Il geologo e le consulenze tecniche in ambito forense

Che tipo di società vogliamo? In un mondo nel quale quotidianamente si legge di regole violate, di furbi e furbetti appartenenti a tutti le categorie sociali della nostra società, che non hanno remore, pur di arrivare agli obiettivi che si pongono, a prevaricare gli altri o le istituzioni; a considerare carta straccia le leggi, a mistificare la realtà, questa è una domanda alla quale dovremmo rispondere se in noi permane la volontà di partecipare alla costruzione di una società, così come di una categoria, dove l’etica nei comportamenti sia regola vissuta e non solo proclamata. 

Vi confesso che, sebbene arrivato alla conclusione del mio impegno professionale ed in campo ordinistico, sogno ancora un paese dove le parole abbiano un senso e dietro non ci sia il vuoto.

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L’attività di consulente in ambito giudiziario

Negli anni ormai lontani dell’inizio della mia professione, come molti mi sono iscritto nelle liste dei consulenti del Tribunale della mia città. L’ho fatto, sbagliando, pensando che fosse una opportunità di lavoro e di relazioni. Stavo commettendo un errore.

Sapevo infatti qualcosa di geologia, nulla o poco di diritto e di tutto quello che è collegato direttamente o indirettamente all’attività di consulente in ambito giudiziario. Negli anni successivi sono stato consulente di parte in procedimenti civili e penali, componente di collegi arbitrali, consulente di procure, consulente del Giudice. Ho servito persone fisiche, amministratori e amministrazioni pubbliche, grandi aziende private e pubbliche. Da vari anni però ho deciso di abbandonare questo campo e in linea generale, salvo rarissime eccezioni, rifiuto incarichi in quest’ambito. 

Le ragioni di questa mia decisione costituiscono la morale che è sottintesa in questo intervento.

Ho deciso perciò di dirvi non cosa si deve fare ma cosa non va fatto. Non tratterò quindi del diverso significato fra consulenza e perizia nei procedimenti penali né tratterò degli aspetti formali e sostanziali sulla nomina del Consulente Tecnico d’Ufficio o di Parte, sui suoi doveri, sulle procedure che egli deve adottare e rigorosamente rispettare, o ancora sui rapporti che deve avere con le parti e con il Giudice.

Parliamo ...di comportamenti, di etica, di scienza e di coscienza

Tratterò, se mi riesce, di comportamenti e di etica, di scienza e di coscienza. Parole e concetti che dovrebbero indirizzare i nostri comportamenti quotidiani, che dovrebbero essere, ma purtroppo non sono, imprescindibili sempre, ma soprattutto laddove si parli di giustizia e di giurisdizione.

Ciò che dirò quindi è rivolto a tutti, ai neofiti e a quelli che neofiti non sono ma anche a coloro che coltivano l’intenzione di dedicarsi, nella loro professione, anche alle consulenze giudiziarie. Ma permettetemi di dedicare questo intervento soprattutto agli studenti perché è importante che comprendano che esistono tanti modi per stare al mondo come professionisti ma uno solo è quello giusto se non vogliamo smettere di sperare che esista un futuro per questa nostra categoria. E, servendo appieno il ruolo sociale insito nella nostra splendida professione, contribuire a migliorare il paese.

La consulenza tecnica per il Giudice, per il pubblico Ministero, per le parti civili, per parte attrice o convenuta, per il Giudice nei procedimenti civili, come Presidente o componente di un Collegio Arbitrale in procedimenti extragiudiziali, è atto di una delicatezza assoluta che implica non solo scienza, ovvero il sapere, le capacità e l’esperienza professionale ma anche coscienza, nell’accezione che vuole questo termine intimamente legato alla “sensibilità morale” ovvero alla capacità di valutare la rispondenza delle proprie azioni e dei propri comportamenti a determinati valori morali, meglio se sono questi stessi valori ad indirizzare le nostre azioni di uomini e di donne.

Scienza e coscienza sono facce della medesima medaglia e costituiscono nel loro insieme un principio indissolubile, sintomatico di un modo di essere. 

I tecnici, purtroppo, soffrono più di altri di quello che io chiamo “mal di adattamento”: adattamento alle circostanze, adattamento all’ambiente, intendendo con questo il sistema di relazioni in cui siamo inseriti, adattamento ai clienti. Purtroppo devo dire che i tecnici talora non servono come dovrebbero la scienza e la sua indipendenza perché sono disposti a piegare le loro conclusioni ora alle circostanze ora agli interessi del cliente che li paga.

Al contrario dobbiamo essere intimamente convinti che questo binomio non è una formula astratta ma un vero e proprio orientamento per bene esercitare la nostra professione. Dobbiamo ricordarci che l’autorevolezza noi possiamo costruircela ma è qualcosa che ci viene riconosciuta dagli altri quando in noi vedono e riscontrano serietà, preparazione, onestà intellettuale, rigore morale, generosità, fermezza e coerenza. Perché nella quotidianità applichiamo, prima di tutto a noi stessi, le regole e i principi che auspichiamo che anche altri facciano propri. 

