Piero Torretta: Economia e Pace

“La guerra è l’umiliazione del cristianesimo, della ragione, della politica” (Mario Delpini).

“La guerra è sempre una ingiustizia totale” (Antonio Guterres)

“A Bucha è stato distrutta la nostra umanità“ (Ursula von der Leyen). 

“Chiediamoci se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace“ (Mario Draghi).

“In Ucraina calpestati i diritti umani” (Sergio Mattarella).

Ci sono diversi modi per definire la guerra. 

L’Arcivescovo Delpini ne sintetizza la crisi dei valori. 

Il Segretario ONU Guterres ne riassume la natura

La Presidente von der Leyen ne compendia le atrocità.

Il Presidente Draghi ne descrive i legami con l’economia.

Il Presidente Mattarella ne ricorda la lesione alle irrinunciabili ragioni di ogni vita.

Ma c’è anche chi, ipocritamente, la chiama con un altro nome, ne manipola i valori e, per pungolare orgoglio, identità, appartenenza e legittimare l’uso della violenza contro altre persone, estrapola Testi Sacri, a suo uso, frasi suggestive dai–“Non c’è amore più grande di quello di chi dà la sua vita per i propri amici” Gv 15,12-17– cercando nella religione sostegno alle proprie scellerate azioni.

ECONOMIA E PACE

PIERO TORRETTA ECONOMIA E PACE

Le parole hanno sempre un senso, ma solo la coscienza dei valori, la consapevolezza della nozione, la conoscenza della storia, la chiarezza della comunicazione, ne danno un senso proprio.

In ciò, per imparare a dialogare e vivere insieme, è innegabile il ruolo della scuola come luogo di disseminazione dei valori della democrazia e della pace, il senso civico di cui ci siamo dimenticati.

Ma innegabile è l’autorevolezza e la chiarezza dei riferimenti, come le parole di Papa Francesco: “Abbiamo dimenticato il linguaggio della pace. Il mondo ha scelto lo schema di Caino e la guerra è uccidere il fratello” 

Credenti o non credenti, come non essere d’accordo! 

Se tutti conveniamo che la guerra è il fallimento dell’umanesimo, la negazione della storia, l’abiura della eredità dei nostri padri, il negazionismo delle sofferenze, la sconfitta della ragione, la rinuncia del dialogo, l’abbandono della faticosa ricerca di una soluzione; se, come ha detto l’Arcivescovo Delpini “la politica è l’impegno a prendersi cura del bene comune, la guerra rende comune il male ed è la distruzione di ogni bene”, perché la politica deve essere cinica?. Perché, nonostante il ripudio nella Costituzione, il divieto di minaccia di guerra ed il diritto alla Pace sanciti dalla ONU e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, perché la politica deve mascherare la realtà?. Perché ancora oggi la politica deve riconoscere agli Stati la possibilità di aggressione armata, la possibilità di deumanizzare l’altro, il diritto di uccidere le persone, la possibilità di compiere atrocità, barbarie contro i più deboli ed inermi? 

Perché, di fronte a questi fatti, non esiste una condanna politica e sociale preventiva ed unanime, una emarginazione politica ed economica automatica (tanto quanto automatica è l’aggressione armata)?

Perché ancora c’è chi sta con la Pace e chi sta con la guerra?

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Il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri

“Il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri“ ironizzava Oscar Wilde di fronte alle lamentele per l’inerzia della politica, mentre nel proprio piccolo nulla si fa per contrastare la deriva. 

Non basta la coscienza, non basta la consapevolezza, la conoscenza, la chiarezza? 

Forse settanta anni ed oltre di pace e di benessere hanno bagnato le polveri della nostra sensibilità. Forse ci siamo illusi che bastasse la semantica della sostenibilità, e il resto sarebbe arrivato da solo in virtù degli equilibri naturali degli interessi e del mercato.

Pathémata, Mathémata insegnavano i classici greci. I patimenti sono insegnamenti. 

Ma è necessario soffrire per essere umani?.

Perché non essere previdenti ed essere attenti sempre agli effetti delle nostre azioni per il benessere delle persone e il bene comune?. Non è questo il compito della politica - quindi di tutti NOI – in quanto scienza ed arte del governare persone e cose. 

La sospensione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU è la conseguenza di un dolore irragionevole, insensato, disumano, causato a persone inermi e senza difesa dal <potere> di uno Stato che, nel suo ruolo politico, si è arrogato il diritto di disporre delle sofferenze e della vita delle persone. Ciò nonostante, invocando ragioni di realpolitik, non tutti gli Stati si sono dichiarati d’accordo

Ma perché dopo il Manifesto di Russel ed Einstein nel 1955 (i pericoli della guerra), gli accordi di Helsinki nel 1975 (la sicurezza e la cooperazione in Europa), la caduta del muro di Berlino nel 1989 (la liberazione dalla dittatura comunista), il terrorismo islamico degli anni 2000 (la ribellione contro l’occidente), la crisi finanziaria del 2008 (il fallimento della finanza), non si è dato ascolto alle avvisaglie, si è ridotta l’attenzione e mollato la presa sui diritti umani (l’essenza dei valori europei) e, soprattutto, si è continuato ad intrattenere rapporti economici e commerciali con autocrati, despoti, tiranni votati al potere assoluto e quindi portatori di per sé del rischio guerra?

