Gestione dell’impermeabilizzazione nei locali interrati o sotto quota

Come impostare una corretta progettazione quando si tratta di impermeabilizzare una struttura? Quale tipologia di materiale e/o prodotto prescrivere?

Di seguito un articolo che analizza alcuni aspetti da tenere in considerazione quando si tratta di progettare l'impermeabilizzazione di locali interrati o sotto quota.


Costruire sotto terra

Le nuove frontiere della tecnologia e dei trasporti stanno spostando la loro frontiera nello spazio esistente sotto i nostri piedi.

Il sotto quota è sempre più un punto di arrivo da quale non possiamo tenerci lontani; mancanza di spazio, gestione di lavori pericolosi, trasporti sicuri ci portano a individuare zone operative che non creino disagi a chi vive in superficie.

I trasporti innanzitutto, dalle ferrovie metropolitane, alle stazioni dell’alta velocità, ai tunnel che corrono sotto il mare; ma non basta, nelle città del freddo nord, con particolare riferimento al Canada, ci sono dei veri e propri quartieri cittadini che si sviluppano sottoterra, fino ad arrivare ai “grattaterra” (Earth scraper), dei grattacieli al contrario.

Tutto questo per svariati motivi: spazio, gestione degli spazi urbani, ampliamento del verde pubblico, coibentazione naturale, etc.

Gli architetti migliori al mondo stanno da tempo immemore sviluppando spazi sotto il piano di campagna per vivere, immagazzinare e trasportare senza che vi siano ripercussioni sulla superficie.

Gli antichi romani usavano questo spazio “di servizio” per immagazzinare, oppure, quando si trattava di gestione delle terme negli ambienti interrati trovavano spazio le condutture dell’aria calda o fredda; negli interrati del Colosseo operavano le macchine del teatro più grande del mondo. Infine, che dire sui sotterranei più moderni di Santa Sofia o della metropolitana di Mosca.

Tutte queste strutture incredibili hanno sempre avuto un punto debole da risolvere: la penetrazione dell’acqua nella struttura che avrebbe potuto causare danni importanti alla stessa, rischiando anche di danneggiarla irreparabilmente.

 

Impermeabilizzare: perché è così importante?

Le impermeabilizzazioni, come citato dalle NTC 2018, "devono essere tali da evitare che infiltrazioni d'acqua possano arrecare danno alle strutture portanti", e non solo, "le opere di impermeabilizzazione […] devono essere eseguiti con materiali di qualità e con cura esecutiva tali da garantire la massima durata e tali da ridurre interventi di manutenzione e rifacimenti".

Questi sono gli unici due passi che regolano le impermeabilizzazioni in tutta la normativa cogente in Italia. Non c’è altro, eppure sono di una potenza inenarrabile. Non lasciano adito ad interpretazioni, sono definizioni secche, quasi da libro scolastico. Le impermeabilizzazioni devono evitare che l’acqua possa fare danni alla struttura portante e devono essere fatte con cura maniacale. Si parla di "garantire la massima durata".

Per questo la scelta dei materiali, delle tecniche applicative non può essere frutto di una mera opportunità commerciale ma deve riguardare il progettista con la sua conoscenza, moralità ed integrità professionale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a crolli tragici che hanno strappato vite innocenti e che non si spiegano se non con la mancanza di quello che il passo citato chiede "cura esecutiva". Ma questa cura non può essere messa solo nelle mani dell’esecutore, anche il progettista, il direttore tecnico del cantiere, il direttore lavori devono essere in grado di giudicare se il lavoro è stato eseguito bene o male.

Non si tratta di trovare il responsabile ma di "ridurre interventi di manutenzione e rifacimenti" e ovviamente quando sono necessari questi dovranno essere ricondotti alle stesse regole, visto che in questi sarà sempre presente un lavoro di impermeabilizzazione.

Il punto centrale è che la norma non dice che il lavoro nuovo deve essere fatto bene, ma che tutti i lavori di impermeabilizzazione, indipendentemente dalle dimensioni e dal luogo, devono essere tali.