Siccome ci addentriamo nel campo dell’integrità morale dobbiamo davvero essere convinti che non esiste altro presupposto se non quello di cominciare da noi stessi a pretendere integrità assoluta. 

Perciò, tanto per entrare più propriamente in argomento, mi sento di potere e dovere affermare che quanti non hanno l’abitudine di approfondire davvero gli argomenti, scavando in profondità anche negli aspetti che sono o sembrano marginali, di capirli senza altro pregiudizio se non quello di interpretare correttamente la realtà, la realtà geologica o dei fatti, indipendentemente da chi gli abbia dato l’incarico, che non possiedono senso critico, che non hanno l’umiltà di considerare e valutare disinteressatamente quanto viene proposto da altri, che non hanno la convinzione ferma di bene e fedelmente adempiere alle funzioni affidategli al solo scopo di far conoscere al giudice la verità, e ultimo ma non ultimo, coloro che non hanno la forza o pensano di non avere la forza e la determinazione di non corrispondere alle suggestioni e alle pressioni che talora troviamo lungo il nostro cammino professionale e non solo, ebbene questi devono astenersi dall’assumere incarichi di giustizia sia come periti di parte che, a maggior ragione, come CTU o consulenti del Giudice. Il professionista che assume un incarico sapendo di non essere sufficientemente preparato e attrezzato commette un tradimento di questi valori ma tradisce anche chi, assolutamente ignorante della materia, a lui si affida nella convinzione del suo sapere, delle sue capacità, della sua integrità.

E’ per questo che io ritengo che la consulenza tecnica in ambito legale non dobbiamo, né possiamo intenderla, come un lavoro uguale a tutti gli altri. E’ per questo che ho esordito dicendo che commisi un grande errore 35 anni fa quando mi iscrissi all’albo dei consulenti perché sebbene pronto a fare la mia parte in ossequio anche a quei principi che i miei maggiori mi avevano trasmesso, confesso che non ero preparato a dover constatare con incredibile frequenza la superficialità con cui molti colleghi si approcciano alla materia.

Nella misura in cui il consulente contribuirà a che il Giudice deciderà addirittura della libertà di un individuo o, più spesso, della sua onorabilità, ovvero inciderà sul suo patrimonio e sulla sua stessa storia professionale, e con esso inciderà anche nella vita dei familiari, voi capite che proprio in virtù di questo, l’approccio a questo tipo di attività non può avvenire alla leggera. 

Due questioni di carattere generale che ritengo importanti. 

La prima, che dobbiamo sempre aver ben presente perché addirittura paradigmatico, mi riferisco alle consulenze per organi giurisdizionali, è che nello svolgimento del compito ricevuto, il consulente partecipa a pieno titolo all’esercizio della funzione giudiziaria, essendo giudice egli stesso, e deve pertanto assolvere ai suoi compiti nel rispetto dei principi di terzietà e imparzialità che connotano o dovrebbero connotare questa funzione in uno Stato davvero civile e democratico. Tanto è vero che ad esso si estendono le norme disposte per il giudice sull’astensione e sulla ricusazione, la prestazione del giuramento, la possibilità di incorrere in responsabilità civili, penali e disciplinari per comportamento infedele. È necessario quindi che il consulente svolga le indagini affidategli nel rispetto del principio del contraddittorio, che rappresenta il modo attraverso il quale si attua il controllo delle parti sull’operato dello stesso consulente.

La seconda, che io stimo addirittura più importante della precedente, è che il geologo tratta esclusivamente di territorio, nell’accezione più ampia di questo termine, e di tutte le sue componenti; territorio che ha le sue leggi, talora anche molto complesse, che non possono essere mistificate e non possono essere disconosciute. Il rispetto di queste leggi costituisce un imperativo per tutti ma particolarmente per il geologo che nell’ambiente e nel territorio deve vedere una sorta di super-committente.

"Ciò che voglio dire è che fare bene il proprio lavoro è un dovere indiscutibile."

Tutte le volte che agiamo superficialmente perché poco preparati di fronte ad un problema noi tradiamo quelle leggi. Tutte le volte che noi adattiamo le nostre conclusioni a cosiddette superiori esigenze politiche, a considerazioni economiche, alle necessità degli amici, noi tradiamo quei principi.

Le parole d'ordine del Geologo che voglia svolgere funzioni in ambito giudiziario

Lealtà, correttezza, preparazione, prudenza. Giusto in quest’ordine, quattro concetti che diventano parole d’ordine indispensabili e non altrimenti declinabili per il geologo che voglia svolgere queste funzioni, da tenere sempre a mente e servire fedelmente senza compromessi.

