Risparmio, riuso e incentivi fiscali per la tutela della risorsa idrica

L'acqua è un bene prezioso regolamentato da specifica normativa che ne disciplina gli approvvigionamenti e gli scarichi. Ridurre gli sprechi, adottare apparecchiature specifiche, recuperare e riutilizzare le acque reflue contribuiscono a salvaguardare questo bene oggetto anche di agevolazioni fiscali.


Il bene acqua

L'acqua è un importante patrimonio strategico che costituisce la base di tutte le forme di vita. L’agricoltura, il turismo, l’industria e tutte le differenti tipologie di attività alla base dello sviluppo economico hanno una forte correlazione con la disponibilità e l’utilizzo di questa risorsa la cui domanda è in costante aumento.

Le crescenti pressioni di natura antropica, a cui sono sottoposte le fonti idriche sotto forma di domanda, consumo e inquinamento, stanno generando numerose vulnerabilità a questo bene che deve fare i conti anche con le attuali carenze di precipitazioni responsabili di situazioni di estrema sofferenza soprattutto per i fiumi e i laghi del nord Italia. Alla luce di ciò risulta chiara la necessità di adottare un sistema di gestione sostenibile delle risorse idriche, cercare di ridurre i consumi inutili e perseguire programmi finalizzati alla conservazione e al riutilizzo quanto più possibile dell’acqua nelle sue forme e, nel contempo, alla ricostruzione degli ecosistemi naturali.

Le problematiche riguardanti l’acqua e la gestione delle risorse idriche hanno, da sempre, rappresentato un fattore decisivo per lo sviluppo della società. Infatti non soltanto la nostra esistenza sulla Terra, ma anche tutte le attività antropiche, comprese quelle produttive ed economiche, dipendono completamente da questa risorsa. L’acqua è senza dubbio un diritto umano imprescindibile ed è un problema che riguarda tutti. Affermare che l’acqua è un diritto significa riconoscere che la collettività ha la responsabilità di mettere a punto le condizioni affinché questo diritto possa essere garantito. Conseguentemente, ai fini di una buona gestione del patrimonio idrico, occorre operare nel pieno rispetto delle norme nazionali e delle direttive europee emanate con il fine di una corretta gestione di questo bene.


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L’evoluzione della normativa in ambito acqua

L’evoluzione normativa italiana è caratterizzata dalla presenza di importanti leggi di settore che hanno influito molto sulla disciplina della materia. La prima norma che trattava l’argomento “acque pubbliche”, regolamentandone l'uso secondo criteri di salvaguardia dell'interesse generale, fu il R.D. 2644 del 10 agosto 1884, che identificava i criteri in base ai quali una risorsa doveva essere considerata pubblica e stabiliva che l’eventuale impiego fosse vincolato da concessione governativa.

A questo primo decreto sono succedute molte altre norme delle quali numerose abrogate. Di seguito si riporta un veloce e parziale excursus delle principali leggi che hanno avuto come argomento l’acqua.

Innanzi tutto occorre evidenziare che fino al 1994 la legge generale di riferimento è stato il R.D. 1775/1933, il Testo unico sulle acque pubbliche, che riordinava le leggi emanate in materia a partire dal suddetto R.D. 2644/1884.

L’importanza di tale argomento nella nostra legislazione trova riscontro nel fatto che, negli anni ’70, sono state istituite le Regioni e molte delle competenze relative alle infrastrutture idriche dallo Stato furono a loro assegnate. In quegli anni la Comunità Europea emanava Direttive rivolte a tutelare l’acqua dall’inquinamento, considerandola come bene autonomo, meritevole di particolare protezione.

È questo un periodo caratterizzato dall’aumento dei consumi idrici e dal conseguente incremento di dispersioni sul territorio di reflui. In conseguenza di queste situazioni risultava sempre più impellente la necessità di migliorare la copertura dei servizi di raccolta, di collettamento e di depurazione delle acque reflue e di emanare una disciplina per gli scarichi, nell'ottica di un utilizzo della risorsa idrica nel rispetto delle problematiche ambientali. Fu così che venne emanata la legge 319/76, designata come legge Merli, che disciplinava gli scarichi nei corpi idrici ricettori e nel mare, ripartendo le competenze in materia tra Stato, Regioni e Enti locali.

Successivamente sono seguite altre norme tra queste la L. 183/1989 per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo che identificava i bacini idrografici dei principali corpi idrici ricettori, di interesse nazionale, regionale e interregionale istituendo le relative Autorità di bacino.

