INARSIND: è necessario che CNI, CNAPPC, INARCASSA e i 4 sindacati operino in maniera congiunta

Intervista a Salvatore Garofalo, presidente INARSIND

Nei giorni scorsi una sentenza della cassazione ribaltava completamente la sentenza di appello e obbligava un professionista a pagare l’IRAP avendo una segretaria part-time. In questo caso quindi si è aggiunto al danno, il pagare l’IRAP, anche la beffa, di dover pagare tutte le spese processuali.
Non voglio entrare nel singolo caso ma non ritieni che sia ora di chiedere a gran voce un codice unico amministrativo per i professionisti che abbia almeno il dono della chiarezza?

Purtroppo in Italia, in campo economico e fiscale, “l’incertezza del diritto” è ormai una prassi che riguarda indistintamente tutti gli operatori economici. Non c’è giorno che non escano sentenze che, nel bene e nel male, ne contraddicono altre. Questo è certamente, assieme alla lentezza della giustizia e alla burocrazia, uno dei problemi che attanagliano il paese e penalizzano soprattutto le parti economiche più deboli come i professionisti. L’IRAP poi è un caso patologico, creata, da Prodi e Visco nel 1997, circa 14 anni fa da subito è stata oggetto di numerose contestazioni. La stessa Agenzia delle Entrate ha dovuto emanare dopo pochi mesi una circolare chiarificatrice e i tribunali di ogni ordine e grado sono stati costretti, in tutti questi anni, a pronunziarsi nel merito non sempre in modo uniforme. La questione è stata dibattuta con avverse fortune e la stessa Agenzia delle Entrate ha dovuto cambiare nel tempo posizione (particolarmente significativa quella espressa con una circolare del 2008 che invitava a valutare caso per caso se continuare il contenzioso e soprattutto a sospenderlo nel caso non si ravvisava nel contribuente l’autonoma organizzazione). Quindi negli ultimi anni il problema è diventato definire “l’autonoma organizzazione” e questo è paradossale. Non si può lasciare i liberi professioni in balia delle interpretazioni perché chi esercita una professione e quindi una attività economica ha il diritto di sapere se deve considerare nelle spese il pagamento di una tassa o no ed è inconcepibile che il legislatore ancora oggi produca leggi che hanno la necessità di essere interpretate anche a più riprese negli anni. Renzi sostiene che vuole ridurre drasticamente la burocrazia: lo faccia producendo innanzi tutto leggi più chiare, riducendo il loro numero ed emanando una serie di testi unici che, una volta per tutte, non richiamino leggi precedenti (a partire da quelle del Regno di Italia). In questo contesto a quel punto si potrà richiedere un testo unico per le attività economiche minori come quelle dei liberi professionisti.

Uno degli strumenti messi a punto dai precedenti governi per il mondo della professione sono le società tra professionisti. Qual è l’impressione di INARSIND, è uno strumento che sta funzionando o forse occorreva qualcosa di diverso?

La vicenda delle società tra professionisti, almeno per gli architetti e gli ingegneri che già potevano sfruttare le cosiddette società di ingegneria, è davvero deludente perché queste società non hanno alcun vantaggio né rispetto agli studi associati né rispetto alle società di capitale. Fra l’altro, dopo alcuni anni di incertezza, alla fine si è chiarito che le società tra professionisti utilizzano lo stesso regime fiscale e previdenziale degli studi individuali e delle associazioni professionali ma, in quanto società, debbono essere iscritte anche alla Camera di Commercio e in più debbono essere iscritte almeno ad un Ordine (quello relativo all’attività prevalente) anche se già lo sono singolarmente tutti i soci. Addirittura alcuni consigli nazionali propendono per l’iscrizione agli ordini anche per le attività minori producendo l’ennesima follia burocratica. In pratica le società di ingegneria sono totalmente libere mentre quelle tra professionisti sono piene di obblighi (informativa ai clienti, onorabilità dei soci, partecipazione ad una sola società tra professionisti, limiti di partecipazione del capitale etc.). Insomma dopo anni di chiacchere e attese la montagna ha partorito il solito topolino che, con queste caratteristiche, non interessa nessuno tant’è che queste società sono pochissime in generale (a gennaio di quest’anno secondo uno studio dei notai in Italia ne erano state registrate 54 per tutte le professioni) e praticamente inesistenti per ingegneri e gli architetti. Per renderle appetibili a mio avviso non era necessario inventarsi nulla sarebbe bastato partire dal modello delle società di ingegneria imponendo però che la maggioranza, anche semplice, del capitale fosse in mano ai professionisti. Meglio se lo Stato, una volta tanto, avesse concesso degli incentivi alla loro formazione in modo da far associare i professionisti italiani che in atto sono i titolari di studi con il minore numero medio di dipendenti in tutta Europa.

In questi ultimi anni i professionisti hanno dovuto subire l’eliminazione delle tariffe minime, l’obbligo della formazione, dell’assicurazione e forse presto anche quello del POS. Contemporaneamente i redditi crollano, come evidenziato dalle statistiche del Centro Studi CNI e di Inarcassa, e il governo si ricorda solo dei dipendenti. Questa situazione non evidenzia un problema di rappresentatività sindacale della nostra categoria?
Siamo tanti ma troppo divisi?

Hai perfettamente ragione io, almeno dal nostro congresso di Udine nel 2009, sostengo che è necessario accorpare la rappresentanza sindacale di ingegneri ed architetti: 4 sigle sindacali sono davvero troppe se confrontate con il numero di iscritti che esercitano la professione. Dovremmo unire le forze, fare squadra e potenziare la nostra azione complessiva. In questi 4 anni personalmente ho lavorato in questa direzione ma gli unici risultati che sono riuscito ad ottenere, e solo negli ultimi sei mesi, sono stati il mettere insieme allo stesso tavolo le 4 sigle (all’ultimo congresso di Inarsind a Taormina) e abbandonare Conferdertecnica (di cui esprimevamo il Presidente) per confluire a Confprofessioni a cui ormai aderiscono 3 delle 4 sigle in questione. Nell’attuale assetto i sindacati non riescono ad incidere seriamente nella formazione delle leggi. Inoltre la nostra debolezza intrinseca apre alla possibilità di far ricoprire impropriamente il ruolo sindacale anche ad alcuni soggetti “forti”. Per essere chiaro mi riferisco in particolare a CNI e Inarcassa che, anziché aiutare le organizzazioni sindacali esistenti a difendere la categoria, preferiscono porre in essere iniziative ibride che da un lato diminuiscono il loro appeal istituzionale e dall’altro tentano di occuparsi, senza successo e con notevoli spese a carico di tutti gli iscritti all’Ente, di attività non congruenti con lo statuto costitutivo di Ente di previdenza. Il paradosso è che i nostri politici a causa di questa evidente frammentazione fanno finta di ascoltare le professioni dicendo di si a tutti ma poi non agiscono conseguentemente sapendo che comunque creeranno degli scontenti. Questo vale per tutti ad eccezione di avvocati e medici che riescono, almeno all’esterno, a compattarsi. Forse è davvero giunto il momento che i Consigli Nazionali di Architetti e Ingegneri, Inarcassa e i 4 sindacati discutano attorno allo stesso tavolo per cercare di operare in maniera congiunta o almeno coordinata, nel rispetto dei propri ruoli, almeno per superare questa tremenda crisi che ormai dura da diversi anni e sta mietendo troppe vittime soprattutto negli strati più deboli della professione.