Maltempo Sardegna: manca un’efficace politica di difesa del territorio finalizzata alla prevenzione

I nubifragi che oggi hanno funestato l’isola ancora una volta hanno tragicamente messo alla ribalta le fragilità esistenti nei centri urbani e nel territorio in generale. Da quando, nel 2016, l’attuale Consiglio dell’Ordine dei Geologi della Sardegna si è insediato, si sono succeduti comunicati stampa analoghi a questo con una cadenza all’incirca annuale, l’ultimo il 27 novembre dello scorso anno, in concomitanza con i nubifragi in Liguria.

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Manca una politica efficace di difesa del territorio

Nonostante il susseguirsi di avvertimenti, si riscontra ancora la mancanza di una efficace politica di difesa del territorio, incentrata sulla prevenzione del dissesto, attuabile con interventi che abbiano, come finalità, la cura e la disciplina del territorio. Ancor oggi subiamo la conseguenza della mancanza di modelli idraulici tarati sul contesto geologico sardo, inoltre quelli comunemente applicati non contemplano, tra gli altri aspetti, il contributo del carico solido mobilitato e trasportato dalla corrente durante gli eventi di piena, aggravando notevolmente l’impatto della massa d’acqua in movimento.

Serve semplificazione che non deve diventare però mancata verifica

Questa è ancora una volta l'occasione per constatare quali sono le conseguenze dei lunghi tempi di approvazione dei progetti piuttosto che della realizzazione degli interventi, fino a quasi non vederne la conclusione entro tempi che non siano quelli delle ere geologiche. Al contempo però è necessario attenzionare affinché le semplificazioni normative non si limitino ad uno scavalcamento di passaggi progettuali e di verifiche che sono, invece, imprescindibili. È quindi oramai improcrastinabile rafforzare l'organico degli enti di controllo territoriale con specifiche figure tecniche, adeguate ad affrontare le problematiche del territorio sempre più pressanti.

Vanno rivisti i vecchi modelli idraulici basati su eventi estremi con determinati tempi di ritorno

Gli scenari drammatici che, da diversi decenni si succedono sempre più frequenti, hanno dimostrato ogni volta con maggiore forza ed insegnato che, allo stato attuale con le pesanti modificazioni che il territorio ha subito, l'applicazione dei modelli idraulici basati sulla previsione degli eventi estremi entro determinati tempi di ritorno nella gestione del rischio idrogeologico sia fuorviante se non addirittura pericolosa. Tutto ciò anche in considerazione della mutevolezza del clima e delle sue ciclicità, che le forme del paesaggio testimoniano. A causa della sempre maggiore ricorrenza ed intensità degli eventi meteorici, anche in quei contesti ove amministrazioni oculate si sono impegnate per programmare e ottenere finanziamenti per progetti per la difesa idrogeologica del territorio, le conseguenze si sono manifestate nella loro gravità. Questi ultimi eventi documentano, ancora una volta, un approccio per la difesa del territorio, inefficace se non addirittura lesivo. Quale altra dimostrazione di forza è necessaria per comprendere l'urgenza di un cambio radicale dei metodi?

È vero che non possiamo prescindere dai modelli, ma questi devono essere supportati da competenze specialistiche che muovendosi sul campo sanno leggere il territorio e cogliere i suoi segnali, comprendere le ripercussioni di un'opera edilizia, di una modificazione del territorio, piuttosto che di un'urbanizzazione, per non citare deforestazioni, incendi o arature in pendio. Tutti elementi che portano ad una esasperazione degli effetti di eventi che talora così estremi in effetti non sono, ma estremo è l’uso che si è fatto troppo spesso del territorio, aumentandone a dismisura l’esposizione al rischio idrogeologico. E la categoria dei geologi, che non sono cassandre, è da sempre al fianco delle istituzioni e a disposizione della società per dare il proprio contributo alla ricerca di soluzioni realisticamente praticabili.

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