START-UP, QUOTE ROSA, POS: tanti strumenti per pulirsi la coscienza

START-UP, QUOTE ROSA, POS: tanti strumenti per pulirsi la coscienza

Qualche tempo fa avevamo scritto di come le cosiddette QUOTE ROSA non fossero altro che uno strumento mediatico utilizzato a fini politici per dimostrare che si è preso in carico il problema della discriminazione delle donne nel lavoro e nella professione.
Nell’articolo “INGEGNERI E ARCHITETTI DONNE: sono discriminate ? sì, è vero, dallo Stato”
[http://www.ingenio-web.it/Notizia/2046/INGEGNERI_E_ARCHITETTI_DONNE:_sono_discriminate_e_si__e_vero__dallo_Stato.html]
evidenziavamo infatti che la discriminazione vada combattuta in modo concreto creando i presupposti perché anche un donna possa competere nel lavoro al pari degli uomini: “La lotta si combatte costruendo una società a misura di famiglia, dove la scuola inizia alle 8 e finisce alle 18 perchè dopo le lezioni c'è la possibilità di fare sport e il momento di studio in comune. E poi basta, i figli tornano a casa e stanno con le famiglie. La scuola è programmata per 11 mesi l'anno, ovviamente tenendo conto delle esigenze ricreative degli studenti, ma dando la possibilità alle famiglie di continuare anche a lavorare normalmente. Dove la spesa si ordina via Internet, dove le visite mediche si prenotano sempre via WEB, dove i pediatri sono disponibili anche il sabato ...”
Non abbiamo sostenuto che le quote rosa andassero eliminate, ma che non fossero sufficienti.

Lo stesso discorso lo possiamo fare per le START-UP, due parole che riempiono sempre di più la bocca dei nostri politici. Che cosa è una START-UP ? con questo termine in genere si identifica un progetto imprenditoriale che se finanziato può avere delle chance per diventare molto importante. Me lo diceva un “venturman”, un amico che con un fondo finanzia START-UP italiane. In genere sono progetti nell’ambito dell’ICT, perché i più interessanti del possibile effetto moltiplicatore. Quante di queste sopravvivranno oltre i due anni? Quante troveranno un venture capital intenzionato a investire in loro? Quante, dopo due o tre anni, saranno remunerative? E quante saranno “davvero” remunerative? Quante di queste start-up nei primi due anni pagano i loro collaboratori? In un articolo del Corriere della Sera si riporta che solo il 25% delle start up che trovano i capitali poi riescono a raggiungere gli obiettivi: di quelle che trovano gli investimenti quindi il 75% fallisce.

Trovo su internet un’interessante riflessione, fatta da Barbara Imbergamo in un BLOG:“L’ultima domanda è, in fondo, quella che mi interessa di più perché si collega al tema della cittadinanza, del lavoro e dei diritti. La mia impressione è che molti di quelli che provano a fare start up sperano di superare in questo modo la carenza di occupazione. Provano a inventarsela, appunto.
Il che va benissimo se non fosse che per tutti quelli che non ci riescono non c’è “rete”, non c’è un diritto al welfare che possa garantire un minimo di tutela a chi non ce l’ha fatta. Lo Stato è ben contento di spalmare il rischio sui singoli che si prendono il compito di dinamizzare il mercato delle imprese e delle idee, (forse) del lavoro, (probabilmente) degli investimenti, (di sicuro) fanno girare (un poco) il mercato con i servizi (minimi) di cui ogni impresa ha bisogno e se poi non gli riesce di diventare davvero un’impresa … pazienza, tanto nessuno deve garantirgli pensione, malattia o indennità di disoccupazione perché (si sa) i veri imprenditori non ne hanno mica bisogno…”

