2022: Il Super Bonus e la questione reputazionale per il settore

In che modo il settore della costruzione e dell'immobiliare si affaccia al 2022? Qual è il 'buon proposito' per l'anno venturo?

Il quadro nella nota del prof. Angelo Ciribini.


É urgente per il settore determinare prospettive evolutive

In un contesto storico in cui la pandemìa si sta mostrando come LONG PANDEMIC, sollevando una serie di incognite sulla propria durata effettiva e sui propri effetti a medio termine, la misura nota popolarmente e gergalmente come Super Bonus 110% è ormai additata in senso prevalentemente negativo, associandola al rialzo del prezzo dei materiali e dei noleggi, alla scarsità di manodopera qualificata disponibile (eventualmente certificata), alla assenza di barriere all'ingresso, alla presenza di condizioni di concorrenza sleale, almeno per gli attori imprenditoriali (il che non vale per quelli professionali), agli incidenti sul lavoro, ai modesti esiti sul piano della efficienza energetica e ai comportamenti fraudolenti dal punto di vista fiscale.

Tutto ciò chiaramente, nel momento in cui l'iniziativa, non solo riconducibile al Super Bonus 110%, in un lasso temporale molto compresso e limitato, con notevoli restrizioni su alcuni aspetti, come i massimali di prezzo, ha comportato una forte sollecitazione da parte del versante della domanda, in gran parte privata, ma, in una misura relativamente residuale, pubblica, che si è riversata improvvisamente su quello della offerta privata, proveniente, peraltro, dalla più grave e prolungata crisi strutturale della propria storia e dal depauperamento delle imprese di costruzioni meglio strutturate.

Al netto di ogni ulteriore considerazione sulla qualità delle policy che hanno avviato l'intero spettro delle misure di incentivazione fiscale finalizzate alla efficienza energetica (da una eventuale assenza di pianificazione distrettuale urbana alla difficoltà a far decollare il mercato secondario del credito fiscale cedibile), è palese che il cosiddetto Super Bonus 110% stia divenendo, agli occhi di alcuni decisori politici e del mondo economico-finanziario, oggetto di polemiche e di controversie accese che hanno come esito principale il tema del valore reputazionale del settore, che, in Italia come in Europa, si presenta strutturalmente frammentato in micro e in piccole organizzazioni tanto su un versante quanto su quello opposto, ancor più allorché sia stata coinvolta la piccola e la media proprietà immobiliare legata alla edilizia residenziale.

 

Angelo Ciribini

 

Non è, infatti, raro osservare interventi di economisti che ribadiscono (pre-)giudizi apodittici sulla scarsa innovatività del comparto e sulla sua capacità di arrecare valore aggiunto, interventi che riflettono palesemente un pensiero diffuso e condiviso, proprio allorché, sotto diverse fattispecie, il settore è investito da una parte considerevole degli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) e dal Piano degli Investimenti Complementari (PNC).

Del resto, il PNRR, per la parte edilizia, non per quella infrastrutturale, vede il coinvolgimento di una molteplicità di soggetti attuatori, in particolare di enti territoriali, anziché il ricorso a Public Sector Construction Framework, tipici degli investimenti per programmi.

Di conseguenza, oltre a un temporaneo sovraccarico di incarichi professionali e di impegni imprenditoriali, la posta in gioco peculiare per il settore pare risiedere in una potenziale perdita di tale valore reputazionale, allorché si affaccia la sfida determinante provocata dalla Twin Transition, e che si dipana lungo le tre vie della sostenibilità, inclusa la resilienza, della digitalizzazione e della circolarità.

É, pertanto, palese che vi sia urgenza di avviare un impegnativo dibattito che verta sulla formalizzazione dei principi basilari di carattere macro e micro economico, tipico della Construction Economics, in grado di contestualizzare l'evoluzione del settore (dell'ambiente costruito) entro un quadro e una struttura aggiornate alla entità delle challenge in essere, a iniziare da quella sociale.

 

La maggior sfida è in termini di digitalizzazione

Se, infatti, per un verso, la maggiore difficoltà apparente risiede nella declinazione digitale, in se medesima trasformativa, dei valori e dei principî della sostenibilità e della circolarità, per non parlare della inclusione sociale e della neutralità climatica, al fondo rimangono alcuni nodi irrisolti (e forse irrisolvibili nel medio termine): la questione dimensionale; la questione manageriale; la transizione dalla centralità del prodotto tangibile a quella del servizio immateriale; i modelli organizzativi che coinvolgano soggetti inediti (apparsi, in maniera assai discutibile, anche nel Super Bonus 110%) e che si fondino su approcci partenariali e su accordi collaborativi.

L'esigenza di rendere indifferibile la trattazione di queste argomentazioni consiste proprio nella esigenza di proporre, in modo credibile, ai decisori politici e alle istituzioni finanziarie, una versione del settore aggiornata e fortemente propositiva, che si porga nei termini e colle categorie riconoscibili a questi interlocutori.

Prima ancora che immaginare gli scenari futuribili al 2030 o al 2050, si pone il bisogno di determinare le prospettive evolutive del 2022.

Sotto questo profilo, il 2022 appare il traguardo più sensibile, nell'ottica del medio e del lungo periodo.