Con la legge 36/94, nota come “legge Galli”, si arrivava a una riorganizzazione della normativa del settore.

Questa norma sancisce che tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e il consumo umano è prioritario rispetto agli altri usi che sono ammessi quando la risorsa è sufficiente a condizione che non pregiudichino la qualità dell'acqua per il consumo umano. Una delle principali innovazioni introdotte dalla legge fu il tentativo di superare la frammentazione gestionale che caratterizzava il settore dei servizi idrici attraverso l’introduzione degli ambiti territoriali ottimali (ATO) con l’obiettivo di pervenire a una gestione unitaria e integrata del ciclo idrico, inteso come l’insieme dei servizi di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e depurazione delle acque reflue.

A questa hanno fatto seguito altri interventi normativi, tra i quali il D.P.C.M del 4 marzo 1996, il D. Lgs. 152/1999, il D. Lgs. 31/2001, il D. Lgs. 185/2003 e il D. Lgs 152/2006. Quest’ultimo è il Testo Unico in materia ambientale che recepisce la direttiva 2000/60/CE (Direttiva Quadro sulle Acque – DQA) dove è evidenziato che “l'acqua non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale”. Il suddetto decreto ha abrogato la L. 36/94 e la L. 183/89 delle quali però ne ha conservato l’impostazione riportando letteralmente molti articoli. È l'atto che disciplina il governo delle acque sul territorio che ha introdotto la preparazione e adozione da parte delle regioni di specifici piani di tutela delle acque.

 

Piano di tutela delle acque 

Il Piano di Tutela delle Acque (PTA), conformemente a quanto previsto dall'art. 121 del D. Lgs. 152/06, è lo strumento tecnico e programmatico volto a proteggere e valorizzare le acque superficiali e sotterranee del nostro territorio nell’ottica dello sviluppo sostenibile della comunità per il pieno raggiungimento degli obiettivi ambientali previsti dalla direttiva quadro acque 2000/60/CE.

È lo strumento fondamentale per garantire un approvvigionamento idrico sostenibile nel lungo periodo e per rafforzare la resilienza degli ambienti acquatici e degli ecosistemi connessi per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Contiene l'insieme delle norme e delle misure per la gestione delle acque superficiali e sotterranee necessarie alla tutela qualitativa e quantitativa dei sistemi idrici. È uno strumento conoscitivo, programmatico, dinamico attraverso azioni di monitoraggio, programmazione, individuazione di interventi, misure e vincoli finalizzati alla tutela integrata degli aspetti quantitativi e qualitativi della risorsa idrica. Ciascuna regione ha emanato il proprio PTA con l’intento di perseguire determinati obiettivi, tra i quali rafforzare la resilienza degli ambienti acquatici e degli ecosistemi correlati, cercare di garantire un approvvigionamento idrico sostenibile nel lungo periodo anche nell’ottica di affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici dai quali siamo ormai da tempo interessati.

La pianificazione delle acque è articolata in base alla normativa comunitaria e nazionale in tre cicli sessennali con scadenze al 2015, 2021 e 2027. In particolare l'articolo 122 della parte III del D. Lgs. n.152/06 prevede, almeno tre anni prima del periodo al quale il piano si riferisce, di pubblicare e rendere disponibili, per eventuali osservazioni di tutte le parti interessate, il calendario, il programma di lavoro e le misure consultive per il riesame e l’aggiornamento del Piano di Tutela delle Acque.

In sintesi il PTA viene stilato nell’ottica di salvaguardare l’ambiente attraverso il raggiungimento di una serie di traguardi tra i quali:

  • un’efficace e maggiore protezione dell’ambiente acquatico con il fine di ottenerne un miglioramento anche per mezzo di specifiche azioni aventi come obiettivo una graduale riduzione degli scarichi e degli accidentali sversamenti di sostanze pericolose
  • un generale miglioramento degli ecosistemi acquatici, estendendo l’azione anche agli ecosistemi terrestri e alle zone umide che ai primi sono interconnessi e correlati
  • un contributo a contenere le disastrose conseguenze della siccità e delle inondazioni
  • un attento sfruttamento delle risorse idriche finalizzato a salvaguardane quanto più possibile la disponibilità nel tempo

Per conseguire i suddetti obiettivi risulta fondamentale l’aiuto e la collaborazione di tutti, dalle diverse realtà societarie presenti e operanti nell’area, fino al singolo cittadino che sicuramente può avere un importante e fattivo ruolo nel raggiungimento dei traguardi prefissati, non per ultimo mettendo in atto possibili azioni finalizzate a perseguire un risparmio idrico.

