Siamo pronti per la digitalizzazione delle infrastrutture ?

Da qualche mese sono membro della giuria internazionale per il “XVI World Winter Service and Road Resilience", l’evento mondiale organizzato da PIARC con oltre 60 Sessioni Tecniche, Previsionali e Poster sulle infrastrutture.

Parteciperanno i cosiddetti decisori, gli esperti tecnici, le autorità e i manager stradali, gli operatori, i produttori di apparecchiature. Gli ingegneri e gli accademici sono tutti invitati a partecipare a questo entusiasmante Congresso dove spesso partono le idee e le innovazioni che poi vediamo tutti i giorni per strada o dentro la nostra auto. 

La mia partecipazione ha innescato una serie di eventi per cui mi hanno, appunto, nominato giudice internazionale e quindi dato la possibilità, perchè me lo hanno richiesto, di “giudicare” i migliori progetti mondiali in materia. 

Ho letto tanto ed in modo approfondito di tecnologie e metodologie innovative che probabilmente vedremo nei prossimi anni.

Le centraline dei nostri ABS inviano informazioni sulla “tenuta” delle strade. In pratica loro conoscono come e dove le nostre strade sono performanti e chi le gestisce non solo non lo sa ma non prova neppure a saperlo. Infatti, mi chiedevo se ANAS, che deve gestire le principali strade nazionali, abbia le stesse informazioni di BOSH.

TOM TOM, che gestisce la parte geospaziale dei dati di APPLE, ha informazioni sul traffico e sulla viabilità di sicuro eccezionali che competono con quelle di Google anche del territorio italiano. Non mi sembra però che TomTom e Google rientrino nel contratto di programma di manutenzione stradale.

 

Siamo pronti per la digitalizzazione delle infrastrutture ?

 

I nostri cellulari, quindi, inviano dati ogni singolo istante che nessuno usa e sfrutta appieno.

Non parliamo poi delle nostre auto che, in pochi sanno, da qualche anno inviano la telemetria dell’auto al produttore che, per motivi di assistenza e di garanzia (dicono loro), hanno così un bagaglio informativo incredibile.

Ma sappiamo usare questi dati? Ci stiamo almeno provando? Abbiamo iniziato a discutere con i nostri interlocutori o sono così distanti e grossi che abbiamo un problema reverenziale che non ci fa neppure provare?

Qualche giorno fa, il giorno dello sciopero dei taxi, sono andato personalmente all’aereoporto a prendere il vicepresidente di una multinazionale dell’auto ed abbiamo fatto un ora abbondante di chiacchiere, naturalmente in auto nel traffico di Napoli. Ho capito che c’è tanto potenziale e che, purtroppo, i manager pubblici italiani sono quasi del tutto assenti negli scenari internazionali che contano.

Tornando al mio impegno internazionale, mentre leggevo i vari progetti, riflettevo che il mondo nipponico e quello anglosassone hanno un “atteggiamento” e un rapporto con le aziende pubbliche completamente diverso da quello che noi siamo abituati ad avere in Italia

Per loro le aziende pubbliche sono il “Top di Gamma”, se così possiamo dire, ed essere un manager in questo tipo di azienda porta il manager a dare il meglio di se e a cercare di essere competitivo in modo quasi ossessivo. 

NASA, FBI, FDA, DMV, USGS, CDC, TSA sono solo alcuni esempi di agenzie di questo tipo, dove il livello manageriale è altissimo e dove il concetto di rating e ranking assume un valore imprescindibile sull’operato di ogni singolo elemento dell’organizzazione. Raggiungere livelli di eccellenza è la prassi e senza avere un “rating” elevato non ci si può permettere di raggiungere livelli dirigenziali apicali. 

Una volta raggiunti, poi, bisogna mantenerli e non demordere, cercando di reggere la competizione e la “pressione” che i colleghi mettono in campo con il loro impegno e dedizione.

Come mi ha insegnato il mio direttore al CNR, essere i primi nella nostrana Pubblica Amministrazione invece a volte è semplice. Infatti, basta fare in modo di restare in “compagnia” di mediocri e di incapaci, in modo che l’essere primi possa tornare molto semplice e facile. 

