Conservazione e restauro dell'Architettura moderna: i casi dell'Autopalazzo e dell'Ex G.I.L. di Macerata

Il restauro dell'architettura moderna è un tema estremamente attuale che coinvolge sia professionisti sia storici dell'arte. Specialmente quando si tratta di edifici che, a partire dagli anni '20 del 900, hanno segnato una vera e propria cesura con lo stile del passato.

Leggere e comprendere l'architettura moderna e conoscerne sia i materiali sia le strutture, sono fasi importanti per un'efficace pratica progettuale da parte dell'esperto che si trova a dover intervenire su opere realizzate in quegli anni. 

Non solo dal punto di vista estetico ma anche delle tecniche costruttive.

Un tema senz'altro complesso, considerando il dilemma tra la mera conservazione e il ripristino.

Allora quali tecniche adottare e come intervenire al meglio?

 

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Architettura moderna: conservazione o ripristino?

Il tema è urgente, perché il rischio è quello di perdere le peculiarità di tale architettura: i materiali da costruzione originali sono fragili, provati dal tempo e oggi, in molti casi, difficilmente reperibili.

Tuttavia, parlare di ripristino non è più un "reato", soprattutto considerata la possibilità di accedere agli archivi dei Comuni, dei vari Enti pubblici o degli studi di progettazione che erano attivi tra le due Guerre e che sono ancora esistenti.

Il tema è stato al centro dell'evento online "Conservazione, Restauro e Riuso dell'Architettura Moderna. Casi studio" organizzato dall'Ordine degli Architetti della Provincia di Macerata, nell'ambito della seconda edizione di "Riuso del Moderno", l'iniziativa promossa dall'Ordine di Rimini che, per il 2020, ha coinvolto 11 Ordini territoriali lungo l'asse Bergamo-Campobasso.

«Il tema della conservazione, del restauro e del riuso dell'Architettura Moderna è centrale in questo momento storico - ha detto Vittorio Lanciani, Presidente dell'Ordine degli Architetti di Macerata - infatti ci troviamo in una piena rivoluzione normativa che offre grandi possibilità di trasformazione del territorio, soprattutto nell'ottica della riqualificazione e della ristrutturazione. Intervenire su tali edifici significa metter mano su manufatti che hanno una loro identità e una memoria: quando si decide di eliminarli dobbiamo essere consapevoli che una parte di storia si cancella definitivamente».

 

Il restauro dell'Architettura Contemporanea

Il restauro di edifici appartenenti all'Architettura moderna comporta la necessità di dover affrontare determinati aspetti che non possono prescindere dal rispetto dell'opera su cui si deve intervenire.

Secondo il professore Fabio Mariano dell'Università Politecnica delle Marche, si possono riassumere in: 

  • Riconoscimento del monumento
  • Fragilità costruttiva
  • Inefficienza impiantistica
  • Materiali obsoleti 
  • Scarsa reperibilità e riproducibilità per il restauro

Nell'affrontare il tema del riuso dell'architettura contemporanea, il professor Mariano ha citato alcuni casi studio tra cui l'Asilo d'Infanzia S. Elia di Terragni (1935/1937), il restauro complessivo del complesso Weissenhofsiedlung di Stoccarda e la Villa Fritz e Greta Tugendhat situata a Brno in Repubblica Ceca: uno degli edifici più rappresentativi dell'architettura moderna e oggi Patrimonio dell'Unesco.

 Ma quali regole occorre seguire per una metodologia d'intervento da decodificare?

«È fondamentale recuperare la documentazione di cantiere, i disegni di progetto e i particolari costruttivi originali, nonché le foto grazie alle quali è possibile ricostruire i sistemi e le sequenze metodologiche - ha spiegato Mariano - ma è anche importante la lettura dei capitolati in cui vi sono riportati i materiali ben descritti, le quantità e i dimensionamenti. Dalla lettura di tali documenti deve scaturire un'anamnesi di tutte le fasi costruttive e delle eventuali modifiche subite nel tempo, come l'aggiunta di parti e le modifiche di distribuzione interna. E poi la documentazione tecnica, inerente i degradi materici e le letture delle stratificazioni degli intonaci».