Non posso che condividere questa riflessione. Il termine START-UP per il politico è diventato una via di fuga, un modo per non affrontare il problema, un problema enorme: il 40% dei giovani sono disoccupati. Come pensiamo di migliorare questo indice, illudendo i giovani che la soluzione è quella di avere una buona idea, trovare qualcuno che ti finanzia la realizzazione, e dopo 5 anni vendere l’azienda per un miliardo di dollari ?
Non credo che fosse questo il significato delle parole di Steve Jobs “siate affamati, siate folli” (guarda il video), APPLE ha più di 80.000 dipendenti, 80.000 persone che hanno capito, impersonato, sviluppato il principio espresso da Jobs lavorando al meglio nell’Azienda di Jobs.
Il vero obiettivo che dobbiamo perseguire non può solo essere quello di finanziare le idee brillanti, ma di impedire che le nostre aziende possano diventare la APPLE.
Pensiamo all’Olivetti: Il primo computer da tavolo è stato il Programma 101 dell’Olivetti, nel1964. Concepito a Ivrea dall’ingegner Perotto, ne esportammo negli Stati Uniti quarantamila in un solo anno. Gli americani provarono anche a copiarlo. E lo fecero. Ma la Hewlett Packard perse la causa e fu costretta a pagare 900.000 dollari di risarcimento. Oltre che intelligente era bello, un totem in grado di scatenare il piacere di possederlo. Il vestito era stato disegnato da un designer, Mario Bellini, che a Linkiesta ha raccontato quel tempo eroico e una telefonata ricevuta anni dopo. Era un certo Steve Jobs e lo chiamava a lavorare alla Apple. Ma lui dovette dire no. “Gli ho risposto che avevo un contratto di consulenza esclusiva con Olivetti e pertanto non potevo collaborare con lui”. Rimpianti? Una grande occasione mancata? “Ho vissuto ancora altri 15 anni di straordinarie avventure. Olivetti aveva un prestigio immenso, era invidiata anche da Ibm” (Fonte: Linkiesta.it)”

Abbiamo bisogno di rispetto, abbiamo bisogno di serietà. Finanziamo le START UP (è importante farlo) ma non diamo l’illusione ai giovani che la soluzione è questa. Diamogli gli strumenti reali per trovare un lavoro dignitoso:

  • • Non solo corsi in inglese, ma un piano di corsi che sia in grado di renderli concorrenziali nel mercato del lavoro nazionale e internazionale. Basta con il 3+2 che sta dimostrando nei numeri il suo fallimento, piuttosto copiamo dagli Stati Uniti il 4 (di Laurea) + 1 (di Specializzazione).
  • • Regole del lavoro più flessibili: la riforma Fornero ha affrontato il problema delle partite IVA come quei genitori che entrando in una stanza, vedono i figli che litigano, e di conseguenza danno una sberla a ognuno. Non si risolve il problema della disoccupazione giovanile alzando i costi e i controlli sulle partite Iva, nonché i vincoli sull’apprendistato. Basta liberalizzare il lavoro: si assume sempre a tempo indeterminato, con la possibilità (con gli adeguati ammortizzatori temporali e sociali) di poter licenziare quando il lavoratore non serve più.
  • • OPEN DATA: se volessi assumere un laureato per trovarlo è facile: mi basta collegarmi al sito di ALMA LAUREA e … pagare. Si, pagare per avere un curriculum. Un servizio che dovrebbe essere gratuito, personalizzabile e aggiornabile dall’interessato, e continuare a valere anche dopo 15 anni dalla Laurea.
  • • Pianificazione della formazione e dei percorsi di carriera: ho degli amici con i figli in Spagna per studiare medicina, e in Romania per fare il primo anno di ingegneria. Con il numero chiuso abbiamo ottenuto un grande risultato: i cervelli scappano ancor prima di essere diventati “cervelli”. MI fermo qui su questo punto perché non vorrei essere volgare.