Una posizione al ribasso, lontana dalla mia percezione, in cui il problema invece deve portare ad essere bravi e sostenere il confronto con i capaci e quelli degni di nota. Si tratta di un obiettivo, una posizione, molto difficile che non è per tutti. Ovvio quindi che il confronto con i top manager delle multinazionali è semplicemente impensabile.

La burocrazia, credo, spesso serva solo a questo, fare in modo che chi è dentro ci resti e tenere fuori quelli che potrebbero portare innovazione e competenza perché, poi, altererebbero i livelli di mediocrità e quindi gli equilibri ormai raggiunti.

Parlando di strade, era il tema che ho analizzato nei progetti partecipanti al premio di Calgary 2022, credo che da anni il nostrano management tenti disperatamente di renderle decenti e di non farle cadere a pezzi mentre nel resto del mondo si pensa a come renderle sicure, gradevoli, utili e soprattutto innovative. 

Ho letto di droni da decine di tonnellate che da soli partono e decidono dove spalare la neve e come spargere soluzioni zuccherine (il sale corrode) in concentrazioni decise al momento grazie a sensori a terra e ai satelliti. Autisti che colloquiano con il loro mezzo a voce e decidono anche grazie alla telemetria che viene rilevata e che supporta la decisione. Lo facciamo in casa con i vari “Siri” ed “Alexa” perché non dovremmo farlo sul lavoro. Pensate che il “colloquio” è nato per motivi psicologici e non tecnologici. Infatti, stare 6 ore da soli nella neve senza parlare crea disagi psicologici agli autisti.

Ho letto di come l’integrazione e l’interoperabilità tra vari soggetti sia il grande valore aggiunto che semplicemente non abbiamo perché non riusciamo a fare un sano e profondo confronto che è alla base dell’interoperabilità (il dato è mio e non te lo do).

Noi, invece, ogni tanto ci inventiamo degli slogan come Industria 4.0, smart road, smart City nella speranza che un termine americaneggiante lasci intendere che stiamo puntando all’innovazione e alla qualità ma poi abbiamo problemi di manutenzione, di asfalto, spargiamo sale e dobbiamo gestire i ferri arrugginiti nei pilastri dei ponti che crollano.

Le strade, invece, sono il luogo dove tutti i manager, quelli veri che ogni giorno fanno crescere le proprie aziende, viaggiano, si incontrano, decidono e trascorrono una fetta importantissima del loro tempo.

Pensare a come rendere le strade innovative non significa mettere una segnaletica con delle lucette o usare una vernice che non si scolorisce dopo due mesi.

Significa capire l’essenza della strada come luogo in cui l’economia, le persone, la società si sposta, vive e trascorre gran parte del proprio tempo, ma questo non è l’oggetto di questo mio articolo.

La domanda che mi pongo e che pongo a questo governo, che sembra essere tutto impostato a fare cose eccezionalmente nuove e fuori dalla logica passiva del passato, è se riusciranno ad iniettare all’interno dello scenario delle aziende di stato una quantità significativa di manager che riescano a portare risultati concreti. 

Superando un pregiudizio e una prassi che oggi purtroppo diventata regola, ovvero che i Manager siano fin troppo spesso scelti per anzianità piuttosto che per competenza, in particolare sui nuovi scenari della tecnica e del mercato. Forse IL PROBLEMA è che per scegliere i nuovi manager ci sono vecchi manager. Quando dico vecchi non intendo per anzianità, quella è esperienza, ma vecchi nel modo di pensare e nel modo di mettersi in gioco. Gli inglesi dicono “when the going gets tough the tough get going”. Quindi, per competere con quelli bravi si deve essere mediamente bravi.

Mi chiedo in fin dei conti se riusciremo a aggiungere un numero significativo di Manager 2.0 che porti, casomai, anche i vecchi a rimettersi in gioco e a ottenere risultati degni di questo nome. 

Il mercato non aspetta o lo governiamo noi o sarà lui a governare noi. 

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