Brevi Pensieri Sparsi sulla Digitalizzazione nel Settore della Costruzione e dell'Immobiliare

Vorrei  proporre una sintetica riflessione intenzionalmente dis-ordinata sul tema della digitalizzazione, poiché credo che, allo stato attuale, occorra procedere a una sorta di con-fusione, poiché, dopo un decennio di intenzioni e di prassi, mi pare sia terminato il periodo delle aspettative inverificate e sia, al contrario, giunto il tempo del pensiero critico.


 

Digital Divide, analogico vs digitale: due percorsi differenti della digitalizzazione

É, anzitutto, evidente che la straordinaria centralità assunta dal dato e, al contempo, la estrema dilatazione del suo campo di applicazione, abbiano sancito un palese sdoppiamento tra un approccio analogico alla digitalizzazione e uno, invece, appunto, digitale.

Il primo assunto da avanzare riguarda il fatto che la digitalizzazione non possa più, in effetti, procedere autoreferenzialmente, dato che, sia che si tratti di fungere da «strumento» sia che essa assurga a «metodo», il contesto valoriale, ben esemplificato da sostenibilità, resilienza, circolarità, neutralità climatica, inclusione sociale, forza un confronto sempre più serrato.

Ciò, in realtà, attiene alla necessità di ibridare le locuzioni di ambiente naturale e quella di ambiente costruito, come la pandemìa ha inequivocabilmente indicato e costretto, ma, questo passaggio presuppone non solo una ridefinizione del concetto di «infrastruttura» tangibile, allargata alla agglomerazione urbana e alla estensione territoriale, ma pure l'insorgere di un assetto infrastrutturale immateriale che include, o, per meglio dire, ingloba i cittadini, nella loro veste, interconnessa, di abitanti, lavoratori, turisti, e, più genericamente, utenti ed occupanti: di uno spazio fisico, così come di uno virtuale: di una Third Platform.

 

Digital divide, le riflessioni di angelo ciribini

 

Il punto è che entrambi questi spazi, aperti e confinati, pubblici e privati, sono ormai definibili come «piattaforme e reti sociali», costringendo il settore della costruzione e dell'immobiliare, almeno secondo la versione meno analogica della digitalizzazione, a rivedere il significato di identità, di processo, di prodotto, di catene (del valore e della fornitura).

In altre parole, il versante della domanda che si sta generando, estremamente individualizzabile e contestualizzabile, impone a quello dell'offerta di fornire soluzioni ibride, materiali e intangibili, al medesimo tempo.

É chiaro, tuttavia, che la complessità generata da questo potenziale cambio di paradigma, che sposta l'attenzione (e la marginalità conseguibile) dal prodotto al servizio, dal vissuto al vivibile, dal concreto al relazionale, sancirebbe un cambio di paradigma che passerebbe unicamente attraverso l'attivazione del dato nei meccanismi decisionali: è per questa ragione che si avanza l'espressione «processo o prodotto autonomo».

Non per nulla, la «leggibilità da parte della macchina» e «l'algoritmo che apprende e che decide» sono cruciali in quella definizione di Built Environment caratterizzato dall'Artificial Intelligence of Things.

Si tratta, però, a questo punto, di riconoscere un divario inevitabile, uno sdoppiamento tra due percorsi di digitalizzazione differenti, l'uno analogico e l'altro digitale, che non possono più essere collocati lungo un asse evolutivo lineare.

Si tratta, specialmente, di ammettere che l'eventualità dell'avvento della Platformization e della Autonomization non consenta certo, da parte del settore, una adesione acritica, proprio perché la posta in gioco è identitaria, non riguarda solo la formulazione di modelli organizzativi inediti.

D'altra parte, l'algoritmo pregiudiziale e l'automatismo riduzionista sono due fattori che, ormai scontati in altri settori economici, rischiano di introdurre in quello della costruzione e dell'immobiliare, all'insegna dell'innovazione, soluzioni deterministiche e meccaniciste preoccupanti, oltre che eticamente sensibili.

Sappiamo, peraltro, che il settore, da sempre, a partire dall'industrializzazione edilizia degli Anni Trenta del secolo scorso ai recenti insuccessi di Katerra o di WeWork nel proporsi come Unicorn e Technology Company (non è, in effetti, in questione il business model sotteso), si è dimostrato sempre capace di attenuare e, addirittura, di neutralizzare le logiche a esso estranee, in considerazione del fatto che i soggetti che le avrebbero volute imporre non abbiano dimostrato col dominio specifico sufficiente familiarità.

É necessario, perciò, a testimonianza di una incrementata maturità digitale del comparto, iniziare a validare, persino a mettere in discussione, narrazioni e racconti ormai capillarmente diffusi nella pubblicistica, nei confronti della realtà, attuale e prospettica.

É proprio, invero, la richiesta di suggerire metriche computazionali (che, come dicevo, appaiono sostanzialmente ambigue nelle promesse e negli esiti) relative, ad esempio, agli obiettivi di sviluppo sostenibile enucleati dalle Nazioni Unite, a far sì che la digitalizzazione, da metaforico tool divenga consapevole instrument, o, nel migliore dei casi, instrumentum regni.

Il problema risiede nella cogenza di una transizione che parla di integrazione (tra professionalismo e imprenditorialità), di ibridazione (tra materiale e immateriale), che implicherebbe conseguenze pesanti sulle strutture mentali e organizzative del settore e che non potrebbe avere successo se avvenisse su basi precarie e in tempi irragionevoli.

La stessa idea di «piattaforma», non tanto di prodotto, quanto di immaginario, prevede che ci si introduca nel vissuto e nel desiderio delle singole comunità per proporre loro, a partire dall'ambito condominiale, ircocervi di prodotti e di servizi che, a loro volta, devono essere proposti nei caratteri e nelle terminologie delle diverse transizioni in atto.

Affinché ciò possa avvenire correttamente, ritengo che si debbano governare in maniera sinergica le trasformazione analogiche e quelle digitali della digitalizzazione, quantunque spesso avvengano su livelli incommensurabili e forse poco interoperabili, ma, in particolare, che non lo si debba fare a prescindere dal settore e dalla sua storia, ponendosi, per il tramite di exempla esterni, al di fuori di esso, soggetti a molte fascinazioni e a qualche interpretazione ingenua dei processi evolutivi altrove maturati.

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