 

Consumi e risparmi

L’acqua è indispensabile non solo per il nostro organismo, ma per garantire i cicli naturali del nostro pianeta. È il ciclo dell’acqua che sta alla base della vita stessa. È per questo che è estremamente importante essere consapevoli di come viene consumata, in quale quantità, quali possono essere le soluzioni o i comportamenti da adottare per salvaguardare questo bene come atto di responsabilità verso sé stessi e il mondo, per non lasciare in eredità un futuro in cui la vita sia poco sostenibile.

I consumi idrici

L’Italia è il paese della Comunità Europea che preleva la maggior quantità di acqua potabile: circa 34 km3/y dei quali 9 km3/y per uso civile, pari a 153 m3/y per abitante (dati Istat); la parte restante include i fabbisogni per il settore agricolo (17 km3/y) che utilizza solo marginalmente la rete idrica e il settore industriale (8 km3/y) che utilizza soprattutto sistemi di prelievo dedicati, approvvigionandosi in misura meno significativa da acque superficiali, consorzi e rete idrica civile.

Per quanto concerne i consumi per uso civile occorre evidenziare che un ruolo di un certo peso è da attribuire allo stato degli impianti di adduzione e distribuzione. Una prima osservazione può prendere spunto dalla situazione nella quale si trovano gli acquedotti italiani che sono vecchi e obsoleti e ogni anno sono oggetto di perdite dell’ordine del 38÷42%, valori che possono trovare un primo riscontro da un confronto tra i volumi di acqua immessi in rete e quelli fatturati. Le cause sono da attribuire alle condotte usurate e ai contatori che non sempre funzionano in modo efficiente.

Premettendo che le perdite idriche non devono essere considerate sotto il profilo di depauperamento locale della risorsa, dal momento che i volumi persi sono restituiti al ciclo idrologico, occorre però evidenziare che il fenomeno può essere causa di un eccessivo sfruttamento delle falde acquifere o dei corsi d’acqua, per compensare le perdite, con effetti negativi che in alcuni casi possono risultare permanenti per il contesto naturale. Sulla base di queste considerazioni si può stimare l’effettivo fabbisogno domestico depurando la portata di 153 m3/y per abitante, pari a 420 l/d, delle perdite da attribuire allo stato degli acquedotti. Ai fini del suddetto calcolo, assumendo un valore percentuale delle perdite del 40%, si ottiene un consumo medio, per abitante, attorno ai 250 l/d, utilizzato per soddisfare i principali usi domestici, per una cui ripartizione, si può far riferimento alle medie percentuali riportate nella Figura1.

 

Ripartizione percentuale dei consumi di acqua per usi domestici

Figura 1 - Ripartizione percentuale dei consumi di acqua per usi domestici

 

La riduzione dello spreco della risorsa acqua è un obiettivo alla portata di tutti. Il controllo dei volumi quotidianamente utilizzati e ciascuna singola azione che permetta di impiegare solo il necessario, rappresentano gli schemi che possono essere adottati in ambito industriale, agricolo e residenziale.

L’attuale modello “urbano”, basato su prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore e scarico, comporta un uso eccessivo di risorse idriche di alta qualità e produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione.

Tutela, zero sprechi e riuso sono le tre parole chiave intorno alle quali occorre concentrare l’attenzione per quanto concerne la gestione delle acque in ambito urbano. L’utilizzo sostenibile dell’acqua in ogni singola realtà può favorire una sinergia collettiva con una valenza non indifferente in termini di sostenibilità. Si tratta spesso di abituarsi a gestire in modo corretto questa risorsa: aprire il rubinetto dell’acqua per i tempi per i quali risulta essere effettivamente necessaria, utilizzare al meglio la lavatrice o la lavastoviglie sono solo alcuni degli esempi di corretta gestione del patrimonio idrico. Allo stesso tempo bisogna cercare di adottare soluzioni per il recupero e l’utilizzo delle acque meteoriche e reflue, opportunamente trattate, quando non sono richieste acque con caratteristiche di potabilità.