I capitolati sono la vera "Araba fenice" di un lavoro di ripristino e di restauro degli edifici contemporanei risalenti al periodo tra le due guerre

A questo si aggiungono le analisi dei materiali costitutivi esterni, quelle termografiche, le prove pacometriche, sclerometriche e ultrasoniche, per poter determinare la posizione delle barre d'armatura, lo spessore del copriferro e, con buona approssimazione, il diametro dei ferri all'interno di un manufatto armato.

«È importante anche la lettura delle tipologie murarie - ha aggiunto Mariano - perché negli edifici costruiti tra agli anni '20 e gli anni '40, le strutture sono spesso miste e sono importanti per ricostruire le fonti, i materiali e anche le cave da cui è stata estratta l'argilla per evitare errori di carattere dimensionale e cromatico nella riproposizione dei faccia a vista».

In questi casi, la problematica forse più presente, è quella della sostituzione degli infissi perché non esistono più le strutture metalliche che venivano utilizzate all'epoca, così come non è da sottovalutare lo studio della tipologia dei solai.

«In quegli anni, in Italia, sono state brevettate molte tipologie di solaio in laterocemento - ha precisato Mariano - per cui nel restauro la ricomposizione dei solai dà delle informazioni utili per un intervento filologico». 

In ogni caso, la visione generale deve essere quella di un progetto che punti al riuso funzionale dell'edificio e che non sia stravolgente, affinché, dopo il lavoro di analisi e riproposizione filologica, si eviti la scelta di funzioni che non siano compatibili con la tipologia stessa dell'edificio. Come ricordato dal professore Mariano, prendendo a riferimento il pensiero dell'Architetto Claudio Varagnoli:

«Si tratta di guidare attraverso un piano di manutenzione programmata, i fenomeni di trasformazione rendendoli compatibili con l'autenticità dell'edificio, in modo che l'uso, pur legittimo e incontestabile, sia finalizzato alla sua conservazione e non viceversa».

Esperienze di restauro del "moderno"

Durante l'evento promosso dall'Ordine degli Architetti di Macerata, sono stati mostrati gli interventi di restauro realizzati su due importanti edifici della città: l'architetto Mauro Saracco ha illustrato l'esperienza del recupero dell'Auto Palazzo di Macerata, un edificio sorto nei primi anni del '900, mentre l'architetto Giulia Paoloni, ha esposto il lavoro di restauro che ha caratterizzato l'ex G.I.L., uno dei pochi esempi di architettura razionalista realizzati nelle Marche prima del secondo conflitto mondiale.

L'Auto Palace di Macerata

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L'Auto Palazzo è un edificio in stile liberty realizzato nel 1911 su disegno dell’ingegnere Ugo Cantalamessa come officina polifunzionale, la costruzione fu commissionata dalla Società Trasporti Automobilistici Maceratese (STAM) che aveva realizzato il primo servizio di trasporto pubblico su gomma della regione, collegando Macerata con alcuni centri minori della provincia.

Come tanti edifici, negli anni seguenti subì diverse modifiche.

«A esempio, nel 1917 furono ampliati i fabbricati retrostanti l'edificio a discapito delle mura urbiche e furono demolite alcune porzioni della cinta muraria» ha spiegato il professor Saracco, che a fine anni '90 è stato incaricato di seguire gli interventi di conservazione e restauro con l'ipotesi di un cambiamento di destinazione d'uso che riguardava l'inserimento di attività pubbliche per lo spettacolo al piano terra e di ristorazione in sommità al fabbricato.