Se è vero per un impalcato stradale o per una copertura commerciale, figuriamoci per i lavori eseguiti sottoterra dove gli interventi manutentivi sono talmente gravosi da non essere neanche presi in considerazione. Proprio per questo motivo si deve optare sempre non per un unico sistema impermeabile ma per più sistemi che possano agire anche in autonomia.

Non un sistema primario ed uno secondario ma due o più sistemi primari concorrenti.

 

Gestione dell’impermeabilizzazione nei locali interrati o sotto quota

 

La scelta dei materiali nel progetto d'impermeabilizzazione

Come al solito la prima cosa che viene chiesta è cosa usare, anche se, a dire il vero, non è la domanda giusta.

Cominciamo a valutare la struttura di un sotto quota.

La prima cosa che dobbiamo capire come è stata realizzata la struttura: è in mattoni di laterizio? É in calcestruzzo gettato? É in calcestruzzo prefabbricato?

Difficilmente potremmo trovare altro, anche se non vi è limite alla fantasia umana; il legno è usato solo in situazioni particolari e non moderne, il metallo viene usato in modo simile al legno e difficilmente arriveremo mai a toccarli con un sistema impermeabile. Per fare un esempio, le palificazioni in legno sono tipiche delle fondazioni veneziane, dove sono usati per sviluppare una “foresta” di pali sui quali sono stati costruiti i palazzi; il metallo è stato usato similmente per raggiungere gli strati rocciosi alla base di terreni non adeguati alla costruzione (vedasi grattaceli o palazzi molto alti).

"Sin autem solidum non invenientur, sed locus erit congesticius ad imum aut paluster, tunc is locus fodiatur exinaniaturque et palis alneis aut oleagineis <aut> robusteis ustilatis configatur, | sublicaque machinis adigatur quam creberrime, carbonibusque expleantur intervalla palorum, et tunc structuris solidissimis funda-menta impleantur" scrisse Vitruvio nel "De Architettura" - trad. di L. Migotto "Se invece non si riesce a trovare un fondo solido perché anche in profondità il terreno è alluvionale o paludoso, in tal caso occorre scavare fino a svuotare il luogo, poi vi si devono conficcare dei pali di ontano o di olivo o di rovere temprati al fuoco e piantati più fitte che sia possibile servendosi del maglio e riempiendo gli interstizi tra l’uno e l’altro con carbone; solo allora si potrà procedere alla costruzione del basamento in solida muratura".

Tra i sistemi non usuali vi sono anche i prefabbricati in calcestruzzo che, per loro natura, diventano delicati se usati sotto il piano campagna, spesso sono usati come muri di sostegno (che per i nostri sistemi impermeabili è la stessa cosa), sapendo che le differenze con il calcestruzzo gettato sono poche. Ciò che distingue i due sistemi è il numero di giunti da sigillare che nel c.c.a. gettato sono calcolati dal progettista, in quello prefabbricato sono presenti ogni qual volta una lastra si congiunge con un’altra.

 

Impermeabilizzazione degli interrati in laterizio

Troviamo le murature in laterizio nelle parti storiche del nostro patrimonio immobiliare, nelle cantine, nelle cloache (ci sono e sono anche tante), nei cunicoli, catacombe, segrete. Il concetto di interrato in laterizio si rifà ad un mondo che non c’è più e le destinazioni d’uso erano decisamente diverse da quelle che pensiamo noi nel nostro mondo moderno; che sia diversa non cambia certo il metodo di esecuzione dell’impermeabilizzazione, se non in una differenza temporale, ossia se troviamo il manto originario o quello moderno; quelli originari erano all’interno della struttura muraria in un cosiddetto “muro a sacco”, ossia un muro costituito da mattoni in laterizio dentro e fuori e l’intercapedine era riempita da una miscela di sabbia, calce, pozzolana e inerti di varie dimensioni.

"Eae autem structurae, quae in aqua sunt futurae, videntur sic esse faciendae, uti portetur pulvis a re|gionibus, quae sunt a Cumis continuatae ad promunturium Minervae, isque misceatur, uti in mortario duo ad unum respondeant" scrisse Vitruvio nel "De Architettura"- trad. di L. Migotto "La struttura del molo destinata a rimanere sott’acqua dev’essere fabbricata con polvere pozzolana importata da quella regione che si estende da Cuma fino al promontorio di Minerva, mescolata con calce nel rapporto di due ad uno".

