona.

Penso ancora che sia un passaggio necessario anche per ridare maggiore professionalità a ruolo.

Ruolo, ripeto, complesso come è stato testimoniato da una pubblicazione sulla rivista Responsabilità civile e previdenza, IL DIRETTORE DEI LAVORI QUALE PRESTATORE D’OPERA INTELLETTUALE. N. 2, 2020.

La gran parte degli accertamenti tecnici preventivi in cantiere, cause, contenziosi, ecc., partono dal fatto che la DL, spesso assente nei cantieri, non esegue correttamente i prelievi per i Controlli di Accettazione, così come sono previsti dalle NTC.

L’aggiornamento delle NTC del 2018 dovrebbe pure aver insegnato qualcosa!

Il produttore di calcestruzzo ne rimane sempre coinvolto e ancor oggi si continua a pensare che se il calcestruzzo in opera non risponde ai requisiti prestazionali sia esclusivamente colpa del calcestruzzo consegnato, come se impresa e DL non abbiano responsabilità alcuna.

È questo, per mia personale opinione e convinzione, l’ostacolo che si trova davanti il produttore di calcestruzzo: una mentalità con la quale anche i giovani si dovranno confrontare. 

I Controlli di Accettazione devono essere eseguiti da personale competente: o da persone di comprovata esperienza o dal personale dei Laboratori Ufficiali Autorizzati.

L’aggiornamento delle NTC contiene, a riguardo, un accenno molto importante.

Ma non è solo il prelievo che deve preoccupare, ma anche la stessa gestione dei provini di calcestruzzo: l’impiego di stampi idonei (ancora vengono usati cubiere di polistirolo!!!!), la protezione dei cubetti per le prime 24 ore dal campionamento, la corretta sformatura, la maturazione in acqua con temperatura controllata.

Nella maggioranza dei casi, queste procedure, da anni presenti nel panorama normativo, vengono del tutto trascurate o applicate con superficialità e incuria.

Tu sai come la penso sui Controlli di Accettazione: sono ormai obsoleti, non coerenti con la stessa NTC.

Il controllo di Accettazione di tipo A, per esempio, non l’ha capito ancora nessuno, avendo visto nel corso della mia carriera di tutto e di più.

Non si dice una cosa fondamentale: si deve controllare per tipologia di manufatto!!

Ogni tipologia di struttura deve avere il proprio controllo: se con un Rck 30 si fanno, per esempio, platee di fondazione, pilastri e solai come faccio con 3 prelievi (sono 6 cubetti, ma molti sbagliano ancora) a individuare la criticità se non divido opportunamente il controllo per tipologia.

Il Controllo di Accettazione di tipo B, che vale per una fornitura oltre i 1500 metri cubi, non stabilisce uno spazio temporale entro il quale viene effettuato il controllo.

Come sai, in un mio articolo di pochissimi anni fa, avanzavo alcune proposte concrete, valutate sulla base dei Controlli di Accettazione vigenti in Spagna che avevano uno scopo soprattutto di riflessione, per una revisione completa e urgente dei Controlli di Accettazione.

E quindi devo concludere che proprio questi controlli di Accettazione sono, talvolta, loro stessi fonte di contenziosi. 

Forse non tutti sono al corrente della nuova norma UNI EN 13791:2019….per determinare la resistenza del calcestruzzo in opera….

Vorrei terminare con una considerazione su un argomento già affrontato da Gianni Zanco, quando ha accennato ai cosiddetti margini di contribuzione.

Possiamo chiamarlo anche Primo Margine, Margine Operativo Lordo, Cash Flow ma, in sintesi, produrre calcestruzzo significa avere dei ritorni molto modesti dalla produzione e vendita del prodotto.

Una volta si diceva che “piccolo è bello”!!

Ci siamo accorti che non è proprio così: se una azienda è piccola non si può permettere nulla di tutto ciò che servirebbe per fare salti qualitativi, come per esempio avere e permettersi laboratori attrezzati, personale qualificato e istruito costantemente, produzioni diversificate e avanzate, programmi statistici di monitoraggio esclusivi, impianti moderni, ecc.

Dopo la crisi del 2008, mi ero illuso, credendo possibile una concentrazione sempre maggiore di impianti e società in modo che si potesse fronteggiare e affrontare la drastica riduzione della produzione in maniera meno drammatica e più rispondente alle nuove esigenze di mercato.

Tutto ebbe inizio negli anni, forse, ’70, quando i produttori di aggregati montarono gli impianti per la produzione di calcestruzzo innescando quella che oggi viene chiamata integrazione verticale e che influenzò in maniera negativa l’allora nascente settore indipendente del calcestruzzo preconfezinato.

In conclusione, il settore rimane di tipo “artigianale” per la maggior parte degli operatori e mi auguro che in futuro i giovani potranno fare meglio di quanto non abbiamo saputo fare noi.

Un abbraccio, Roberto