Perché, nonostante l’esperienza drammatica della prima parte del Secolo Breve, si è vissuto nel sogno di un mondo senza nemici, non si è dato rilievo ai <rischi> insiti nella globalizzazione1, alla concentrazione della ricchezza - quindi del potere - nelle mani di oligarchi e magnati, e tutto è stato sottovalutato, come dimenticato e sacrificato sull’altare degli interessi e della realpolitik che ha preso il sopravvento su ogni aspetto della dignità e del bene della persona. 

Un problema che, nonostante la coscienza, la consapevolezza, la conoscenza e la chiarezza delle comunicazioni, pare si stia rinnovando ancora oggi nella affannosa ricerca di alternative alla dipendenza energetica dai Paesi aggressori.

 

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Il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali

“Il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali“ sono così divenuti valori dimenticati anche nelle “democrazie reali”, come fagocitate da un modello di sviluppo che non solo sembra non voler mai chiedere conto, “fare luce”, ma neppure ha condiviso “modi e regole” per valutare come, fuori dai propri confini, si formano le ricchezze anche grazie al sottostante disprezzo dei valori. 

Un aspetto che, ricordando Jean Paul Fitussi e il suo <teorema del lampione>, ci porta alle conseguenze delle politiche economiche degli ultimi decenni, alla scelta dei poteri pubblici di seguire il pensiero dominante della ortodossia neoliberista (la strada illuminata dai lampioni), basata sulle teorie dei mercati concorrenziali, le politiche di rigore dei bilanci, la centralità della finanza e della moneta, la deregolamentazione dei mercati, la crescita quantitativa e monetaria del PIL. Elementi tutti del cui fallimento sono espressione e conseguenza, sia le diseguaglianze e la profonda miseria sociale2, ma anche, alla luce dei fatti di oggi, la guerra, 

Non si erano accesi i lampioni giusti e si è cercato di agire partendo da una rappresentazione teorica del mondo che non aveva molto a che fare con il mondo reale con obiettivi mal misurati (il PIL per esempio) e non veramente importanti per la società ” ha lasciato scritto Jean Paul Fitussi. 

Un aspetto che ci riporta alle ragioni ed alle origini della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU che al suo primo articolo recita “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Un principio, un diritto-dovere di reciprocità umana, che non ha necessità di essere sancito da una Legge in quanto ha una <valenza morale> che va al di là della Legge, consistendo la sua azione “nella fioritura dell’essere umano”. 

Un <valore assoluto> per il quale è imprescindibile superare il cosiddetto <consequenzialismo>, la variante dell’utilitarismo che nega una distinzione tra <le conseguenze previste e le conseguenze intenzionali> di una decisione, di un atto, di un ordine. 

Una condizione non risolta - nonostante l’appello di Russel e Einstein <sui rischi catastrofici di un conflitto nucleare> - che fece discutere in occasione della laurea honoris causa conferita nel 1956 dall’Università di Oxford a Truman, nonostante l’ex Presidente avesse autorizzato il bombardamento nucleare di Hiroshima schermendosi dietro la convinzione che<non si può dare la responsabilità a uno solo perché è la sua firma in calce all’ordine>.

Un aspetto morale - a fronte della evidenza delle conseguenze – che, fosse stato risolto allora, non porrebbe neppure oggi il problema del crimine di guerra per chi anche solo minaccia l’uso delle armi nucleari.

In tutto questo, se la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fosse un <dovere morale> condiviso ed attuato come regola <legale> nel mercato globale, non solo il problema energetico, le sue fonti, le sue dipendenze, ma la stessa sostenibilità ambientale-economica-sociale, sarebbero un problema risolto da tempo. 

 

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Le ragioni degli squilibri di oggi sono la guerra o un modello di sviluppo

Nella nostra libertà di opinione e di scelta, forse dimentichi, o distratti della interdipendenza delle nostre decisioni rispetto alla <fioritura dell’essere umano>, non tutti ne abbiamo condiviso le criticità. La guerra, le sue crudeltà, il cinismo degli Stati, l’uso delle armi economiche per contrastare le atrocità delle armi militari, la possibile disseminazione delle conseguenze, hanno fatto saltare il tappo e l’energia, le sue fonti, la sua accessibilità, i suoi prezzi (l’invocato price cap del gas esprime di per se la miopia/fallimento del mercato), sono diventati un fattore di grande allarme.