Ricordiamo che fino all’avvento del cemento gli scritti di Vitruvio erano il testo per eccellenza per le costruzioni. L’impermeabilizzazione di una struttura che doveva bagnarsi era eseguita in massa, si cercava di rendere l’intero muro impermeabile e non solo la superficie esterna.

Questa tecnica è stata mutuata fino ai giorni nostri dove la tecnologia non ha migliorato il metodo ma ha usato con consapevolezza la conoscenza sui materiali e della chimica. Ai giorni nostri si usa ancora la pozzolana o il coccio pesto (che Vitruvio segnala come impermeabilizzazione per le coperture piane) ma le mastranze che sanno come eseguire intonaci di questa natura sono sempre meno, essendoci sul mercato tecniche più semplici e reperibili.

 

Le nuove tecniche di impermeabilizzazione sono in grado di funzionare anche con le murature antiche?

"Attilio aiutò Corvino e Polite a mescolare nei mastelli di legno i componenti del materiale da costruzione, versando la calce viva, la pozzolana in polvere e una piccola quantità d’acqua – non più di una tazza […]. Infine lui e Corvino, spalla a spalla, applicarono la prima sottile mano d’intonaco (e in questa fase si applicava il secondo segreto del perfetto impasto: che va pigiato il più possibile, “con la stessa forza con cui si spacca la legna”, per eliminare anche le più piccole bolle d’aria che nel tempo potrebbero indebolirlo). […] La mano d’intonaco avrebbe fatto presa anche con l’acqua in movimento e alla fine della giornata si sarebbe seccata, diventando al terzo giorno più dura della roccia. […] “la malta che si secca sott’acqua" disse a Musa quando tornò. “Questo è davvero un miracolo”. 

In questo passo tratto da un libro di Robert Harris, viene descritta la procedura per intonacare all’interno un canale di acquedotto che deve essere, per prima cosa, impermeabile e poi, forte e duraturo. La miscela con pozzolana è capace di indurire in acqua e di evitare che questa entri all’interno in uno sottile strato.

Nell’edilizia moderna si è scelto di operare con questa tecnica: strati sottili ma lavorati bene, si chiamano cementi osmotici. Questo materiale, che è diverso chimicamente dalla miscela pozzolanica ma è usato esattamente nello stesso modo, ci permette di creare degli strati sottili, da pochi millimetri a qualche centimetro, in grado di resistere all’attacco dell’acqua che vuole penetrare.

I materiali che fanno al bisogno in queste attività impermeabilizzative sono vari e possiamo semplificare le cose dicendo che differiscono in base al principio attivo, o meglio, a quanto ce nè nella miscela che viene preparata. A differenza di un Aquarius romano, oggi non dobbiamo miscelare nulla perché possiamo trovare le malte già pronte, insacchettate e con le istruzioni scritte sopra. Una vera comodità.

Tutto bene, ma abbiamo parlato solo delle murature in laterizio, cosa succede se queste sono in calcestruzzo? A dire il vero è ancora meglio. Le tecniche che abbiamo descritto derivano direttamente da quelle vitruviane e sono state adattate alla tecnologia moderna del Conglomerato Cementizio Armato, dove quello che abbiamo chiamato “principio attivo” viene a penetrare il calcestruzzo armato occludendo tutti i possibili passaggi di acqua che non riusciamo a vedere ad occhio nudo.

 

Impermeabilizzazione degli interrati in calcestruzzo armato

Tra i principi attivi più usati vi sono i Tartrati che in combinazione con l’Idrossido di Calcio, contenuto nel cemento e quindi nel calcestruzzo, e l’Acqua formano dei sali insolubili che occludono tutte le cavità dove possono formarsi.