 

Risparmi e recuperi idrici

Una gestione intelligente della risorsa idrica inizia facendo attenzione ai piccoli gesti quotidiani con particolare attenzione ai legami tra le azioni e l’uso dell’acqua, dal momento che, in funzione dei modi e dei relativi impieghi, derivano differenti valori di utilizzo.

Considerando, ad esempio, che la portata di un rubinetto aperto al massimo, è dell’ordine dei 6÷9 l/min o quella di un soffione di 9±12 l/min, si hanno mediamente i seguenti consumi:

  • 6÷12 l per lavaggio delle mani con rubinetto aperto tra fase di insaponatura e risciacquo
  • 15÷20 l per il lavaggio dei denti con il rubinetto sempre aperto tra fase pulizia denti e risciacquo
  • 18÷25 l per radersi con il rubinetto sempre aperto tra fase di applicazione schiuma sul viso fino al risciacquo finale
  • 50÷90 l per una doccia con durata attorno ai 5÷8 minuti
  • 100÷150 l per un bagno in vasca
  • 10÷12 l utilizzando uno sciacquone che non dispone di sistema di scarico a doppio pulsante

I suddetti consumi possono essere notevolmente ridotti ottimizzando i tempi di erogazione dell’acqua in relazione alle effettive necessità attraverso semplici gesti:

  • chiudere il rubinetto quando non è necessario il flusso di acqua
  • preferire la doccia a un bagno in vasca
  • ottimizzare i tempi di una doccia
  • adottare sciacquoni con doppio pulsante.

Questi sono solo alcuni dei comportamenti che possono generare un risparmio idrico, ma è evidente che si possono mettere in pratica anche altre azioni utili a ridurre l’impiego di acqua pur senza intaccare il giusto senso di benessere.

L’adozione di lavatrici o lavastoviglie a pieno carico permette di operare con ridotti consumi specifici, l’adozione di elettrodomestici di ultima generazione consente di ottimizzare i consumi grazie agli avanzati programmi di esercizio messi a disposizione dai costruttori.

Anche le pratiche correlate alla gestione del verde di un giardino, o semplicemente delle piante su un balcone, possono avere come conseguenza un risparmio ad esempio adottando l’accortezza di innaffiare le piante verso il tramonto in modo da ridurre l’effetto evaporativo e ottimizzare l’assorbimento dell’acqua dal terreno; volendo adottare tecnologie più sofisticate, si possono ottenere risparmi grazie all’impiego di sistemi di irrigazione “a goccia” programmabili con timer.

Ma anche una corretta gestione e manutenzione dell’impianto idrico sono sicure azioni finalizzate a perseguire un’economia di questo “oro blu”: un rubinetto che gocciola, oltre a molestare, è causa di spreco considerando che 90 gocce al minuto corrispondono a circa 4.000 l/y di acqua persa, uno sciacquone, dalla cui tenuta trafila acqua, può produrre uno sperpero di 100 l/d, un foro di 1 mm in un tubo cagiona una perdita di 2.300÷2.500 l/d.

Ulteriori risparmi idrici possono essere ottenuti adottando appropriate soluzioni: dispositivi da utilizzare in sostituzione di quelli operativi o semplici applicazioni ai rubinetti di appositi apparati. Appartengono ai primi:

  • rubinetti con leva monocomando che consente di ottenere una migliore e rapida regolazione del flusso dell'acqua
  • rubinetti con temporizzatore in modo da avere il flusso d’acqua solo nei momenti di reale necessità
  • rubinetti elettronici, con apertura e chiusura automatica
  • rubinetti termostatici (particolarmente indicati per le docce) per mantenere l'acqua alla temperatura desiderata evitando sprechi nella ricerca della temperatura voluta

Tra gli apparati che possono essere installati ai rubinetti, i più semplici sono gli erogatori completi di diffusori e limitatori di flusso, da applicare direttamente, in maniera semplice, sfruttando una filettatura interna o esterna presente alla bocca del rubinetto. Questi apparati racchiudono dei limitatori di flusso e dei diffusori con relativi benefici:

  • i primi permettono di regolare il flusso dell'acqua in funzione delle necessità e della pressione
  • i secondi, basandosi sul principio "Venturi", consentono di generare una miscela aria-acqua, riducendo in tal modo la quantità di acqua erogata senza alterare il livello di conforto.