Le principali problematiche che sono state affrontate durante i lavori di conservazione hanno riguardato:

  • Gli interventi conservativi sulle superfici esterne, sia sulle cortine in laterizio sia sugli elementi decorativi in pietra artificiale; 
  • Lo studio di una nuova soluzione per il ripristino dell'area di rispetto tra l'edificio e le mura, espressamente richiesta dalla Soprintendenza per eliminare le volumetrie che si addossavano e che in alcuni casi penetravano la cinta muraria di Macerata; 
  • Il miglioramento del comportamento sismico, soprattutto per le strutture di copertura;
  • Lo studio di una soluzione distributiva che permettesse l'inserimento delle nuove funzioni senza alterare la consistenza dell'edificio;
  • L'adeguamento impiantistico e normativo.

«La filosofia che abbiamo seguito è stata quella di conservare il più possibile anche elementi ritenuti meno importanti e secondari - ha spiegato Saracco - a esempio, nel fabbricato, abbiamo mantenuto tutte le travature principali e l'ossatura in legno è rimasta, mentre abbiamo eliminato l'eternit e sostituito i pali in legno per questioni di sicurezza antisismica».

L'intervento più importante è stato quello fatto nella zona retrostante l'edificio, a ridosso delle mura urbiche.

«Abbiamo ritrovato l'andamento delle murature originarie del progetto del Cantalamessa - ha aggiunto - e lo smontaggio dei solai in laterocemento costruiti successivamente, ha consentito di ottenere il piano di imposta di un nuovo solaio che è stato fatto in metallo con travi a sbalzo che ci hanno permesso di realizzare un nuovo sistema di discesa, quindi scale metalliche, che pur essendo distanziate e completamente isolate dalle murature urbiche, poggiano sui nuovi solai realizzati a copertura dei volumi retrostanti»

 

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Il restauro dell'edificio ex G.I.L di Macerata di Mario Ridolfi

L'Ex G.I.L rappresenta una testimonianza preziosa dello stile razionalista che negli anni '30 del '900 irrompe nel panorama architettonico italiano e si fa portatore di istanze costruttive e formali innovative.

Per molti anni è stata la sede di attività sportive e dal 2018, dopo gli interventi di risanamento conservativo, accoglie gli uffici dell’APM. 

«Grazie a diversi documenti depositati all'Archivio di Stato di Macerata, abbiamo ricostruito il rilievo e il modello strutturale dell'edificio» ha spiegato l'architetto Giulia Paoloni che ha collaborato al progetto coordinato dall'architetto Luigi Pavoni e ha seguito la direzione lavori da parte del Comune di Macerata.

L'edificio nel tempo ha subito un progressivo degrado dovuto ai danni della guerra, a una scarsa manutenzione, ma anche diverse modifiche strutturali e non.

 

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«Nonostante la difficoltà di contemperare le esigenze strutturali, di tutela e di nuova destinazione d'uso, si è cercato di non alterare o modificare il meno possibile il disegno originario - ha aggiunto Paoloni - integrare il sistema degli impianti con la struttura è stata una nota dolente, perché l'edificio è stato dotato di un sistema di areazione obbligatorio. Per l'intervento di miglioramento sismico, grazie alle immagini di cantiere, siamo riusciti a portare alla luce la struttura che è stata realizzata nel '35: nell'interrato, per la presenza di pilastri tozzi, in virtù dell'inserimento delle finestre a nastro, è stato fatto un lavoro di cerchiaggio sia sui pilastri sia sulle travi, inoltre è stato rifatto il massetto e l'impermeabilizzazione è stata realizzata anche attorno a tutti i corpi controterra». 

Per quanto riguarda gli interni invece, si è cercato di rispettare le pavimentazioni esistenti e anche le superfici vetrate sono state conservate.

«Abbiamo mantenuto gli infissi in ferro finestra a discapito del comfort termoacustico - ha concluso - ovviamente sono stati portati in officina per la sostituzione delle parti meccaniche e la riverniciatura»