Se controllerete bene i cataloghi dei produttori di materiali per le impermeabilizzazioni noterete che ve ne sono alcuni che tengono l’acqua in spinta positiva (ossia che l’acqua è a diretto contatto con il manto impermeabile), mentre altri tengono al contrario, ossia applicati sul lato opposto rispetto a dove è presente l’acqua (spinta negativa). A ben guardare, è il materiale che tiene la spinta? Ovviamente non possiamo sottovalutarlo, però dobbiamo pensare che un cemento osmotico è in grado di funzionare in spinta negativa se il supporto è in grado di reggere tale spinta. Cosa vuol dire: se il muro nel quale mettiamo un cemento osmotico o una malta flessibile certificata per la spinta negativa ha un fallo, un difetto o un problema e non è in grado di sostenere la malta che gli abbiamo realizzato sopra, allora questa non potrà sostenere la spinta dell’acqua. Perlomeno non possiamo lasciare ad essa tutto il lavoro.

Un’alternativa alle malte osmotiche è l’uso della bentonite di sodio o bentonite sodica. Si tratta di un’argilla fossile che ha la capacità di idratarsi fino a far crescere le sue dimensioni di molte volte (anche a 30). L’applicazione di questo materiale avviene in intercapedine. Che sia tra un getto e l’altro, che sia tra terra e getto, la bentonite deve essere perfettamente confinata per evitare che possa espandersi oltre la sua capacità di mantenere una forma (stabilità dimensionale). Già, perché la bentonite non smette di raccogliere acqua, ma ne beve fino a quando non si dilava naturalmente. Per evitare questo noi la poniamo all’interno un confinamento adeguato (come sopra descritto).

La bentonite è proposta in due formati: secca e pregelificata. Quella secca è un granulo che viene posto all’interno di due tessuti agugliati tra loro per mantenerlo in posizione. Il tessuto così formato verrà posato in posizione sulla platea o sul muro in elevazione e, quando arriverà l’acqua si espanderà creando un film di gel impermeabile. Quella pregelificata viene già idratata in fabbrica, creando il film di materiale semi-espanso. Le differenze le lascio al vostro studio, in ogni caso la bentonite posizionata e confinata creerà una pressione pari a quella dell’acqua che non sarà in grado di passare da una parte all’altra. Questa pressione è quella che deve essere contrastata, quindi è fondamentale che nella fase realizzativa le due pareti dentro le quali è posto il materiale siano non solo resistenti ma anche solide in ogni loro parte, senza buchi, crepe, setolature, giunti non trattati o ferri e fori di distanziatori a vista.

Probabilmente l’ultimo nato nel settore è il telo auto agganciante in HPDE. Si tratta di un materiale che viene posto prima del getto, ricoprendo il cassero di confinamento, e che si aggancia chimicamente al calcestruzzo creando una superficie continua e di lunghissima durata. A differenza della bentonite non va confinato ed a differenza dei cementi osmotici o delle malte pozzolaniche non va realizzato in opera. Questo non vuol dire che non si debbano curare i dettagli applicativi, anzi a dire il vero proprio il materiale con cui è realizzato li rende più difficili da sviluppare e richiedono una manodopera perfettamente addestrata.

Uno dei punti negativi di quest’ultima tecnologia potrebbe essere visto nella penetrazione delle radici. Il telo in sé è assolutamente antiradice, ma i sormonti potrebbero essere dei punti deboli. Proprio per questo si sono sperimentate anche altre tecnologie impermeabili sia da sole, sia in combinazione con i teli prefabbricati: i sistemi impermeabili liquidi.

Per liquidi intendiamo tutti quei prodotti che si presentano, grezzi, allo stato liquido e che realizzeranno il manto impermeabile in opera grazie alla polimerizzazione dei suoi componenti. Tra i materiali più comuni troviamo la poliurea, i poliuretanici, le resine epossidiche, quelle acriliche e il PMMA. Tutti questi materiali sono naturalmente antiradice perché a lavoro eseguito si presentano senza soluzione di continuità e non costituiscono nutrimento per le stesse. Possiamo ravvisare criticità nella creazione di uno spessore uniforme e continuo, che difficilmente può essere sviluppato sui muri in elevazione e nella rigidità delle condizioni di posa, inoltre alcuni di questi materiali non possono essere facilmente usati in momenti successivi (se non a brevissimo termine) perché dopo la polimerizzazione tendono a rifiutare ogni altro materiale ad esso applicato.

