Edilizia Scolastica e Pandemìa: come ripensare il luogo fisico e virtuale dell'apprendimento

La pandemìa ha influito profondamente nella evoluzione dell'edilizia scolastica in Italia, agendo sul duplice fronte dell'interruzione di alcuni processi di ripensamento del ruolo dello spazio dell'apprendimento nei programmi formativi e della sua polivalenza rispetto alle comunità di riferimento.

Ovviamente, a partire dai vincoli regolamentari degli Anni Settanta e dai più recenti documenti di indirizzo, occorre distinguere, come spazi, tra asili nido, scuola dell'infanzia, scuola primaria e scuola secondaria di primo e di secondo grado, per non parlare degli istituti tecnici superiori (post-diploma).

 

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Sotto l'egida della scuola innovativa e delle forme di partecipazione della utenza prospettica alla redazione dei documenti preliminari alla progettazione o brief (oggi documenti di indirizzo alla progettazione) si era, infatti, delineata una prospettiva, attinente sia alla realizzazione di nuovi insediamenti scolastici sia alla rigenerazione dei numerosi degradati plessi esistenti (talora anche tramite demolizione di cespiti costruiti) intesa come rivisitazione degli spazi (a iniziare dalla fine della centralità della didattica trasmissiva o della rigidità del classroom or teacher centrism e dalla valorizzazione degli spazi di connessione, da fruire in modi alternativi).

Il degrado fisico, prestazionale e funzionale, di tali beni immobiliari era stato, inoltre, associato non solo ai luoghi del precoce abbandono scolastico, ma anche al decadimento, più generalizzato, della qualità della didattica, evidenziato da ricerche condotte nell'ambito delle scienza psicologiche e cognitive, imputabile anche alla qualità degli ambienti e degli spazi della formazione, oltreché all'aggiornamento professionale del corpo docente, specialmente della scuola secondaria di secondo grado, oggetto di controversie a livello sindacale sulla correttezza delle metodologie di valutazione delle prestazioni e delle logiche di presunta origine aziendalista.

 

Come la pandemia ha influenzato lo spazio dell'apprendimento

Le logiche della trasmissione virale hanno, invece, imposto, da un lato, criteri di separazione delle attività di gruppi omogenei (bolle, o altrimenti detti) di studenti o di presenza degli stessi a rotazione, impedendo, il più possibile collaborazioni o interazioni, mentre, da un altro canto, hanno letteralmente impedito, o limitato, l'accesso al bene immobiliare non solo della gran parte dei familiari degli studenti, ma ancor più, di esponenti delle comunità di prossimità, interessati ad attività complementari che le scuole potessero ospitare.

La pandemìa ha, inoltre, attraverso i contenuti dei protocolli sanitari, enfatizzato ulteriormente le gravi carenze esistenti sia, come accennato, in materia di anagrafe scolastica nazionale e regionale sia, soprattutto, in merito alle condizioni funzionali degli edifici quanto a tematiche strutturali, impiantistiche, energetiche, e così via.

Ciò che, tuttavia, le modalità di trasmissione virale hanno sottolineato è la natura della fruizione spaziale degli ambienti confinati e degli spazi aperti delle scuole, declinata nel distanziamento fisico, nei flussi spaziali di accesso, attraversamento e uscita, nella qualità dell'aria interna.

Ciò che, del resto, è apparso maggiormente peculiare è che una prima interpretazione della diffusione del contagio ha indotto a privilegiare (modesti) distanziamenti fisici dovuti all'attribuzione del ruolo della trasmissione per contatto colle superfici e della deposizione di particelle virali di maggiori dimensioni (contenute in nuclei acquosi), in grado, però, essi stessi di sollecitare tremendamente disponibilità inadeguate di superfici e di volumi di aule, di mense, di servizi igienici, di laboratori, di auditori, di uffici e di quant'altro.

Accanto a questa criticità, di cui le caratteristiche e le disposizioni dei banchi sono divenute immediatamente icone, grazie al famigerato metro di distanza tra rime buccali, la cui fondatezza scientifica è assai dubbia e, comunque, si rifaceva a teorie non proprio recenti, si è, comunque, imposta la necessità di dotare le aule di dispositivi digitali elementari che, unitamente alla infrastruttura tecnologica di connessione, permettessero la didattica a distanza e la didattica integrata.

