AQUILA, 5 ANNI dal SISMA, un centro con FINESTRE SPENTE e PORTE SBARRATE

All'inizio di questa settimana sono stato a l'AQUILA per un Workshop internazionale organizzato da RELUIS a 5 anni dal sisma.

Arrivato nel tardo pomeriggio, ho voluto fare una passeggiata nel Centro Storico, ovviamente nelle aree aperte.

Finchè c'era luce la cosa che più mi ha colpito sono stati i progressi rispetto all'ultima mia visita, un anno fa. Molti cantieri aperti, tante gru, bancali con materiale in attesa di essere utilizzato, ponteggi, e sistemi provvisionali di messa in sicurezza.

Peraltro la messa in sicurezza è stata fatta con catene e cinture, pochissime punzonature in legno, e questo ha ovviamente favorito sia la realizzazione dei cantieri che l'apertura di numerose strade al pubblico.

E finchè c'era luce diciamo che l'immagine - a 5 anno dal sisma - era rassicurante, dava l'idea di una città che vuole e sta rinascendo.

Poi però si è fatto buio, ed è cambiato lo scenario.

Mi sono improvvisamente ritrovato in una città in cui le uniche luci presenti erano quelle dell'illuminazione pubblica. Strade, vie, viottoli, con case con finestre spente e portoni sbarrati. E questo buio ha ridestato in tutta la sua drammaticità la situazione di una città ancora morta, senza abitanti, senza negozi, senza televisioni/radio/computer/playstation accese, senza pianti di bambini o urla di genitori, senza porte/finestre che sbattono, auto che parcheggiano.

Qualche bar e ristoranti aperti sul corso, un albergo, e poi null'altro. buio e silenzio, recinzionie cartelli, vetrine impolverate e finestre sbarrate, una pulizia surreale delle pavimentazioni come a testimoniare una non vita, una non presenza. 

   

In quel momento pensi al fatto che tutto questo mondo si è spento come con un unico interruttore alle 3.32 di notte. Mi raccontava un amico "ho sentito tutto crollare, tutto caderci addosso, siamo scesi dal letto, la luce non si accendeva, solo buio e polvere, e la quantità di detriti che bloccava la porta della camera. Ho aperto la finestra e ci siamo buttati fuori ...". Interi quartieri, vie, isolati che in un momento finiscono di avere una funzione. 309 persone che si spengono con questo interruttore.

    

Un silenzio terribile, che da un senso alla frase che un caro amico mi rivolge il giorno dopo, durante la visita di uno di questi palazzi, che all'esterno appare quasi intatto e all'interno è praticamente distrutto: "Andrea, non ne posso più, non ce la faccio più a vivere così". E non un grido di lamento, o di chi vuole arrendersi, ma di chi, per vita vissuta e per lavoro è coinvolto in prima persona in questa tragedia, e che negli ultimi 5 anni ha avuto un solo argomento, un solo tema: il sisma e la ricostruzione.

  

Chi vive l'esperienza del sisma viene identificato con un marchio indelebile: terremotato. Chi l'ha vissuto dice che non bastano 10, 20, 30 anni per dimenticare. Basta una notte tra queste strade per capirlo.

Le FOTO: www.facebook.com/media/set/

E capire quanto sia importante impegnarci tutti per poter riaccendere, il prima possibile, questo interruttore.

   

Andrea Dari

Editore Ingenio