Zanco: serve un TUTOR per il calcestruzzo ?

Caro Andrea,

qualche giorno fa hai posto un interessante interrogativo circa il collegamento tra sviluppo di nuovi prodotti, adeguamento delle relative norme e crescita culturale del settore. 

Alla ricerca di nuovi prodotti, che grossolanamente intendo in prevalenza legati alla più ampia e ricca “famiglia” degli additivi, conseguono anche nuove tecniche di progettazione e produzione di miscele cementizie. Tale ricerca non ha sosta ed offre sempre più soluzioni al mercato, a cominciare dai Progettisti più attenti. E’ anche del tutto opportuno che a tale processo corrispondano anche adeguate norme di prodotto. Alla scelta del Progettista potranno (dovranno) così seguire Direzioni dei Lavori più attente e produzioni non improvvisate cosicché le opportunità tali rimangano e non vadano ad infrangersi a causa di sottovalutazioni e inefficienze. 

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Al tuo interrogativo credo di dover tuttavia dare una valenza più estesa, ovvero giudicare l’effetto del più ampio contesto normativo sulla “cultura” dell’intero settore delle costruzioni. 

Non nascondo che, avendo ormai abbandonato l’attività, non mi sono tenuto aggiornato circa il più recente aggiornamento normativo. Ciononostante, avendone seguito in prima persona lo sviluppo per oltre cinquant’anni ed avendone ben riscontrate le ricadute sul comparto produttivo, colgo il tuo invito per brevi riflessioni generali.

Sostenere che una nuova norma, qualunque essa sia, non rappresenti una fonte di arricchimento sarebbe assurdo, nonché stupido. Quindi, sempre e in ogni caso, una buona norma sia la benvenuta. “Buona” è aggettivazione non accidentale, come cerco di chiarire. 

Già sul finire degli anni ’60 (ahimè!), quando esisteva solo il Regio Decreto del 1929, una ventina di righe in totale, fu nella veste di produttori di calcestruzzo che, prima in ICITE-CNR, poi in UNI, producemmo una prima norma con cui qualificare la produzione del calcestruzzo (qualifica con esiti a tutt’oggi ancora parziali).

Fu meglio del nulla preesistente, ma non era una “buona” norma poiché, per la sua redazione, non furono coinvolti gli altri attori: i Progettisti e i Costruttori. Ne risultò una norma che definirei “incompleta”, in quanto rappresentava una visione che, per quanto corretta, rappresentava pur sempre una visione parziale. I Costruttori, negli anni successivi, mostrarono qualche interesse ai lavori svolti in UNI. I Gruppi di lavoro UNI erano coordinati da valentissimi Ricercatori di università e dei maggiori produttori di cemento. Vi partecipavano poi i rappresentanti dei Produttori, a seconda dell’oggetto della norma e, episodicamente, un rappresentante dei Costruttori. Non ho ricordi o conoscenza della partecipazione degli Ordini Professionali. Ne conseguirono, a mio modo di vedere, norme cui è mancato qualcosa per essere compiutamente “buone”. Fino alla calata delle norme CEN.

Con un salto di un trentennio giungo a cavallo del 2000. In sede CEN stavamo completando la redazione della prima 206. Al Gruppo di lavoro partecipavano rappresentanti delle Associazioni europee di Produttori, Costruttori e una forte presenza, quasi dominante, dei Professionisti.

Quando osservai che la 206 avrebbe diviso i Paesi del Mediterraneo da quelli del centro e nord Europa, il Coordinatore del Gruppo di lavoro, rappresentante di un grande Gruppo di progettazione danese, mi disse che la 206 avrebbe avuto senso solo se fosse risultata più severa delle norme che già erano applicate nei loro Paesi.

Ineccepibile, dal loro punto di vista. Resta il fatto che la UNI EN 206 per molti anni fu da noi quasi disattesa, poi aggiornata, quindi in parte di nuovo disattesa in una rincorsa cui, persino le prescrizioni della certificazione FPC, non hanno saputo porre rimedio. “Buona”, fors’anche ottima norma per i Paesi del centro-nord Europa ma, da noi, possiamo definire “buona” una norma che, per una o per altra ragione, non viene compiutamente applicata? Non credo.

Me ne deriva una prima conclusione: una norma, per essere buona, deve nascere dal fattivo contributo di tutti gli attori. La seconda, inevitabile conclusione, è che debba anche risultare “applicabile” in quanto coerente alla cultura del mercato. L’interrogativo, a questo punto, si riduce a chiederci come adeguare la cultura del mercato affinché la norma da applicabile diventi applicata. 

In Svizzera, in particolare, ma anche in Germania, Austria e Francia, la mia guida è sempre stata più rispettosa dei limiti di velocità. Per contro svizzeri, tedeschi e francesi, da noi guidano “all’italiana”. Gli automobilisti sono gli stessi, quel che cambia radicalmente (e ne fa radicalmente cambiare il comportamento) è il livello e la severità dei controlli.

Per tornare al tuo quesito, caro Andrea, entro i limiti della mia esperienza, considero che, per quanto alcune norme abbiano il “vizio” d’essere nate in contesti non assimilabili al nostro ed altre siano così puntigliose e ridondanti da apparire esibizioni di saccenteria, è sotto gli occhi di tutti la considerevole evoluzione e la oggettiva ricchezza del contesto normativo attuale. Solo se riteniamo che la qualità della nostra opera edile media mostri altrettanta positiva evoluzione, possiamo concludere che le norme siano state la ragione di quell’accrescimento culturale. Ma non è la mia opinione. Credo invece che nella divaricazione tra norme e realtà operativa si nasconda l’insidia della assuefazione al disattendere le norme. La frequenza e la reale correttezza dei controlli di accettazione, rispetto i dettami di legge, ne sono esempio calzante.

Ciononostante ribadisco il benvenuto ad ogni nuova norma perché ne facciano buon uso gli Operatori più preparati.

Rimango della convinzione che, oltre che dalle norme, il fattivo miglioramento del prodotto edile medio non possa prescindere da capitolati più ricchi e aggiornati, da Direzioni dei lavori più preparate e presenti, da Certificazioni all’altezza dei loghi, ovvero da un intero sistema di controlli seri. E’ il tutor attivo che mi fa rispettare i limiti, non il Codice della strada.

Buon lavoro!

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