Sismabonus e interventi locali: quanto siamo sicuri che non alterino il comportamento globale della struttura?

Ogni intervento di supersismabonus può definirsi riqualificazione? In questo articolo si analizzano alcune problematiche e possibili soluzioni relative all’applicazione degli interventi locali progettati per la riqualificazione del costruito e per conseguire le detrazioni fiscali. 


Supersismabonus = Riqualificazione?

Senza dubbio il già ormai conosciutissimo sismabonus potenziato (110%) ha conferito un forte impulso all’edilizia, tant’è vero che sono in corso diversi interventi legati alla riduzione della vulnerabilità sismica degli edifici. Tuttavia, la rincorsa alle detrazioni, spesso, genera una certa “confusione organizzativa” in cui il committente ha uno solo scopo: riqualificare la “casa” spendendo il meno possibile (meglio se gratis). Questa rincorsa, ahimè, sta generando una serie di richieste non sempre attuabili che porterà notevoli svantaggi strutturali all’edificio oggetto di riqualificazione. 

Conseguenza di questo strano approccio è l’applicazione di interventi “random” che non tengono minimamente in debita considerazione i canoni funzionali dell’edificio o la riduzione della vulnerabilità, ma solamente l’aspetto legato alla detrazione fiscale. 

 

L’approccio alla riqualificazione

È vero, ormai ci sono molti esperti in progettazione sismica e quindi sarebbe superfluo approfondire per l’ennesima volta i punti fondamentali di una corretta progettazione. Tuttavia, soprattutto nell’ambito superbonus, sono necessari approfondimenti di tipo tecnico. 

Innanzitutto è interessante osservare come l’attuale corpo normativo consideri importante anche la sicurezza statica, ultimamente, condizione tralasciata in molti progetti.

Il paragrafo 8.3 delle NTC2018, ad esempio, sottolinea che è “necessario adottare provvedimenti restrittivi dell’uso della costruzione e/o procedere ad interventi di miglioramento o adeguamento nel caso in cui non siano soddisfatte le verifiche relative alle azioni controllate dall’uomo, ossia prevalentemente ai carichi permanenti e alle altre azioni di servizio.”

Già questa indicazione basterebbe per comprendere che in un edificio esistente non c’è solamente l’aspetto “sismico” ma anche l’aspetto “statico”. È lecito, quindi, chiedersi se tutti gli interventi di riqualificazione strutturale siano, in primis, anche di riqualificazione statica. Sarebbe azzardato operare interventi sismici qualora l’edificio presentasse carenze statiche…

Il fulcro, però, di questo articolo è un altro e riguarda l’aspetto meramente sismico presupponendo, comunque, una condizione statica accertata. In particolare, le domande che voglio pormi sono: 

  • siamo sicuri che gli interventi progettati siano sempre compatibili con una riduzione della vulnerabilità sismica?

E poi,

  • siamo sicuri che qualsiasi progettazione sia, per il progettista, a responsabilità limitata? 

 

Il caso degli interventi locali

Per rispondere alle domande, analizziamo quanto riportato nelle NTC2018. Al paragrafo 8.4.1 la norma, a riguardo dei famosi interventi locali, evidenzia che “il progetto e la valutazione della sicurezza potranno essere riferiti alle sole parti e/o elementi interessati, documentando le carenze strutturali riscontrate e dimostrando che, rispetto alla configurazione precedente al danno, al degrado o alla variante, non vengano prodotte sostanziali modifiche al comportamento delle altre parti e della struttura nel suo insieme e che gli interventi non comportino una riduzione dei livelli di sicurezza preesistenti.

Il concetto sembra essere molto chiaro: se voglio effettuare degli interventi locali devo assicurare che gli stessi non modifichino l’assetto dell’unità strutturale. 

Viste le condizioni manutentive medie degli edifici esistenti è ragionevole pensare come qualsiasi intervento sia causa di modifiche più o meno marcate all’assetto strutturale dell’insieme. Infatti, i già citati “interventi locali” quasi sempre sono accompagnati da modifiche architettoniche che possono prevedere svariate modifiche tra le quali si possono citare l’apertura di fori su pareti portanti e l’aumento di carico per il recupero di locali fin d’ora inaccessibili (sottotetti).

È indubbio, quindi, come l’insieme di opere “locali” possa modificare l’assetto dell’unità strutturale investendo il progettista di una responsabilità aggiunta. Purtroppo sta sempre al tecnico decidere e accertare se gli interventi modifichino l’attuale impianto strutturale.

 

Un esempio di intervento locale

Ipotizziamo di voler intervenire in una porzione di casa abbinata composta da due unità P1 e P2 (di diversi proprietari) in cui, come ben risaputo, la struttura risulta in parte in comune (Figura 1 sx). 

 

esempio di intervento locale

Figura 1 – Tipica struttura di casa abbinata: stato di fatto (sx), progetto con intervento sulla copertura P1

 

Supponendo di dover effettuare degli interventi locali di alleggerimento della copertura nella porzione P1 si assiste ad uno spostamento del baricentro delle masse verso la copertura più pensate (P2): si genera, quindi, una sollecitazione torcente che “potrebbe” modificare la struttura nel suo insieme (Figura 1 dx). Il termine potrebbe non essere stato inserito a caso. Di fatto, il progettista è a conoscenza solamente della porzione P1 mentre per la porzione P2 può fare solamente delle supposizioni: nella porzione P2 potrebbero essere stati eseguiti degli interventi non legittimi nel passato come cambi di destinazione d’uso, modifiche ecc.

Pertanto il progettista può solamente effettuare delle supposizioni in base ad uno pseudo-stato iniziale che lo porterebbe a certificare l’intervento sulla base di troppe incertezze tecniche.

 

Figura 2 – Tipica struttura di casa abbinata: stato di fatto (sx), progetto con intervento su alcuni elementi verticali (dx)

 

Un’altra situazione, simile alla precedente, riguarda l’intervento di rinforzo degli elementi verticali (Figura 2). Come già sottolineato dalla Commissione di Monitoraggio, in relazione agli interventi su aggregati edilizi, sono ammessi interventi di riparazione e ripristino della resistenza originaria e il miglioramento della duttilità ma non di alterazione di rigidezza.

Se quindi applico a due pilastri l’incamiciatura con calcestruzzo armato è ovvio che aumento la duttilità ma, contemporaneamente, modifico anche la rigidezza degli elementi e pertanto la risposta strutturale nel suo insieme.

 

Quali soluzioni?

In relazione all’esempio proposto, qualcuno potrebbe obiettare affermando che il minor peso riduce le forze in gioco oppure che l’incamiciatura dei pilastri non aumenta “considerevolmente” la rigidezza. Certamente, ma come deve approcciarsi il progettista di fronte a queste affermazioni che coinvolgono sia la bontà della riqualificazione sia la scelta degli interventi locali? 

 

...l'articolo continua.

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