MURATURA VS CALCESTRUZZO ARMATO: la COSTRUZIONE del PALAZZO di CITTÀ di SALERNO

Questo articolo "CAMILLO GUERRA E LA COSTRUZIONE DEL PALAZZO DI CITTÀ DI SALERNO" è stato preso dagli atti del congresso "Concrete2014 - Progetto e Tecnologia per il Costruito Tra XX e XXI secolo"

Introduzione
Quando Camillo Guerra nell’estate del 1928 venne nominato Ingegnere Capo dell’Ufficio Tecnico del Comune di Salerno, la città stava vivendo un periodo di radicale trasformazione urbana attraverso la colmata a mare e la realizzazione della nuova via litoranea, in attuazione del Piano dell’ing. Franklin Colamonico (1912), e attraverso l’espansione ad oriente, guidata dal Piano Regolatore degli ingegneri Ernesto Donzelli e Nicola Cavaccini (1915 e 1922).

In questo clima di forte rinnovamento e fervore edilizio, fu ridisegnato il volto della città che si andò delineando, secondo quanto definito dai piani, attraversomoderni tracciati viari e lotti regolari dove trovarono spazio le residenze per tutte le classi sociali: villini e palazzi per la ricca borghesia, abitazioni ed uffici in condominio per la classe media e case popolari e popolarissime per i ceti impiegatizi e per i meno abbienti. Punto nevralgico del nuovo assetto urbano era costituito dagli edifici pubblici, indispensabili per dotare la città di tutti i moderni servizi e di sedi adeguate per le istituzioni.

I caratteri dei nuovi edifici rispecchiavano il vivace dibattito culturale nel quale maturavano le scelte dei progettisti locali, perlopiù ingegneri, ancora per certi versi ancorati alla tradizione ottocentesca, ma talvolta inclini ad accogliere i nuovi stimoli della modernità, soprattutto in riferimento alla scelta delle modalità costruttive. Il calcestruzzo armato si andava via via diffondendo accanto ai materiali tradizionali, ma veniva impiegato prevalentemente nella realizzazione di singoli elementi (solai, scale, pilastri) e nascosto in spesse strutture murarie.

Ancora nel luglio del 1930 l’ing. Michele de Angelis, uno tra i più attivi ed autorevoli progettisti salernitani, poneva l’accento sulle problematiche dell’isolamento termico e acustico del calcestruzzo, al quale preferiva il carattere di monumentalità fornito dalla compattezza di solide mura.

In questo contesto Camillo Guerra, poco più che quarantenne, ma già affermato professionista e accademico, accettò la direzione dell’Ufficio Tecnico Comunale anche in previsione – come lui stesso confidò - dell’affidamento del progetto del
nuovo Palazzo di Città, per il quale non era stata ancora decisa la definitiva ubicazione.

Un progetto per Palazzo di Città
L’esigenza di dotare la città di una più appropriata sede per l’Amministrazione Comunale, allora allocata nel modesto Palazzo Sant’Antuono in via dei Canali, iniziò ad essere avvertita sin dalla fase post-unitaria e divenne quanto mai prioritaria nel corso dei primi decenni del Novecento, quando la città avviò il suo radicale processo di modernizzazione. Nonostante fossero stati avanzati numerose e concrete proposte e validi studi già a partire dagli anni Dieci del secolo scorso, dopo circa venti anni e vari concorsi non si era ancora raggiunta la convergenza su alcuna delle soluzioni prospettate, né era stato ancora definito il
luogo da destinare alla sua costruzione.

Alcuni propendevano per la città antica, adattando un edificio già esistente (Michele de Angelis propose di destinare il prestigioso Palazzo Genovese a Largo Campo) o ‘bonificando’ qualche area malsana; tra le varie ipotesi si pensò anche al largo Principe Amedeo (oggi piazza Portanova) o al lotto sul quale poi sorgerà il palazzo di Giustizia. D’altra parte, il Piano dell’ingegnere Franklin Colamonico del 1912 non aveva previsto un lotto per la nuova sede Comunale e solo il successivo Piano Donzelli-Cavaccini ipotizzò, in una prima stesura, di realizzare il Palazzo di Città sul Corso Garibaldi, di fronte al Monumento ai Martiri della Libertà.

Dopo la guerra, nel 1919, l’assessore comunale Giovanni Cuomo propose, invece, di destinare uno dei suoli di risulta dalle opere di sistemazione della spiaggia urbana, coerentemente al disegno di sviluppo complessivo che si andava delineando per la città; tale ipotesi riscosse ampio consenso, tanto che il Comune incaricò l’ing. Ernesto Donzelli di individuare tra i suoli ancora disponibili quello idoneo allo scopo e, sulla base della relazione del professionista, venne designato il lotto B (dell’estensione di mq 2.300) prossimo ai giardini comunali e compreso tra il Palazzo Natella e il lotto A, dove fu edificato di lì a poco il Palazzo della Società Edilizia.