Ma il nostro Stato pensa al futuro e quindi non si limita a parlare di START-UP, purtroppo. Obbliga, per esempio, i professionisti a dovere “guadagnare” dei crediti formativi. Ho un amico di mio padre che si occupa di progettazione di impianti termotecnici. Da trent’anni fa solo questo e collabora con alcune società leader al mondo per farlo. Sa tutto dell’argomento, ma da domani dovrà acquisire 30 crediti l’anno altrimenti … Ho un altro amico, ingegnere, 20 anni dentro un’impresa oggi saltata. Ha la sfortuna di essere bravo, e questo lo ha portato a diventare dirigente da giovane e a lavorare nelle diverse aziende leader in Italia. Ora, proprio per questi trascorsi e per questo inquadramento non trova lavoro. Vorrebbe andare all’estero, ma ha qualche lacuna nel suo skill e per completarlo dovrebbe partecipare a un MASTER, costo esagerato, difficile accedere … però volendo dal prossimo anno grazie alle decisioni del precedente governo potrà mettere sul curriculum che ha 60 crediti formativi.

È pazzesco, viviamo in un Paese in cui si pensa di risolvere il problema della disoccupazione giovanile con le START-UP, dell’aggiornamento dei tecnici con i crediti formativi, dell’internazionalizzazione facendo i corsi in Inglese.
A volte abbiamo la sensazione che sia meglio quando (loro) si dimenticano di noi. Almeno non s’inventerebbero alcune stronzate come l’obbligo del POS per i professionisti. Conosco tanti ingegneri che fanno di mestiere i consulenti. Non hanno neppure l’ufficio: lavorano o presso i clienti o a casa. Il POS dove lo devono mettere ? in auto, in camera da letto ?

E forse correrebbero il rischi di essere più coerenti. Per esempio, si parla da anni del ritardo pazzesco dei nostri tribunali e quindi della necessità di eliminare alcuni adempimenti e spostarli su altre professioni. È accaduto questo con i giudici di pace, con i conciliatori. In alcuni casi si è affidato un compito tanto delicato a figure preparate con corsi di pochi giorni fatti per corrispondenza, Eppure sono riusciti a inserire l’obbligo che i Consigli di Disciplina, fino a ieri gestiti direttamente dagli Ordini, fossero nominati dai tribunali. Capisco per gli ordini forensi, ma nel nostro caso, su quali basi un Presidente di Tribunale sceglierà alcuni nomi ? chiamerà il presidente dell’Ordine e gli dirà “tu cosa dici ?” nella migliore delle ipotesi.

Il nostro Paese continua ad essere – per ora – una delle aree di innovazione tecnologica per molti settori: macchine automatiche e prodotti per l’edilizia, per esempio, e lo siamo stati anche nell’elettronica. Le nostre società di ingegneria e le nostre imprese generali hanno ancora la forza per lavorare nel mondo. I nostri mobilifici e i nostri design grazie a qualità e innovazione continuano a svolgere un ruolo guida internazionale. E abbiamo una forza di oltre 200.000 ingegneri, un capitale enorme che dovrebbe essere tutelato, sviluppato e impiegato.

Ma invece di semplificare ci stanno burocratizzando, invece di fornire degli strumenti vediamo che pensano di più a strumentalizzare, invece di far crescere la forza delle nostre aziende usano la forza per spolparle e per spingerle ad andarsene, invece di dare credito a chi sviluppa in modo industriale i propri processi con i nostri soldi (p.e. le POSTE) finanziano aziende decotte (come l’Alitalia): BASTA! occorre un atto di coraggio per uscire da questa situazione.

E l’atto di coraggio probabilmente non è quello di essere i primi, come professione, a mettere in atto gli obblighi irrazionali voluti da una temporanea e impreparata classe politica, ma ad essere i primi nel contrastarli, nell’adottare anche le azioni più forti – come per esempio un grande sciopero nazionale - per impedire che dopo l’abolizione delle tariffe minime, l’obbligo dell’assicurazione e dell’aggiornamento tecnico, domani qualcuno ci chieda di calarci i pantaloni per infilare la carta di credito in un nuovo tipo di POS.

Andrea Dari
Editore INGENIO