Cocco: Voltare pagina per il pianeta e per noi, la durabilità del calcestruzzo sarà il fattore determinante

La vera sostenibilità della filiera del cemento e del calcestruzzo? Passa dalla durabilità

C’è chi punta a efficientare il processo produttivo del clinker, chi a ridurne il contenuto utilizzando materiali cementizi alternativi, chi studia leganti di nuova composizione e chi spinge per l’utilizzo di combustibili solidi secondari nelle cementerie. 

Il tutto con l’obiettivo sempre più imperante di contenere e ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera. 

Per Silvio Cocco, Presidente dell’Istituto Italiano per il Calcestruzzo, sarà il fattore della durabilità, connaturato a quello di qualità costruttiva, che renderà possibile una grandiosa operazione ecologica basata sulla sostenibilità ambientale ed economica.

Ecco perché.


Opere durevoli e di qualità per lo sviluppo sostenibile della filiera del cemento e del calcestruzzo

Presidente Cocco, è possibile uno sviluppo sostenibile della filiera del cemento e del calcestruzzo? Come?

SC: A mio parere, la sostenibilità ambientale passa soprattutto attraverso il fattore della durabilità. Un tema non nuovo, ma prepotentemente tornato alla ribalta in epoca di ripartenza e resilienza. Per durabilità s’intende la capacità di rispondere alle sollecitazioni dei contesti nel tempo, dunque presupponendo una lunga durata. A dire il vero, di sostenibilità ambientale, così come la intendiamo oggi, si parla fin dall’inizio degli anni Duemila. È il Terzo Millennio, infatti, che apre le porte a visioni di futuro non più “strumentalizzate”, ma orientate al bene comune, di oggi e soprattutto di domani, a sostegno delle nuove generazioni. L’inizio Millennio, ancora in prevalenza epoca di teorie, vede affermarsi tra gli altri un concetto importante: l’innovazione è parte integrante della moderna ecosostenibilità. In sostanza ritengo che la sostenibilità, sia ecologica sia economica, si ottenga tenendo conto di tre fattori: ambiente, innovazione e durabilità.

 

Cosa determina la durabilità delle opere?

SC: I materiali senz’altro, ma anche e soprattutto le buone pratiche. Nel campo delle costruzioni il traino che avrebbe portato a nuove e buone pratiche è il concetto di “prolungamento della vita utile”, correlato a quello di “incremento prestazionale”. La meta da perseguire diventano così le opere perfette ed eterne come quelle degli Antichi Romani. La ragione per la quale, proprio all’inizio degli anni Duemila, insieme a un team di tecnici bravi e rigorosi ho fondato un Istituto che si occupasse di studiare il calcestruzzo, trova origine in questa duplice finalità. Uno dei più grandi successi dell’Istituto è consistito proprio nell’aver sviluppato una soluzione, pienamente comprovata da centinaia di applicazioni, in grado persino di superare i risultati della “pietra romana”, quella che ci ha lasciato pressoché intatti ponti, strade e acquedotti dopo millenni.

 

Silvio Cocco: intervista sulla durabilità e sostenibilità del calcestruzzo

 

Dalla ricerca applicata alla “durabilità ecosostenibile”: il caso del compound Aeternum

Come hanno fatto gli antichi Romani a costruire opere così durevoli e performanti? E quale lezione possiamo trarne?

SC: I Romani hanno realizzato opere impiegando prevalentemente pozzolana, materiale che a contatto con la calce libera la “neutralizza” vanificando ogni contatto con CO2 e con esso i danni alle strutture. All’inizio del Millennio abbiamo trovato i degni sostituti della pozzolana, ossia le nanomolecole di silice, e di fatto abbiamo “replicato” lo schema dei Romani. Eliminando la calce libera dal calcestruzzo, abbiamo rimosso il principale veicolo di carbonatazione, infatti, ogni molecola di CO2 che “bussa alla porta”, in pratica, viene completamente disinnescata.
Da questa idea, nata dallo studio, dalla storia e dalla cultura, abbiamo sviluppato Aeternum, un compound di additivi che rende il calcestruzzo addirittura più performante della pietra romana. Questa tipologia di materiale, che è totalmente impermeabile non solo all’acqua ma anche all’aria, è già stato impiegato con successo in pavimentazioni industriali, ponti, gallerie, banchine marittime, canalizzazioni e molte altre opere costruttive, divenute intrinsecamente ad alta durabilità. Il calcestruzzo impermeabile, dunque, esiste da quasi 18 anni ed è un veicolo di durabilità, proiettato pienamente nel futuro. Tutto questo è stato possibile grazie alla ricerca, allo sviluppo e una visione che ha saputo guardare alle migliori pratiche della storia costruttiva dell’uomo, a partire da quella romana.