 

Metodo classico dell'imperemabilizzazione con il bitume

Ho lasciato volutamente per ultimo il metodo classico delle impermeabilizzazioni: il bitume. Non perché non vada bene ma perché ritengo che la scelta di un percorso che parte dalla storia antica debba tornare ad essa con circolarità espositiva, che mi aggrada decisamente.

Attualmente il bitume è visto come la bestia nera di tutte le impermeabilizzazioni, eppure non è così: è un materiale con caratteristiche veramente incredibili che vanno al di là di quelle degli altri materiali. Basti pensare che il bitume in base alle temperature è in grado di cambiare la sua reazione alle sollecitazioni passando da elastico, con temperature molto basse, a plastico, con temperature alte. Questo passaggio di risposta è graduale, permettendo al materiale di adattarsi e di dare risposte diverse a condizioni diverse e, soprattutto, adattandosi ad ogni clima senza problemi.

A differenza di tutti gli altri materiali, il bitume NON è naturalmente antiradice, deve esser additivato chimicamente perché possa diventarlo. In effetti il bitume è composto principalmente da carbonio, è uno dei nutrimenti principali delle piante.

La soluzione chimica alle radici è moderna, perché il bitume è stato comunque sempre usato per l’impermeabilizzazione delle coperture piane. Nonostante Vitruvio non lo citi come tale, ma solo perché nel mondo romano il bitume è arrivato solo con i rapporti con il Medio Oriente, sappiamo che i Giardini Pensili di Babilonia furono impermeabilizzati con spalmature di bitume interposte da stuoie di giunchi e canapa o fibre simili. Quindi, il bitume va benissimo anche in presenza di radici, tra cui anche contro terra e, ovviamente, per tutte le fondazioni.

 

Perché la scelta del materiale è secondaria

Con tutto quanto detto finora penso si sia creata più confusione che chiarezza, visto che la scelta del prodotto non è la prima cosa da fare, ma l’ultima. Eppure, è così che ragioniamo quotidianamente, al contrario.

Il prodotto e la tecnologia applicativa sono direttamente conseguenti alle scelte tecniche fatte dal progettista. Non si può partire dal prodotto per studiare una struttura, ma dalla struttura per trovare il prodotto.

Le Corbusier, spiegando i suoi 5 punti per l’architettura, affrontava il problema del tetto praticabile. Sappiamo che era amante degli spazi utilizzabili e funzionali e dei giardini pensili. Per questo motivo disse che in una struttura, se avessimo inserito nei giunti della sabbia, i semi di piante spontanee e dell’erba li avrebbero colonizzati e le radici, crescendo, avrebbero creato una barriera che si sarebbe potuto adattare a tutte le situazioni che si sarebbero presentate in futuro. Mi spiace molto per il grande e geniale architetto, ma non funziona così.

Ma non è per criticarlo che l’ho citato, ma per esaltarlo. Lui fece una cosa che non si faceva più da millenni: studiò un sistema innovativo per creare un sistema impermeabile funzionante e con bassissima manutenzione. Era, anche in questo, un innovatore ed un precursore.

Ovviamente noi sappiamo che le radici sono un problema e non la soluzione, perché abbiamo continuato i suoi studi e quelli di altri che ci hanno traghettato all’edilizia moderna.

Dicevamo che dobbiamo studiare la struttura; non basta sapere se un materiale sarà adeguato alla posa su quella struttura o se questa avrà raggiunto il giusto grado di maturazione o di umidità, è bene conoscere le reazioni che questa avrà nel tempo. Per questo motivo la stretta collaborazione tra il tecnico delle impermeabilizzazioni e l’ingegnere strutturista è fondamentale.

Quindi, ribadisco, prima di tutto dobbiamo conoscere la struttura. In seconda battuta dobbiamo conoscere l’ambiente in cui andiamo a posizionare il nostro interrato: che tipo di terreno abbiamo? Che tipo di inquinanti sono presenti? Che tipo di acqua c’è? Quanta ce n’è? Con che flora e fauna dobbiamo far convivere la struttura impermeabilizzata?