Ma non sono solo queste le possibili strade da percorrere per perseguire un risparmio idrico: da un lato ridurre gli sprechi di acqua in casa è un ottimo punto di partenza, dall’altro cercare di ridurre i consumi idrici correlati all’intera filiera di produzione e distribuzione dei beni di consumo, nella più ampia accezione del termine (dai beni di prima necessità ai beni di lusso), ha sicuramente un importante peso sui consumi di acqua dolce. Ai fini di queste valutazioni un valido aiuto può essere offerto dai valori dell’impronta idrica, il parametro che costituisce un indicatore di sostenibilità ambientale caratteristico di ciascun prodotto e permette di quantificare il consumo di acqua dolce associato, direttamente o indirettamente, alla produzione di un prodotto agricolo, alimentare o un bene di consumo attraverso la cui valutazione si possono individuare soluzioni alternative più sostenibili.

Secondo Water Footprint Network gli Stati Uniti vantano il primato mondiale per consumo pro capite di acqua dolce con un valore di 7.800 l/d. Tuttavia anche l’Italia si posiziona ai vertici mondiali, con un’impronta idrica per individuo di 6.300 l/d, superata alla Spagna con 6.700 l/d e dal Canada con 6.400 l/d. Il WWF Italia all’interno del programma ONE PLANET FOOD ha redatto un report sui consumi idrici alimentari da cui risulta che i prodotti di origine agricola e animale rappresentano circa l’89% dell’impronta idrica giornaliera, rispetto al 7% di quella dell’industria e il 4% di quella domestica. Inoltre il reale consumo di acqua, e di conseguenza l’impronta idrica del cibo che viene consumato ai fini dell’alimentazione, ha valori fortemente variabili a seconda delle abitudini alimentari adottate.

Uno dei primi obiettivi da perseguire nell’ottica di un risparmio idrico contempla una riduzione drastica degli sprechi che attualmente sono stimati dell’ordine del 30% della produzione mondiale dei generi alimentari che, oltre a essere un’offesa per la fame nel mondo, rappresentano uno sperpero delle risorse utilizzate per produrli, compresa l’acqua utilizzata. Piccoli cambiamenti dello stile di vita, come la riduzione del consumo di certi alimenti ad alto peso di impronta idrica a favore di altri caratterizzati da valori inferiori (ad esempio cibi che hanno subito processi di trasformazione meno lunghi o cibi a chilometro zero o caratterizzati da ridotti imballaggi), senza produrre alterazioni significative al normale standard di vita sociale e produttiva della società, potranno contribuire a formare un nuovo modo di vivere più sano, ecosostenibile ed eco-responsabile. Un interessante esempio è offerto dalla campagna Food4Future, il primo osservatorio permanente per l’analisi dei bilanci di sostenibilità della filiera agroalimentare italiana realizzato dalla BBS (Biblioteca Bilancio Sociale). Questa campagna ha l’obiettivo di modificare i sistemi alimentari, dalla produzione al consumo, per renderli più resilienti, più inclusivi, più sani e più sostenibili, tenendo conto delle necessità umane e dei limiti del Pianeta.

Altre azioni da prendere in considerazione, che sicuramente possono apportare contributi alla riduzione dei consumi idrici, includono il recupero e l’impiego delle acque meteoriche, delle acque grigie e delle acque provenienti dagli impianti di depurazione, queste ultime dopo opportuni trattamenti.

 

Recupero e utilizzo delle acque meteoriche

L’art. 98 del D. Lgs. 152/2006 affronta il problema della riduzione degli sprechi idrici attraverso la proposizione dell’adozione di soluzioni finalizzate al ricircolo e al riutilizzo di acque non pregiate. Una applicazione di questo articolo trova riscontro nell’impiego delle acque meteoriche per l’alimentazione degli sciacquoni, l’irrigazione del verde pertinenziale, il lavaggio delle auto, la pulizia dei cortili e dei passaggi pedonali e carrabili. Logicamente per poter destinare le acque meteoriche a tali finalità sarà necessario effettuarne la preliminare captazione, filtrazione, accumulo e distribuzione.

