Decreto BIM e appalti pubblici: come si stanno organizzando le Pubbliche Amministrazioni?

Il Decreto n. 312 del 2 agosto 2021 ha introdotto una nuova tempistica di introduzione del BIM negli appalti pubblici prevedendo inoltre, punteggi premiali per l’uso di strumenti digitali nelle gare finanziate dal PNRR e dal PNC.

Da quest’anno l’obbligatorietà del BIM è scattata per le opere di nuova costruzione ed interventi sull’esistente (eccetto che per i lavori di ordinaria manutenzione) con un importo a base di gara pari o superiore a 15 milioni di euro.

Anche se la nuova soglia prevede un obbligo meno stringente, sono diversi gli Enti pubblici del Paese che hanno iniziato un percorso di implementazione del Building Information Modeling all’interno della macchina amministrativa. 

Tra questi vi è anche la Città Metropolitana di Torino che, a fine 2021, ha avviato un percorso formativo rivolto alle figure professionali degli uffici tecnici e non solo. 

L’architetto Monica Godino, funzionario del Dipartimento Territorio Edilizia e Viabilità della Città Metropolitana di Torino, nonché coordinatrice del Gruppo di lavoro Implementazione BIM, ha raccontato a Ingenio come si sta organizzando l’Ente per adeguarsi a quanto previsto dalla normativa.

 

Verso l'adozione del BIM nella PA: l'esperienza della Città metropolitana di Torino

Architetto Godino, quanto è grande il patrimonio infrastrutturale della Città metropolitana di Torino e come vi state muovendo per far fronte all’obbligatorietà prevista dal nuovo Decreto BIM?

«Il BIM s’inserisce nel contesto italiano partendo da quanto previsto dalla normativa europea che certamente spinge all’innovazione del settore. Come Pubblica amministrazione e in qualità di stazione appaltante, anche noi abbiamo intrapreso la strada che porterà alla gestione informativa nel nostro settore Lavori pubblici, in quanto siamo sia committenti dei lavori sia gestori delle infrastrutture e talvolta anche progettisti delle opere. Il nostro approccio tuttavia è diverso da quello di una società o di uno studio di progettazione, in quanto a noi spetta anche il controllo e l’accettazione di quello che viene proposto. Fino al 2014, la Città metropolitana di Torino era la Provincia, gestiamo una rete viabile di circa 2800 chilometri nei 312 Comuni, rete che include anche opere complesse come gallerie e ponti. L’uso del Building Information Modeling è fondamentale per questo tipo di infrastrutture, ma si presta bene anche per i nostri edifici scolastici: 160 complessi su cui stiamo già intervenendo con lavori di adeguamento e raccogliendo informazioni da inserire nell’anagrafe dell’edilizia scolastica».

A livello pratico, quali passaggi state seguendo per implementare il BIM all’interno della macchina amministrativa?

«Per prima cosa, la nostra Direzione generale ha costituito un gruppo di lavoro rappresentativo delle varie direzioni tecniche dell’Ente, edilizia e viabilità, ma anche innovazione e ICT, organizzazione e la direzione che segue le gare e i contratti. Siccome la metodologia BIM impatta su diversi ambiti del lavoro, abbiamo ritenuto indispensabile condividere con più soggetti la conoscenza di questa materia. Dunque, oltre alla formazione, siamo partiti analizzando quali sono i gap tra il nostro modus operandi tradizionale e la metodologia BIM. L’obiettivo del gruppo di lavoro è acquisire consapevolezza sul tema da tramutare poi in proposte operative da sottoporre alla nostra amministrazione».

Quante persone fanno parte del gruppo di lavoro?

«Il gruppo di lavoro che coordino è composto da 15 colleghi tra architetti, ingegneri, responsabili d’ufficio e giovani progettisti, e coinvolge anche amministrativi e tecnici che si occupano di sistemi informativi e di redigere le gare».

Vi eravate mai interfacciati con il BIM?

«Eccetto alcuni tecnici che personalmente si sono avvicinati al BIM in passato, l’Ente non ha mai avuto nessun tipo di esperienza, di fatto abbiamo iniziato a fine 2021. In questi ultimi anni non sono state realizzate nuove opere nè in ambito edile nè in ambito viabile e gli investimenti sono stati ridotti al minimo».

 

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Il percorso di formazione per imparare a usare il BIM

Vi siete rivolti a società di consulenza esterna per avere il giusto supporto? Come avete pianificato il percorso formativo?