Come vedete prima di scegliere il materiale deve passare ancora molto tempo. 

 

L'ambiente fisico condiziona la tipologia di impermeabilizzazione

Proviamo a capire come l’ambiente fisico che circonda la struttura interrata possa influire sul manto impermeabile.

Innanzitutto, ricordiamo che non è mai corretto che il sistema impermeabile sia a diretto contatto con il terreno, il sistema impermeabile può essere danneggiato dai movimenti del terreno e da un drenaggio poco efficacie. Inoltre, una protezione meccanica davanti al manto impermeabile è sempre un’ottima soluzione per proteggerlo da quanto si possa “accidentalmente” trovare nel terreno di rinterro (anche bidoni da 300 litri di olio motore o tutti i residui di lavorazione del cantiere, o intere bobine di filo elettrico… nuove, ancora incartate). Ora sappiamo che il drenaggio è uno dei punti fondamentali del sistema impermeabile, è una protezione meccanica ed una efficacie evacuazione dell’acqua in eccesso.

In secondo luogo, è bene conoscere l’acqua presente nella terra: la discriminante è la provenienza ed il terreno entro il quale si muove. In particolare, a chi vive nelle grandi pianure italiane, ma anche nelle zone vallive di alpi e appennini, si può presentare il problema di dover costruire un edificio con le fondazioni bagnate. Cosa intendo: che è presente acqua continua o periodica nel suolo ove sono poste le fondazioni dell’immobile.

Come funzionano le falde: innanzitutto dobbiamo pensare che le falde (freatiche o artesiane) sono degli strati entro i quali scorre l’acqua. Quest’acqua può essere catturata per percolamento (acque meteoriche) o perché provengono da altre zone (sempre meteoriche ma di montagna, ad esempio, o da bacini idrici o fiumi) e si accumula in una specifica zona. Se questa zona è sormontata da uno strato impermeabile, allora abbiamo una falda sotterranea (spiegazione semplice da chi capisce poco di idraulica, spero mi perdonerete); se, invece, non c’è lo strato impermeabile, allora avremo un terreno imbibito costantemente di acqua (acquifero).

In entrambe le situazioni noi faremo molta fatica ad evacuarla, perché il terreno è saturo. In questo caso dovremo progettare un sistema impermeabile che sia in grado di resistere ad un battente idraulico che è continuamente superiore alla quota di costruzione. Dovremo ricordarci che questa impermeabilizzazione non deve durare solo i 10 anni di garanzia (quella è la garanzia, non la vita utile) ma per l’intera vita della struttura e che difficilmente potremo fare manutenzione al manto.

Come agire? Molto semplice, useremo vari livelli d’impermeabilizzazione, uno primario, costituito dal manto più esterno, ed altri secondari, costituiti da manti supplettivi che dovranno funzionare autonomamente nel caso quelli precedenti cedano.

Non basta capire se l’acqua è sempre presente o se va e viene, è importante anche capire se questa può causare danni direttamente al manto oppure no. Ad esempio, se l’acqua viene dal porto di Marghera, questa sarà decisamente più aggressiva di una falda nata da un lago glaciale alpino. Dobbiamo tenerne conto. Soprattutto se utilizziamo materiali come la Bentonite sodica, questa potrebbe andare in scambio ionico e non funzionare più.

Altrettanto dannosi potrebbero essere gli animali presenti nel sottosuolo. Non solo le talpe, perché a loro avete pensato, ma anche altri animali ed insetti. Il sottosuolo è ricchissimo di vita e molti materiali possono costituire una perfetta protezione all’acqua per i nidi. Tra gli insetti che maggiormente amano le impermeabilizzazioni troviamo le formiche. Queste, grazie ad emissioni di acido formico, possono scavare il calcestruzzo e gli intonaci, per quanto gli serve, ed essere protetti dall’acqua e da nemici grazie al manto impermeabile.