La stima della quantità di acqua piovana disponibile può essere valutata partendo dalla totale superficie captante (tetti, superfici esterne ai fabbricati lastricate e non, posti auto, percorsi pedonali e carrabili, ecc.), da dove può essere raccolta e trasferita a un serbatoio di accumulo e dal quale deve essere distribuita alle utenze finali per mezzo di una linea dedicata colorata nel rispetto alla norma UNI 5634-97 che, unitamente alle bocchette, deve essere contraddistinta da etichettatura con dicitura “acqua non potabile”. Per la progettazione occorre proporzionare l’impianto sulla base dell’apporto di acque piovane e del fabbisogno di acque di servizio con riferimento alla norma UNI/TS 11445:2012 che introduce i criteri di dimensionamento specifici per le località italiane in base alle caratteristiche pluviometriche e alle norme UNI 10724:2004, relative ai sistemi di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche e UNI EN 120563:2001, per i sistemi di scarico funzionanti a gravità.

 

Recupero e utilizzo delle acque grigie

Al pari della raccolta differenziata praticata per i rifiuti solidi urbani, lo stesso principio potrebbe essere applicato agli scarichi idrici provenienti dalle civili abitazioni che rappresentano almeno il 50-60% delle acque reflue domestiche. Si tratta delle acque grigie provenienti dal lavandino, dalla doccia e dalla vasca da bagno, che, previo recupero dedicato e successivo trattamento, possono trovare impieghi differenti: dall’alimentazione degli sciacquoni, al lavaggio di aree pertinenziali o all’irrigazione di aree verdi non destinate a colture commestibili.

Il recupero delle acque grigie trova più facile applicazione nel caso di nuove costruzioni o di edifici esistenti ma soggetti a importanti ristrutturazioni in quanto è richiesto un intervento alla rete di smaltimento e distribuzione che garantisca una separazione delle reti di scarico di acqua potabile e non potabile. In Italia sono ancora pochissime le realtà di civili abitazioni per le quali è stata prevista la doppia rete di scarico idrico. Il mercato offre differenti tipologie di impianti di recupero delle acque grigie. Le diverse tecnologie devono comunque garantire appropriati trattamenti prima del riutilizzo finale nel rispetto dei limiti imposti dal DM 185/2003. Analogamente a quanto evidenziato per gli impianti destinati al riutilizzo delle acque meteoriche, occorre che le tubazioni che trasportano acque di recupero siano opportunamente colorate nel rispetto della UNI 5634-97 e riportino la scritta “acque non potabili”. Un sistema di recupero e trattamento delle acque grigie consta di un’unità di trattamento primario per eliminare grassi e schiume e un’unità di trattamento secondario (fitodepurazione o filtrazione mediante membrane o impianti di depurazione SBR – Sequencing Batch Reactors) necessario per rispettare i limiti fissati dalla norma sul riutilizzo. Seguono trattamenti di filtrazione o ultrafiltrazione, osmosi, eventuale disinfezione finale con raggi UV, clorazione, ozono, ecc.

 

Recupero e utilizzo delle acque provenienti da impianti di depurazione

Le acque reflue, dopo essere state sottoposte ai processi di depurazione, possono rappresentare una risorsa da non sprecare. Secondo quanto previsto dal D.M 152/2006, le acque reflue possono trovare impiego per specifica destinazione d’uso per mezzo di una rete di distribuzione, in parziale o totale sostituzione di acqua superficiale o sotterranea con assoluta esclusione di uso come acqua potabile e non possono entrare in contatto con prodotti edibili crudi. Oltre ai contenuti del suddetto decreto occorre far riferimento al DM 185/2003 che stabilisce le norme tecniche per il riutilizzo delle acque reflue domestiche, urbane e industriali.

In tal modo le acque reflue, anziché rappresentare un rifiuto da gestire, potrebbero diventare una efficace risorsa idrica nel contesto di strategie di risparmio idrico.

Il riutilizzo deve avvenire in condizioni di sicurezza ambientale al fine di evitare alterazioni agli ecosistemi, al suolo e alle colture, nonché rischi igienico sanitari per la popolazione esposta, nel pieno rispetto delle vigenti norme in materia di sanità e sicurezza, nonché delle regole di buona prassi industriale e agricola.

Un ruolo importante nell’economia del riutilizzo delle acque depurate può essere svolto dalle Regioni attraverso l’adozione di politiche volte alla promozione e attuazione sul territorio regionale di azioni finalizzate all’impiego di queste acque prevedendo risorse finanziarie destinate a tale scopo. Di valido aiuto possono essere i Piani di Tutela delle Acque che possono individuare gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane da destinare al riutilizzo e richiedere la predisposizione di appropriati Piani di Gestione per i riusi correlati.

 ...L'articolo continua con la trattazione delle Agevolazioni fiscali a favore del bene acqua.

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