«Fin da subito abbiamo pensato che fosse necessario appoggiarsi a qualcuno di esterno che ci potesse indirizzare ma che ci lasciasse anche liberi di scegliere il percorso più adatto alle nostre esigenze. Ad esempio, riteniamo che la scelta della tecnologia da utilizzare debba essere fatta in un secondo momento, infatti ci stiamo focalizzando sull’uso che faremo noi del BIM. Ci siamo quindi rivolti a una società di Milano che avesse esperienza nel campo della consulenza a operatori pubblici ed enti territoriali. La prima fase è durata un paio di mesi e abbiamo svolto diversi incontri online e in presenza durante i quali abbiamo approfondito sia l’aspetto normativo sia dei casi applicativi. Contemporaneamente abbiamo fatto un percorso di analisi dei nostri processi così da riuscire a lavorare meglio sull’aspetto organizzativo. A giugno, finita questa prima fase e scritte le nostre Linee guida BIM, programmeremo quella dedicata alla sperimentazione attraverso progetti pilota».

Oltre alla progressiva obbligatorietà prevista del Decreto, cosa vi ha spinto a iniziare questo processo di applicazione del BIM?

«Anche se negli ultimi anni gli investimenti non sono stati tali da ricadere nella casistica per la quale è prevista l’obbligatorietà, pensiamo che alcuni finanziamenti che dovremo gestire nei prossimi mesi potrebbero portarci dinanzi a importanti sfide progettuali. Al di là di questo, riteniamo che i tempi siano maturi per cominciare ad accrescere la sensibilità su questa metodologia che, essendo così complessa, richiede tempo. Il BIM impatta direttamente sull’intera organizzazione di un ente, per questo, pur non avendo progetti o opere imminenti, abbiamo iniziato per tempo a preparare il percorso di digitalizzazione». 

Come è stato accolto all’interno della macchina amministrativa questo cambiamento? 

«Il gruppo di lavoro sta già acquisendo una certa sensibilità sul tema e osservo una forte inclinazione a ricercare sempre l’esempio dell’applicazione concreta. Devo ammettere però, che qualche volta non manca un po’ di sconforto, soprattutto quando ci si rende conto di quanto sia imponente questa rivoluzione digitale».

Quali difficoltà state incontrando?

«In primis la mancanza di risorse umane, ogni componente del gruppo di lavoro deve dividersi tra gli impegni ordinari di lavoro e questa nuova iniziativa. Negli anni abbiamo assistito a una progressiva diminuzione del personale ed è evidente che non abbiamo la stessa forza delle grandi stazioni appaltanti, tipo le società partecipate o i provveditorati, che sono realtà distanti dagli enti territoriali quali i Comuni e le Province. Inoltre, dall’analisi che stiamo facendo in questo periodo, è emerso un ulteriore ostacolo. Come dicevo, i soggetti che già operano in BIM, sono molto strutturati e lavorano secondo le regole di qualità derivanti da certificazioni, in primis la ISO 9001 che impatta sull’organizzazione e sull’utilizzo di standard. La Provincia di Torino, prima del 2015, ha sempre mantenuto tale certificazione con benefici anche sulle attività tecniche di gestione, di progettazione e di coordinamento. Sette anni fa questo percorso è stato abbandonato e ora dovremmo recuperare tutto ciò che abbiamo perso soprattutto in termini di standardizzazione. In questo modo partiamo svantaggiati, perché sarebbe stato un buon punto di partenza per implementare il BIM». 


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Prevedete di assumere nuovi professionisti esperti in BIM?

«Non credo, al momento puntiamo sulla formazione di persone interne che conoscono bene sia il mestiere sia l’Ente. Dobbiamo capire come identificare all’interno del gruppo di lavoro le figure previste dalle Norme Tecniche e stiamo predisponendo  in un piano di formazione dedicato».

In base alla sua esperienza, ritiene che occorrano correttivi e migliorie per aiutare altre realtà pubbliche ad affrontare questo cambiamento?

«Anche se la nostra esperienza è ancora limitata, personalmente ritengo che portare a regime l’uso del metodo BIM in tempi brevi sia un’impresa sproporzionata per enti come il nostro e a maggior ragione per i Comuni di piccole e medie dimensioni che non hanno uffici strutturati e non possono permettersi professionalità dedicate. Secondo me non serve spingere sull’obbligatorietà: se una PA richiede in via obbligatoria l’uso di metodi e strumenti elettronici, deve poi essere in grado di gestire il processo, altrimenti non ne trarrà mai un reale vantaggio in termini di efficienza lavorativa, diventando piuttosto un ulteriore appesantimento. Per supportare le stazioni appaltanti più piccole, potrebbe essere utile sfruttare le specifiche competenze digitali in maniera centralizzata, enti centrali potrebbero offrire affiancamento, magari condividendo le esperienze».


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