La lealtà, dal latino legalitas, indica una componente non già del carattere come qualcuno scrive ma, piuttosto, un modo di vivere e di operare. È infatti l’educazione che ci abitua, ci fa crescere ed apprezzare la lealtà, la fedeltà agli impegni e alla parola data, l’assenza di ricerca di qualsivoglia sotterfugio. Così una persona, diventata adulta, sceglie di obbedire a particolari valori di correttezza e sincerità anche in situazioni difficili; anche quando è lui stesso a perdere qualcosa. Ma oggi è cosi desueta che chi si attiene a questo principio ha difficoltà grande ad essere preso sul serio e, in taluni luoghi, anche a lavorare.
In una società come la nostra dove appare più moderno ed apprezzato primeggiare sugli altri, dove impera l'agonismo esasperato, l’apparire, o adattarsi acriticamente alle trasformazioni culturali pur di raggiungere l’esclusivo benessere personale, anche a scapito dei nostri simili, quella della lealtà sembra una virtù personale antiquata, certamente in forte declino. 
Eppure, se vogliamo sperare in un futuro migliore per il poco tempo che ci separa dall’ultimo tramonto, o per i nostri figli e nipoti che ne hanno di fronte innumerevoli, dobbiamo augurarci si possa recuperare tutti un po’ di questo valore che discrimina le persone perbene dagli altri, una società davvero civile e democratica da una “non società”.

La correttezza che si manifesta in vari modi. Intanto nel linguaggio che deve essere privo di errori, poi nel corretto comportamento non solo o semplicemente verso gli altri perché se ne abbia rispetto e si usi la buona educazione, ma anche e forse soprattutto nei confronti, in questo caso, della giustizia intesa come apparato e compendio di leggi, nello stile di vita perché è indispensabile essere i primi a rispettare le regole e le leggi anche quelle che possono apparire sciocche o vetuste. 

Nella fattispecie di cui sto parlando la correttezza si esplica anche nei confronti dell’argomento che richiede la nostra risposta. Un approccio inappropriato o insufficiente, per nostra ignoranza o peggio per superficialità, e mai sia per difendere interessi non legittimi di qualcuno, ci conduce sempre verso conclusioni errate. E sulla nostra coscienza graverà non solo il nostro errore ma quello che anche inconsapevolmente abbiamo indotto negli altri. E arriverà il momento in cui quella stessa coscienza ci presenterà il conto.

Ad un qualsiasi consulente si richiede la perfetta correttezza nei confronti della scienza e degli interlocutori. C’è invece chi si innamora delle proprie conclusioni e magari le sostiene oltre l’insostenibile. Vi è in molti una sorta di egoismo/orgoglio scientifico e tecnico che talora rasenta l’arroganza: io sono bravo, tutti gli altri sono nullità. Un atteggiamento purtroppo molto più diffuso di quanto non si creda che fa male a tutti compreso ai tempi del giudizio che si allungano a dismisura perché le tesi formulate, anche le più assurde e strampalate, vanno comunque smontate.

E anche questa intesa come valore è particolarmente desueta.

La preparazione. Ovvero la scienza e l’esperienza. Ma se quest’ultima si forma con lo stesso dipanarsi della vita, in questo caso vita professionale di un individuo, che fa tesoro e analizza criticamente il suo operato anche a posteriori, la prima, la scienza, il sapere è frutto di studio, di comprensione, di riflessione, di applicazione e di aggiornamento. 

Io so bene che le nostre Università non preparano convenientemente gli studenti ad approcciarsi al mondo ed all’attività professionale ma è anche vero che la nostra è 

una professione in divenire perciò spetta a ciascuno di noi essere aggiornato nelle materie che più ci interessano e nelle quali operiamo. 

Questa della insufficiente preparazione è purtroppo una casistica molto diffusa. Ed è particolarmente negativa laddove si sia chiamati a discriminare su una questione specifica per esempio una frana piuttosto che la comparsa di sistemi fessurativi complessi in strutture o ancora della perdita di acqua in un pozzo o in una sorgente senza avere conoscenze specifiche ed approfondite di geomorfologia, di geotecnica o di idrogeologia. 

La prudenza. Non è solo la prima delle quattro virtù cardinali ma una delle virtù che hanno permeato la morale occidentale sin dall'antichità, in specie quella romana. La prudenza è quella virtù che dispone l'intelletto all'analisi accorta e circostanziata del mondo circostante. Essa, lo ha scritto San Tommaso D'Aquino riproponendo Aristotele, non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. 

Eppure in tanti disastri cosiddetti naturali o provocati dall’azione sconsiderata dell’uomo, che spesso ha rasentato l’arroganza della conoscenza, se soltanto si fosse applicata con più rigore questa virtù oggi non conteremmo lutti. 

Potrei citarvi l’immane tragedia del Vajont o quella di Stava le cui cicatrici sono ancora evidenti sulla pelle dei cosiddetti sopravvissuti. Tragedie dove il concetto di prudenza non ha sfiorato nessuno dei tecnici che con alterne vicende e diverse responsabilità erano coinvolti in quei lavori. 

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