Coronavirus: la (prima) peste dell’era digitale, un anno dopo: Ci salverà un colpo di tosse?

L’articolo "Coronavirus: la (prima) peste dell’era digitale" pubblicato un anno fa su questa rivista, iniziava con questa parole “Non illudiamoci, non sarà breve

A un anno di distanza è opportuna una riflessione.

Il tema dell’articolo erano gli strumenti, forniti dalle tecnologie informatiche che, adeguatamente utilizzati, potevano aiutarci a vivere meglio questa emergenza. In particolare erano citato la teleconferenza, la formazione a distanza (FAD), il telelavoro e la geolocalizzazione (in funzione del tracciamento dei contagi).

Le prime tre sono state utilizzate alla grande, decretando una rapida ascesa delle aziende che ne hanno capito subito le potenzialità (e.g. Zoom), mentre il tracciamento con sistemi informatici ha funzionato solo in pochi paesi dell’estremo oriente.

Ora si propone una breve panoramica su alcune tecnologie informatiche che possono aiutarci nella lotta contro il virus.

 

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L'emergenza Covid e l'uso della telemedicina

La telemedicina ha fatto passi da gigante dalle “visite telefoniche” occasionali di 60 anni fa alle possibilità di telediagnosi, tele-monitoraggio e tele-consulto di oggi.

La disponibilità dei dati del paziente in cloud, la strumentazione consultabile da remoto, le app utilizzabili permettono la cura domiciliare senza che il medico debba recarsi spesso dal paziente.

Questo, soprattutto nella situazione attuale, riduce notevolmente le possibilità di contagio ed aumenta il numero di pazienti che un medico può seguire.

Inoltre la diagnostica può essere aiutata da funzioni di intelligenza artificiale, oggi a disposizione in cloud a basso costo, e questo permette di realizzare applicazioni impensabili fino a pochi anni fa.

Una delle più interessanti applicazioni, realizzata dal prestigioso MIT è descritta da questo articolo pubblicato il 4 novembre 2020 da Spectrum, la rivista dell’IEEE: “L’intelligenza artificiale riconosce il Covid-19 dal un colpo di tosse

Basandosi sulla registrazione di un colpo di tosse su un telefono cellulare si può diagnosticare con notevole precisione il coronavirus anche in soggetti asintomatici.

In ottobre è uscito un paper del MIT che analizzava un data set di 70 000 colpi di tosse. Il modello si è rivelato preciso al 98.5% sulle persone che erano state confermate positive, del 100% sugli asintomatici e dell’83.2% nell’individuare i negativi. 

Questi risultati sono resi possibili dal fatto che, mentre l’orecchio umano può distinguere da 5 a 10 tipi di colpi di tosse, le tecnologie disponibili arrivano ad individuarne fino a 300.

Il team in carico del progetto sta sviluppando un’app che, se approvata dalla FDA e adottata su larga scala, potrebbe costituire uno strumento di prescreening gratuito, conveniente, non invasivo e disponibile in ogni momento, per esempio prima di entrare in classe o in un ristorante.

L’argomento riscuote un vasto interesse in ambiente scientifico, ci sono progetti in corso in varie Università, per esempio Cambridge e Tor Vergata.

 

COVID e big data

Un’altra branca dell’informatica che ci aiuta a capire l’andamento dell’epidemia e l’efficacia dei provvedimenti presi è l’analisi dei big data.

Purtroppo però al grande pubblico vengono presentati dati non sempre significativi e non ben spiegati.

Per esempio il numero dei contagi in assoluto dice poco, dato che dipende soprattutto dal numero di campioni effettuati, inoltre ha poco senso presentare dati giornalieri molto influenzati dal ritardo, diverso di caso in caso, tra la rilevazione e la comunicazione del dato. Con gli strumenti di oggi fare delle medie correnti settimanali ha un costo zero e da un’indicazione più attendibile.

Un ultima osservazione: considerando alcuni nazioni a campione (e due stati USA) con dati presi da Worldometer il 10 gennaio 2021 vediamo che, nonostante sia evidente che la densità della popolazione e gli scambi commerciali e turistici siano un’importante causa di diffusione del contagio, se non la prima, alcuni paesi con altissima densità abitativa ed intensi scambi commerciali e turistici, almeno fino al 2019, hanno un tasso di mortalità per Covid significativamente più basso rispetto al nostro.

Ci siamo informati abbastanza sulle misure di contenimento del contagio adottate da questi paesi?

Possiamo adottarle o adattarle alla nostra situazione, almeno in parte?

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Bibliografia: