IRAP, POS, formazione, assicurazione… quanti obblighi per i professionisti!

28/05/2014 3235

Intervista a Simone Cola, presidente del Dipartimento Cultura, promozione e comunicazione – CNAPPC, Salvatore Garofalo, presidente INARSIND e Gianvito Graziano, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi

Nei giorni scorsi una sentenza della Cassazione ribaltava completamente la sentenza di appello e obbligava un professionista a pagare l’IRAP avendo una segretaria part-time. In questo caso quindi si è aggiunto al danno, il pagare l’IRAP, anche la beffa, di dover pagare tutte le spese processuali. Non vogliamo quindi entrare nel singolo caso ma non ritiene che sia ora di chiedere a gran voce un codice unico amministrativo per i professionisti che abbia almeno il dono della chiarezza?

SIMONE COLA - È indubbio che vi sia una assoluta mancanza di chiarezza sulle materie fiscali che riguardano i professionisti, situazione che, nel suo complesso e senza far riferimento al singolo caso, va assolutamente affrontata. Ma non solo. Nonostante la Riforma delle Professioni grazie alla quale si è raggiunto un buon equilibrio tra rispetto dell'interesse generale, autonomia e valorizzazione professionale, manca la consapevolezza, in questi tempi di crisi, delle reali e direi scoraggianti condizioni nelle quali i professionisti, di qualsiasi, area, si trovano ad operare nei loro mercati di riferimento. Come esemplificazione basta pensare alla vicenda POS. Noi architetti non ci stancheremo mai di dirlo: l’obbligo di utilizzo nulla ha a che fare con i principi di tracciabilità dei movimenti di denaro, realizzabili semplicemente con il bonifico elettronico configurandosi, invece, come una vera e propria gabella medioevale - che del tutto ingiustificatamente pesa sui professionisti - per di più impropriamente pagata a un soggetto privato terzo, le Banche.
Siamo i primi a sostenere che la tracciabilità dei pagamenti sia un principio sacrosanto, tanto è vero che nel nostro nuovo Codice Deontologico l'evasione fiscale comporta un procedimento disciplinare che può arrivare fino alla cancellazione dall’Albo, ma essa si può ottenere con il "bonifico STP" ovvero il bonifico elettronico, che costa la metà e non ha costi fissi per i professionisti. E che quindi non rappresenta un ulteriore costo per chi tra gli architetti sta pagando un prezzo alto alla crisi: i titolari di studi professionali di piccole e medie dimensioni - che sono la stragrande maggioranza nel nostro Paese - e i giovani progettisti.

 

SALVATORE GAROFALO - Purtroppo in Italia, in campo economico e fiscale, “l’incertezza del diritto” è ormai una prassi che riguarda indistintamente tutti gli operatori economici. Non c’è giorno che non escano sentenze che, nel bene e nel male, ne contraddicono altre. Questo è certamente, assieme alla lentezza della giustizia e alla burocrazia, uno dei problemi che attanagliano il paese e penalizzano soprattutto le parti economiche più deboli come i professionisti. L’IRAP poi è un caso patologico, creata, da Prodi e Visco nel 1997, circa 14 anni fa da subito è stata oggetto di numerose contestazioni. La stessa Agenzia delle Entrate ha dovuto emanare dopo pochi mesi una circolare chiarificatrice e i tribunali di ogni ordine e grado sono stati costretti, in tutti questi anni, a pronunziarsi nel merito non sempre in modo uniforme. La questione è stata dibattuta con avverse fortune e la stessa Agenzia delle Entrate ha dovuto cambiare nel tempo posizione (particolarmente significativa quella espressa con una circolare del 2008 che invitava a valutare caso per caso se continuare il contenzioso e soprattutto a sospenderlo nel caso non si ravvisava nel contribuente l’autonoma organizzazione). Quindi negli ultimi anni il problema è diventato definire “l’autonoma organizzazione” e questo è paradossale. Non si può lasciare i liberi professioni in balia delle interpretazioni perché chi esercita una professione e quindi una attività economica ha il diritto di sapere se deve considerare nelle spese il pagamento di una tassa o no ed è inconcepibile che il legislatore ancora oggi produca leggi che hanno la necessità di essere interpretate anche a più riprese negli anni. Renzi sostiene che vuole ridurre drasticamente la burocrazia: lo faccia producendo innanzi tutto leggi più chiare, riducendo il loro numero ed emanando una serie di testi unici che, una volta per tutte, non richiamino leggi precedenti (a partire da quelle del Regno di Italia). In questo contesto a quel punto si potrà richiedere un testo unico per le attività economiche minori come quelle dei liberi professionisti.
 

GIAN VITO GRAZIANO - Ho l'impressione che a volte l'assenza di chiarezza, nella materia fiscale, come in altre, non sia un fatto casuale, ma piuttosto che essa, se non proprio voluta, sia quanto meno non combattuta.
Penso ad esempio alla sfera dei lavori pubblici e dei contratti, dove non si riescono ad ottenere standard comuni per i bandi di gara dei lavori e dei servizi o per procedure chiare di selezione di professionisti, finendo per consentire di operare in modo spesso del tutto arbitrario, penalizzando le istanze di trasparenza amministrativa che la norma vorrebbe imporre.
Un esempio su tutti: non si riesce neanche a varare uno schema comune per la presentazione dei curricula dei professionisti per il loro inserimento negli elenchi dei fornitori di servizi, che eviti, di volta in volta e a seconda della richiesta di questa o quella stazione appaltante, di dover predisporre un documento che riporti ora l'importo dei lavori del singolo intervento progettato, ora il corrispettivo professionale corrispondente, ora persino l'importo fatturato.
Sarebbe semplicissimo risolvere il problema, ma di fatto nessuno se ne occupa. Cui prodest?
 

Uno degli strumenti messi a punto dai precedenti Governi - anche per dare una soluzione amministrativa agli studi professionali che per dimensioni e attività non intendevano diventare società vere e proprie - sono le società tra professionisti. Che impressione avete, è uno strumento che sta funzionando per chi vuole avere una o forse serviva qualcosa di diverso?

SIMONE COLA - Inutile negare che le STP non stiano decollando. I problemi d’inquadramento fiscale, rispetto alla classificazione del reddito e di determinazione dei contributi previdenziali, sono certamente il principale freno alla loro costituzione. A questo proposito il Consiglio Nazionale degli Architetti si è impegnato a farsi parte diligente presso il Governo per risolvere tutte le ambiguità e incertezze determinate dal provvedimento istitutivo. A ciò si aggiunge la tradizionale frammentazione delle realtà professionali italiane, in gran parte organizzate in studi di ridotte o ridottissime dimensioni che comunque, nel nostro settore, collaborano molto spesso attraverso organizzazioni multidisciplinari non formalizzate.

Una volta chiariti i vantaggi di tipo economico e fiscale connessi all’istituzione e alla gestione di tali strutture immagino che le STP possano costituire degli strumenti utili a stimolare l’evoluzione professionale dei nostri studi all'insegna della multidisciplinarietà.

In tal senso le STP possono aiutare ad aprire un'altra frontiera fino a oggi preclusa alle realtà professionali, e cioè le “reti di impresa” con cui creare network professionali attivi in più territori e discipline, efficienti e flessibili.

SALVATORE GAROFALO - La vicenda delle società tra professionisti, almeno per gli architetti e gli ingegneri che già potevano sfruttare le cosiddette società di ingegneria, è davvero deludente perché queste società non hanno alcun vantaggio né rispetto agli studi associati né rispetto alle società di capitale. Fra l’altro, dopo alcuni anni di incertezza, alla fine si è chiarito che le società tra professionisti utilizzano lo stesso regime fiscale e previdenziale degli studi individuali e delle associazioni professionali ma, in quanto società, debbono essere iscritte anche alla Camera di Commercio e in più debbono essere iscritte almeno ad un Ordine (quello relativo all’attività prevalente) anche se già lo sono singolarmente tutti i soci. Addirittura alcuni consigli nazionali propendono per l’iscrizione agli ordini anche per le attività minori producendo l’ennesima follia burocratica. In pratica le società di ingegneria sono totalmente libere mentre quelle tra professionisti sono piene di obblighi (informativa ai clienti, onorabilità dei soci, partecipazione ad una sola società tra professionisti, limiti di partecipazione del capitale etc.). Insomma dopo anni di chiacchere e attese la montagna ha partorito il solito topolino che, con queste caratteristiche, non interessa nessuno tant’è che queste società sono pochissime in generale (a gennaio di quest’anno secondo uno studio dei notai in Italia ne erano state registrate 54 per tutte le professioni) e praticamente inesistenti per ingegneri e gli architetti. Per renderle appetibili a mio avviso non era necessario inventarsi nulla sarebbe bastato partire dal modello delle società di ingegneria imponendo però che la maggioranza, anche semplice, del capitale fosse in mano ai professionisti. Meglio se lo Stato, una volta tanto, avesse concesso degli incentivi alla loro formazione in modo da far associare i professionisti italiani che in atto sono i titolari di studi con il minore numero medio di dipendenti in tutta Europa.

GIAN VITO GRAZIANO - Mi sembra che lo strumento della società tra professionisti non stia purtroppo funzionando come si sarebbe sperato. Non so se le cause siano da ricercare nello strumento legislativo o piuttosto nella difficoltà, tipicamente italiana, di ragionare in termini di collaborazione professionale strutturata.
La realtà italiana degli studi professionali è infatti costituita in larghissima prevalenza da singoli possessori di partita IVA, con dimensioni organizzative molto semplici. E anche quando si entra nella sfera dell'assetto societario molti professionisti optano ancora per le società di ingegneria, che offrono un maggior ventaglio di possibilità. Mi pare evidente che si debba intervenire con modifiche, che rendano più attraenti le società di professionisti, anche sotto il profilo fiscale.

In questi ultimi anni i professionisti hanno dovuto subire l’eliminazione delle tariffe minime, l’obbligo della formazione, dell’assicurazione e forse presto anche quello del POS. Contemporaneamente i redditi crollano, come evidenziato dalle statistiche dei Centri Studi e di Inarcassa, e il governo si ricorda solo dei dipendenti. Questa situazione non evidenzia un problema di rappresentatività sindacale della nostra categoria? Dobbiamo arrivare a una revisione globale del sistema di rappresentanza?

SIMONE COLA - Mi sembra che gli Ordini, pur nel difficile contesto di una crisi perdurante, abbiano risposto e stiano rispondendo con efficacia al recepimento di quanto previsto dalla Riforma delle Professioni e, più in generale, alla trasformazione del modo d'intendere la professione e le modalità di esercitarla. In molti di questi nuovi adempimenti, come ad esempio quelli di tipo formativo, il ruolo degli Ordini Professionali è di contemperare qualità dei corsi e loro sostenibilità economica all'interno di un contesto professionale che sconta pesantemente le gravi difficoltà del mondo delle costruzioni.

Credo che le periodiche proposte sull’abolizione degli Ordini, che giungono dai più diversi settori della politica, dimostrino soprattutto una scarsa conoscenza del mondo delle libere professioni; un’estraneità che spesso si esplicita in provvedimenti di legge lontani dalla realtà, come nel caso dell’obbligo dell’introduzione del POS. Il nostro problema come, Consiglio Nazionale, non è quello di assumere la rappresentanza sindacale della categoria che, per definizione, riguarda più il sistema sindacale che quello ordinistico quanto la necessità di ragionare con Governo e istituzioni in modo complessivo sui problemi che riguardano la nostra categoria e il Paese nel suo complesso.
In questa fase difficile e complessa quello che conta - e noi non abbiamo mai smesso di stimolare Governo e Parlamento - è mettere in atto una politica economica che favorisca la crescita, il mercato, sblocchi gli investimenti e ridia certezze all’edilizia e che, di conseguenza, rimetta in moto il mercato delle professioni.
In questo senso da tempo gli architetti italiani hanno fornito indicazioni e suggerimenti con studi, ricerche e proposte. Se nello scenario del mercato delle costruzioni negli ultimi sette anni il peso dell’attività di manutenzione e recupero del patrimonio esistente sul valore totale della produzione nelle costruzioni è cresciuto di oltre 11 punti percentuali, la strada da percorrere è già tracciata ed è quella di puntare sulla riqualificazione degli edifici esistenti e spesso abbandonati.