 

Silvio Cocco-Teknachem 

 

Che cosa dobbiamo fare oggi per creare un circolo virtuoso che alimenti la futura sostenibilità?

SC: Oggi le questioni del clima e della tutela dell’ambiente sono al centro delle politiche di istituzioni e industria. Il calcestruzzo non sfugge a questa attenzione, dal momento che un suo componente, il cemento, notoriamente è causa della produzione di anidride carbonica. Alcune politiche da tempo in atto hanno insistito con una misura come la “carbon tax” sulla produzione del clinker, a sua volta componente base del cemento.
Ma qual è il principio ispiratore di un provvedimento di questo genere? Non certo l’obiettivo a lungo termine di una riduzione delle emissioni a beneficio delle future generazioni, dal momento che insistere sul “maggior costo” non solo non è un fattore deterrente sul piano della tutela ambientale, ma si traduce in un atto che, per di più, innesca un vero e proprio circolo vizioso. Maggiorare il costo del clinker significa semplicemente far pagare più caro alla collettività cemento, calcestruzzo, esecuzione, gestione dell’appalto edile o infrastrutturale. Si dovrebbe mettere in primo piano il fattore della durabilità, che è connaturato a quello di qualità costruttiva, in questo modo potremmo davvero attuare una grandiosa operazione ecologica».

 

Perché continua a sottolineare l’importanza della durabilità di un’opera come elemento chiave per la sostenibilità?

SC: Se un ponte o un tunnel, stradale o ferroviario, può durare 200-300 anni, per questo lasso di tempo non dovremo demolirlo e ricostruirlo e, se l’opera sarà stata realizzata con tutti i crismi della qualità, anche la manutenzione potrà essere ridotta al minimo. Se è vero che nel passato il concetto di “vita utile” applicato al calcestruzzo non era prioritario, mentre oggi nella progettazione questa sensibilità è radicalmente cambiata, è altrettanto vero che l’opinione tecnica comune assegna alle costruzioni cementizie una vita utile di 50 anni. Estenderla fino a 300 anni significa automaticamente “risparmiare” cinque operazioni di demolizione e ricostruzione, incluse asportazioni di materiali, trasporti e smaltimenti con tutte le conseguenze del caso. In poche parole, cinque “grandi opere”, semplicemente, non sarebbero più necessarie, con annesso impiego di materiali costruttivi quali il cemento e la conseguente produzione di CO2.
Il circolo virtuoso, dunque, si può innescare soltanto, a mio parere, puntando sulla durabilità, intesa davvero come dono consapevole alle generazioni future. Tecnicamente è possibile e gli esempi non mancano. Tra questi, vi sono i nuovi attraversamenti ferroviari alpini i cui tunnel sono stati progettati per avere una vita utile di 200 anni. Siamo sul piano dell’eccellenza tecnica, ma è proprio questo il faro che dobbiamo seguire, insieme a quello della ricerca, dell’innovazione e della qualità. Secondo un approccio che deve essere il più possibile diffuso e incentivato, che deve diventare cultura ampia e condivisa.

 

Attestati TeknaChem

 

L’industria italiana del cemento da tempo sta mettendo in atto azioni per il contenimento delle emissioni di CO2, a esempio, efficientando il processo produttivo del clinker sia studiando semilavorati a minor impatto sia riducendone il contenuto per unità di cemento. Cosa ne pensa?

SC: Il cemento in questo momento particolare sta presentando seri problemi di qualità. Il klinker è il suo componente essenziale, i surrogati sono pericolosi già quelli sperimentali, quelli a venire non ne parliamo.

 

Tra le altre strategie vi è anche quella che contempla l’uso dei combustibili alternativi nelle cementerie, i cosiddetti combustibili solidi secondari (CSS) che derivano dal riutilizzo di rifiuti non pericolosi altrimenti destinati allo smaltimento negli inceneritori o nelle discariche. È anch’essa una valida soluzione? 

SC: Da tempo si usano combustibili alternativi di ogni genere, oggi si sta andando oltre. Non dimentichiamoci che la cottura è a fiamma diretta e i residui della combustione sono a diretto contatto con il materiale stesso così pure i metalli pesanti presenti ed altro. Lascio a voi le conclusioni…

 

E le ceneri? E la CO2? E il cloro?

SC: Tutto finisce nel klinker.


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