La consapevolezza, successivamente acquisita, che il fattore trasmissivo prevalente fosse dato dalla aerosolizzazione delle particelle di minore dimensione, capaci di generare il contagio per infezione nel corto, nel medio e nel lungo raggio (entro i due metri di distanza e ben oltre), rimanendo in sospensione nell'aria per lungo tempo, ha imposto il ricorso alla ventilazione naturale e, in rari casi, alla ventilazione meccanica controllata.

 

Covid e qualità dell'aria negli ambienti confinati scolastici

La ventilazione naturale, difficile da assicurare in modo controllabile, ottenuta attraverso l'apertura, preferibilmente non puntuale e circoscritta dei serramenti, cioè di porte e di finestre, è stata supportata da calcoli precisi dei tempi di apertura in funzione dei ricambi di aria orari e da sensori NDIR (Non Dispersive Infrared Sensor) che misurassero in continuo (in tempo reale) come proxy del livello di rischio la concentrazione in parti per milione dell'anidride carbonica (o meglio, del biossido di carbonio), l'umidità relativa (significativa per l'essicazione dei nuclei), la pressione  atmosferica, il particolato atmosferico (incidente sui recettori ACE2), oltre a offrire indicazioni di soglia ai docenti attraverso indicatori semaforici.

La qualità dell'aria interna, un tema di natura fisico-ambientale largamente studiato in epoca pre-pandemica, è, peraltro, noto essere un fattore rilevante anche per il grado di concentrazione dei discenti, e, dunque, per la qualità della didattica, o detto in altro modo, per la produttività delle attività educative.

A questo proposito, la possibilità di mettere in rete, in remoto, attraverso appositi cruscotti informativi, le serie di dati provenienti dai sensori installati in ogni ambiente confinato ha permesso di introdurre modalità e criteri di supporto alle decisioni di natura dinamica.

Sotto questo profilo, poiché la ventilazione naturale presenta costitutivi limiti, sarebbe stato necessario impiegare anche purificatori di aria e dispositivi di ventilazione meccanica controllata, che, però, impongono attente misure di dimensionamento, soluzioni impiantistiche, centralizzate o distribuite adeguate, idonea capacità logistica di ispezione e di manutenzione (inclusa la sostituzione periodica dei filtri).

La rilevanza delle condizioni fisico-ambientali degli spazi confinati dei plessi scolastici ha posto in risalto la opportunità di condurre anche sofisticate analisi di fluidodinamica computazionale, in grado di suggerire la disposizione ottimale nelle aule dei setting e dei lay out, nonché di predisporre strumenti di valutazione probabilistica del rischio di trasmissione virale (in presenza di soggetti sintomatici, pre-sintomatici o a-sintomatici) che tenessero in conto i tassi di trasmissione della SARS-CoV-2 comunitaria del territorio di riferimento, le caratteristiche dello spazio confinato, volume e frequenza respiratoria degli utenti, quanta virali da loro emessi, prestazioni e aderenza delle mascherine di varia tipologia, valori della concentrazione di anidride carbonica  e di umidità relativa, distanziamento fisico effettivo degli occupanti.

Oltre a questa considerazioni relative agli indoor learning space, diventa influente la dotazione di outdoor learning space, anch'essi ben presenti nelle narrazione attinenti al rapporto intercorrente, ad esempio per la scuola primaria, tra interno ed esterno.

É interessante, comunque, osservare come i decisori politici, per una parte di essi, abbiano sposato la convinzione che l'ambiente scolastico, endogeno, grazie a protocolli generalisti e statici fosse "sicuro", mentre il rischio andasse rintracciato nei focolai domestici, nel trasporto pubblico locale, nelle attività estra-scolastiche: nei fattori esogeni.

Anche la stessa ipotesi di chiusura temporanea della didattica in presenza appare essere maggiormente subordinata a indicatori reattivi di convivenza colla Covid-19, quali l'incidenza o il numero di riproduzione, che non a criteri proattivi, tipici di strategie No Covid, come il combinato disposto di monitoraggio sensorizzato in tempo reale e in remoto della qualità degli ambienti confinati, il prelievo periodico di campioni di aria interna da cui rilevare la carica virale, il ricorso sistematico al pool testing nelle sezioni.