La finalità di Riuso, il Piano per la rigenerazione urbana sostenibile che gli architetti italiani hanno da tempo lanciato insieme ad Ance e a Legambiente, è quella di riaprire i cantieri della riqualificazione del patrimonio edilizio e delle città. Ciò rappresenta la strada prioritaria per tornare a creare lavoro, agganciare la ripresa e dare risposte ai problemi delle famiglie. Ed è assolutamente evidente che tutto questo non abbia nulla a che fare con logiche corporative ma sia, invece, nell’interesse di tutto il Paese!

SALVATORE GAROFALO - Hai perfettamente ragione io, almeno dal nostro congresso di Udine nel 2009, sostengo che è necessario accorpare la rappresentanza sindacale di ingegneri ed architetti: 4 sigle sindacali sono davvero troppe se confrontate con il numero di iscritti che esercitano la professione. Dovremmo unire le forze, fare squadra e potenziare la nostra azione complessiva. In questi 4 anni personalmente ho lavorato in questa direzione ma gli unici risultati che sono riuscito ad ottenere, e solo negli ultimi sei mesi, sono stati il mettere insieme allo stesso tavolo le 4 sigle (all’ultimo congresso di Inarsind a Taormina) e abbandonare Conferdertecnica (di cui esprimevamo il Presidente) per confluire a Confprofessioni a cui ormai aderiscono 3 delle 4 sigle in questione. Nell’attuale assetto i sindacati non riescono ad incidere seriamente nella formazione delle leggi. Inoltre la nostra debolezza intrinseca apre alla possibilità di far ricoprire impropriamente il ruolo sindacale anche ad alcuni soggetti “forti”. Per essere chiaro mi riferisco in particolare a CNI e Inarcassa che, anziché aiutare le organizzazioni sindacali esistenti a difendere la categoria, preferiscono porre in essere iniziative ibride che da un lato diminuiscono il loro appeal istituzionale e dall’altro tentano di occuparsi, senza successo e con notevoli spese a carico di tutti gli iscritti all’Ente, di attività non congruenti con lo statuto costitutivo di Ente di previdenza. Il paradosso è che i nostri politici a causa di questa evidente frammentazione fanno finta di ascoltare le professioni dicendo di si a tutti ma poi non agiscono conseguentemente sapendo che comunque creeranno degli scontenti. Questo vale per tutti ad eccezione di avvocati e medici che riescono, almeno all’esterno, a compattarsi. Forse è davvero giunto il momento che i Consigli Nazionali di Architetti e Ingegneri, Inarcassa e i 4 sindacati discutano attorno allo stesso tavolo per cercare di operare in maniera congiunta o almeno coordinata, nel rispetto dei propri ruoli, almeno per superare questa tremenda crisi che ormai dura da diversi anni e sta mietendo troppe vittime soprattutto negli strati più deboli della professione.

GIAN VITO GRAZIANO - Mi sembra evidente che i professionisti stiano scontando un prezzo molto alto della crisi economica in atto, ma quello che mi sembra preoccupante è che le loro istanze continuino ad essere percepite un po' da tutti come il fastidioso lamento di una casta, che sinora ha goduto di chissà quali privilegi e che, davanti alla evidente necessità comune di stringere la cinghia, non si sappia adeguare.
Paradossalmente il ricorso a ribassi fuori mercato non sono letti per quello che rappresentano, ovvero la sofferenza di una classe professionale che sta lottando disperatamente per la sopravvivenza, ma come conferma che i professionisti abbiano potuto godere di privilegi inaccettabili, quali l'applicazione della tariffa minima, che finalmente gli sono stati tolti.
Le rappresentanze delle diverse classi professionali hanno l'obbligo di lavorare per ridare credibilità e dignità ai professionisti ed al loro ruolo e soprattutto per dare speranza a quelli più giovani, che oggi si affacciano sfiduciati al mondo del lavoro. Ma devono saperlo fare, lavorando per esaltare il ruolo sociale delle professioni e svolgendo esse stesse quel ruolo di sussidiarietà che la legge gli conferisce. La recente riforma delle professioni è andata solo in parte in questa direzione, ma nessuno vieta a ciascuna rappresentanza di svolgere autonomamente un ruolo moderno. Non escludo che si possa pensare anche ad una revisione del sistema di rappresentanza, ma sono convinto che siano gli uomini a fare la differenza.