Individuato il lotto, il progetto, commissionato allo stesso ingegnere Donzelli, fu approvato dalla Commissione Edilizia il 24 gennaio 1920 con una sola prescrizione: armonizzare i portici con quelli dell’adiacente palazzo Natella in costruzione, così come era stabilito nel “Capitolato di vendita dei suoli di risulta delle opere di sistemazione della spiaggia urbana”4. Il progetto, di cui ad oggi non si conoscono i grafici, non fu però realizzato a causa della mancata erogazione del mutuo previsto.

Si succedettero poi idee, progetti, concorsi, dibattiti, polemiche, delibere, ma nessuna proposta riuscì a concretizzarsi fino al 1928, quando l’incarico per la progettazione del nuovo Palazzo di Città venne affidato al nuovo capo dell’Ufficio Tecnico Comunale, Camillo Guerra.

Il progetto di Camillo Guerra
Guerra portava con sé un ampio bagaglio di conoscenze e di esperienze già maturate in ambito professionale (come progettista e come funzionario del Genio Civile) ed accademico (sarà docente di Architettura Tecnica a Napoli dal 1926 al
1960); a Salerno nel 1916 aveva anche partecipato al concorso per la progettazione della sede della Camera di Commercio, qualificandosi al secondo posto.

La sua formazione e la sua attività si caratterizzavano per il peculiare profilo culturale del progettista colto, in grado di coniugare tecnica ed arte e di esprimere, nelle scelte costruttive e nel linguaggio architettonico, la tensione, propria del suo tempo, tra tradizione e innovazione, tra eclettismo storicistico e modernismo.

Di fronte all’incarico forse più importante del suo iter professionale, Guerra intraprese un lungo periodo di riflessione progettuale, elaborando nel corso di un anno almeno tredici differenti planimetrie e cinque studi di facciata. Il percorso si
rivelò complesso, cambiò più volte i suoi riferimenti stilistici, sperimentando tutti gli ordini classici e alternando (e talvolta sovrapponendo) stilemi di ispirazione rinascimentale al barocco, al neoclassico, alle interpretazioni del passato dei suoi
contemporanei; in tutti i progetti rimase però costante il tema del basamento in bugnato con il sovrastante ordine gigante e il porticato sul lato Nord.


Il progetto definitivo venne sottoposto alla Commissione Edilizia il 26 aprile 1929, che l’approvò esprimendo plauso per il progettista e considerando pienamente rispondente all’ambiente architettonico della Città lo stile prescelto, ossia “il vero classico dell’Ottocento opportunamente modernizzato”.

Gli elaborati approvati mostrano un edificio caratterizzato da un impianto asimmetrico con un porticato lungo i lati ovest e nord; il porticato sul lato nord ha l’asse che segue una poligonale regolare, con un tratto centrale dove è posizionato l’ingresso principale e due tratti obliqui in modo da raccordarsi da un lato al porticato di Palazzo Natella e, dall’altro, con il marciapiede proveniente dal Teatro Verdi. Un lieve avancorpo sottolinea il tratto centrale sulla via Roma, al fine di rendere l’ingresso visibile “per chi viene sia dalla direzione della stazione ferroviaria che da quella del teatro Verdi”6. Sul lato Sud, verso il mare, la facciata curva lievemente, formando una leggera esedra che si uniforma all’andamento della strada.

Fulcro della composizione è il cortile centrale coperto da una volta in vetro cemento e definito sul lato meridionale dallo scalone d’onore a quattro rampanti che conduce al piano nobile, dove un ampio vestibolo immette al Salone di Rappresentanza, con affaccio sul mare, alla sala della Consulta e agli altri Uffici dirigenziali. Tutta l’ala meridionale del piano terra è invece occupata dall’ampia sala del Cinematografo che si estende per una larghezza di m 18,50 ed una lunghezza di m 54, con una capacità di circa milleseicento posti.

Le facciate sono improntate al gusto neoclassico: un alto basamento bugnato, che comprende i porticati sui lati nord e ovest, è sovrastato da un ordine gigante che scandisce i piani superiori.

Appare chiaro l’intento del progettista di abbandonare la linea più modernista, che pure si era evidenziata nella semplificazione delle linee in una sua soluzione precedente, per assecondare “le tendenze delle autorità locali [che] in quell’epoca rifuggivano da qualcosa di schiettamente moderno”, per ripiegare sul collaudato e più convenzionale linguaggio storicista, prediligendo, quindi, gli stili del passato e, tra questi, in particolare “due momenti dell’Arte Salernitana (…): o il sei-settecento con la sua  grazia decorativa e la sua festosità coloristica, o l’ottocento neo classico che, specie lungo la città sul mare, ha avuto notevoli espressioni di dignità stilistiche, diffuse in tanti fabbricati privati e che avevano le più salienti espressioni di nobiltà”.

La costruzione del Palazzo di Città fu intrapresa, infatti, quando già erano stati realizzati o si andavano completando tutti gli altri edifici sul nuovo lungomare, tra cui anche alcune importanti sedi istituzionali quali il Palazzo del Consiglio Provinciale per l’Economia e il Palazzo delle Poste, tutti conformi ai caratteri dell’edificio a blocco tradizionale, seppur rivisitati in alcuni casi secondo le più recenti tendenze del gusto floreale.

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