Se abbiamo visto quale potrebbe essere l’aggressione chimica (inquinamento delle acque o del terreno da sversamenti più o meno leciti), e le sue conseguenze, e l’aggressione fisica data da fauna o antropica, affrontiamo ora i danni causati dalla flora con particolare riferimento alle radici. Abbiamo visto che Le Corbusier già ne parlava. Bene, queste possono danneggiare fortemente il manto impermeabile andando a trovare tutti i punti di particolare debolezza quali i sormonti tra i materiali prefabbricati, i giunti di dilatazione, i difetti di spessore nei manti realizzati in opera, i difetti di aggancio al supporto.

Le radici sono in costante ricerca di acqua e nutrimento per la pianta e spesso sono più ampie rispetto allo sviluppo sopra suolo. Basti pensare al manto erboso che crea un intrico radicale tale da non permettere più una manutenzione del terreno a meno di non usare mezzi meccanici importanti. La loro ricerca li porta anche a vedere alcuni prodotti utilizzati per le impermeabilizzazioni come fonte di nutrimento e le crepe come fonte di acqua.

Per battere questo straordinario strumento a disposizione delle piante, dobbiamo utilizzare un sistema detto “antiradice”. Può essere un additivo applicato ad un materiale (vedasi le guaine bituminose) ma potrebbe essere anche un manto continuo senza alcun tipo di sormonta. In ogni caso non vanno mai sottovalutate. Le radici hanno una vera e propria intelligenza, visione sdoganata nel 2006 da un gruppo di scienziati tra cui Stefano Mancuso professore presso l’università di Firenze; avete mai fatto caso che le radici trovano sempre il foro da cui passare? E dire che è piuttosto difficile se le radici andassero a casaccio nel terreno. Eppure, loro il foro lo trovano sempre.

Per chi come me è abituato a fare analisi sulle coperture impermeabilizzate, non è raro vedere strati impermeabili (realizzati con tutti i tipi di materiale) forate da un fascio di radici. Bene, loro sanno dove andare. Quindi per allontanarle dobbiamo rendergli sgradevole la zona impermeabile. La scelta delle procedure d’impermeabilizzazione, prima che dei materiali, è fondamentale, così come le opzioni di ridondanza dei sistemi impermeabili.

 

5 punti fondamentali prima di scegliere un sistema imperemabile

Abbiamo messo un punto fermo su come scegliere un sistema impermeabile per le nostre fondazioni o locali interrati:

  1. Dobbiamo analizzare la struttura intimamente, in modo tale da conoscere tutte le sue reazioni, e per fare ciò dobbiamo confrontarci con chi ha progettato la struttura;

  2. Dobbiamo conoscere il suolo nel quale la costruzione è realizzata: del terreno, delle falde, della tipologia di acqua. Per fare questo possiamo confrontarci con il geologo che ha fatto lo studio per la realizzazione del fabbricato, saprà darci tutte le indicazioni;

  3. Dobbiamo vagliare il panorama delle tecnologie che ci sono a disposizione e studiare la migliore tecnologia non solo per un buon risultato immediato ma anche per quanto succederà in futuro.

  4. Dobbiamo ricordarci di applicare il principio della ridondanza dei sistemi impermeabili, ossia cercare di produrre il miglior numero di barriere impermeabili per evitare interventi manutentivi straordinari futuri.

  5. A questo punto possiamo rivolgerci alla cosiddetta Trinità Impermeabilizzativa, ossia: per ottenere il miglior risultato è necessario che ci sia un’ottima progettazione (e l’abbiamo fatta noi), un ottimo prodotto ed un’ottima posa.

Per il secondo e terzo punto dobbiamo rivolgerci agli uffici tecnici dei produttori ed a posatori professionisti che abbiano già affrontato la cantieristica che gli si presenterà davanti.

Con questo concludo questa disamina un po’ distopica sulle impermeabilizzazioni sottoterra. Come avete visto io non ho parlato di marche o di prodotti, perché la marca ed il prodotto la sceglierete voi e, come la scelta del prodotto, è l’ultimo dei nostri problemi. La cosa più importante è progettare intelligentemente quello che vogliamo ottenere perché abbia un futuro e sia al servizio della costruzione che si realizzerà.