É chiaro, perciò, che si inizia a percepire come cruciale per l'efficacia delle attività svolte nei cosiddetti healthy building, la dimensione del benessere e della salubrità fisico-ambientale, spesso, in precedenza, relazionata unicamente alle prestazioni energetiche dell'edificio, uno dei temi ricorrenti a proposito del recupero e della riqualificazione degli edifici scolastici esistenti, assieme al tema del miglioramento sismico.

 

Ripensare il luogo, fisico e virtuale, dell'apprendimento

Ed è, proprio in merito a questo punto, che si può identificare un punto di rottura tra un racconto, paradossalmente tradizionale, che probabilmente connoterà il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, e un diverso storytelling che potrebbe risultare significativo per una prospettiva inedita.

Ciò, infatti, che la pandemìa ci restituisce è la comprensione della natura potenzialmente differente del cespite immobiliare scolastico, secondo tre direttrici principali:

  1. grazie a un sistema di co-simulazione di digital mirror che restituisce la comprensione dei modi di funzionamento e di guasto del bene fisico (da quelli strutturali a quelli impiantistici) è possibile rendere semi-autonomo il processo decisionale di gestione del cespite (cyber-physical) mediante un flusso di dati strutturati e semi-strutturati dato dalla sensoristica (recettori e attuatori);
  2. un analogo, e più importante, dispositivo di co-simulazione può riguardare, in una ottica di GDPR compliance, i comportamenti e i flussi di utenti nello space as an experience e nello space as a service (on demand) della scuola interconnessa dello human digital twin;
  3. il ruolo della mobilità privata e pubblica legata ai flussi diretti verso e provenienti dagli insediamenti scolastici, unitamente alla condotta e alla salute dei nuclei familiari e parentali, mette in luce i confini dilatati della scuola come infrastruttura territoriale, che evocano non solo la medicina scolastica e la tele-medicina, ma pure, appunta, forme di integrazione e di ibridazione della didattica che, dalla scuola digitale in presenza potrebbero, in un contesto futuribile, giungere alla tele-presenza.

É palese, pertanto, che nel periodo di transizione post-pandemico e nella cosiddetta nuova normalità non potranno darsi solo azioni di rigenerazione urbana e di ripristino delle nuove metodologie formative, connettendo riqualificazione degli edifici, del corpo docente e del personale ATA, bensì sarà necessario ripensare il luogo, fisico e virtuale, dell'apprendimento, localizzato e dis-locato, come dispositivo geo-spaziale comportamentale.

Nello scenario della third platform, vale a dire della dis-intermediazione del cespite scolastico cyber-physical, ormai dilatato nello spazio della residenza familiare, in cui il discente soffre del disagio psicologico dato dalla lontananza dalla socialità in presenza, ma, al contempo, nel quale nutre forme virtuali di relazionalità (e di profilazione) da social network, più ancora che del digital twin, occorre mettere a sistema gli spazi fisici, ma non esclusivamente, aperti e confinati, dell'apprendimento presenziato con quelli, altrettanto fisici, ma non solo, dei luoghi remoti (l'abitazione nei confinamenti più o meno rigidi, ma anche altri ambienti, più o meno probabili, dell'epoca post-pandemica, nei quali fare esperienze di socialità differenti).

D'altra parte, se, prima della pandemìa, si ambiva a fare dell'edificio scolastico un luogo della socialità estra-scolastica del distretto urbano, più o meno smart, non solo energeticamente parlando, oltre che un ambito della neutralità climatica, nel corso del periodo pandemico, si è immaginato che il museo, il teatro, la piazza, il giardino, il bosco, potessero divenire destinazioni di uso della didattica.

Per queste ragioni, di là da programmi curriculari interclassi e intergenerazionali, da formazioni digitali, sostenibili, circolari, inclusive, multiculturali, se le connotazioni del centro e della periferia (della policentricità) mutano anche in senso non strettamente fisico, le attitudini collaborative e ibridative dilatano nel  tempo e nello spazio l'identità del luogo dell'apprendimento, ma sollecitano pure i significati degli insediamenti della formazione da 0 a 19 anni, tra istruzione e salute pubblica.

Secondo questo approccio, possiamo immaginare, associandolo allo Smart Readiness Indicator for Buildings comunitario, legato alla efficienza energetica degli edifici, un Infection/Health Preparedness & Learning Effectiveness Indicator for Helpful & Sensitive School Buildings.