Ma le ragioni degli squilibri di oggi sono la <guerra> o un <modello di sviluppo> in cui il potere del mercato ha fagocitato la sovranità degli Stati divenuti impotenti rispetto alla concentrazione dei poteri economici, le prepotenze, le distopiche diseguaglianze e lo sfruttamento scellerato delle risorse ambientali?. 

Da tempo ancor prima della drammaticità del COVID, si parla di un <nuovo ordine mondiale>, di una <ri-globalizzazione selettiva> e della revisione del neo-liberalismo senza regole. 

Il Re è Nudo, dicono gli osservatori economici che ritengono imprescindibile ridisegnare il sistema dei rapporti economici e le tre gambe su cui si muove la globalizzazione: commercio, finanza, moneta. Per questo, per contrastare i rischi della concentrazione della ricchezza e dell’abuso dei poteri (politici ed economici), tornano d’attualità il ruolo dello Stato nel governo del mercato, l’economia sociale di mercato e l’ordoliberismo3 , la distribuzione equa della ricchezza delle nazioni, le pari opportunità. 

 

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Una Direttiva sulla responsabilità sociale delle imprese europee in tema di ambiente e diritti umani fondamentali

Ad ognuno la sua parte. Ma il nuovo modello economico-sociale dovrà innanzi tutto rimettere in ordine le priorità cercando di riportare la finanza e la moneta nella loro funzione di servizio al commercio ed alla <economia reale> fatta di creatività, innovazione, produzione, lavoro, sicurezza, diritti umani.

Nei mesi scorsi la Commissione Europea - nella direzione di marcia della sostenibilità -  ha presentato la proposta di Direttiva sulla responsabilità sociale delle imprese europee in tema di ambiente e diritti umani fondamentali. I valori su cui si è sviluppata la nostra democrazia e per i quali “oggi come mai prima d’ora, è evidente a tutti che, libertà economiche, libertà individuali e democrazie siano collegate, ed il pericolo che in ciò  possono costituire regimi autoritari che partecipano al mercato”4.

Un aspetto per cui si pone l’esigenza di riformulare, omogenizzare le modalità di svolgimento dei processi produttivi e dei rapporti di filiera, oggi frammentati anche a causa di una frantumazione giuridica che riconosce sia diritti diversi alle persone (dignità, sicurezza), sia tutele diverse all’ambiente, squilibrando convenienze e costi. Un modello di cooperazione, collaborazione, scambio di conoscenza e condivisione delle esperienze che valorizzi e sviluppi i giacimenti di <terre rare relazionali> che sono a fondamento della costruzione di comunità e delle relazioni di pace.

La leale competizione tra le imprese e la fiducia del consumatore sono in questo un elemento imprescindibile. E per questo, affinché l’economia sia non un campo di guerra, ma uno strumento di pace, sono necessarie regole condivise e correttamente applicate e monitorate per gestire, governare gli <insostituibili spiriti animali>5

Un sistema <tricotomico> che nasca dal basso, dalla partecipazione e cittadinanza attiva della Società Civile e, attraverso la co-programmazione e co-progettazione integri con pari dignità i poteri dello Stato e del Mercato per il perseguimento degli interessi collettivi ed il bene comune. 

Ma la realtà, nonostante le enunciazioni, purtroppo oggi è diversa, e non solo nel mercato globale. 

La Sostenibilità declinata nei suoi tre pilastri <ambientale-economico-sociale> è spesso nella sua applicazione confusa, contraddittoria, mercificata ad uso commerciale. Un’indagine della Commissione Europea rileva la tendenza a diffondere informazioni non veritiere con una diffusa situazione dì greenwashing che riscontra nel 41% dei casi analizzati, pratiche commerciali sleali un con rilevante rischio per i consumatori e gli investitori. 

Un fatto da cui discende la necessità di metriche oggettive, standardizzate e condivise con le quali valutare l’effettività delle pratiche commerciali e dei risultati conseguiti, arginare le <asimmetrie informative>6  tra le parti, sviluppare l’arte delle relazioni, fondamentale per la fertilità economica e sociale.

 

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Condivise criticità ed obiettivi è però importante individuare gli strumenti. 

La cultura, la politica e l’ortodossia prevalente - anche in questo direbbe Fitussi occorrerebbe fare luce - la individua nel modello delle Agenzie di Rating che operano in emanazione del sistema finanziario   ritenendo di grande interesse il progetto dell’International Financial Reporting Standard Foundation (IFRS) per i risultati ottenuti negli Accounting Standard per le pratiche contabili. 

Il modello di Corporate Governance e di Responsabilità Sociale delle Organizzazioni pone però il tema del superamento dell’interesse degli Shareholder (azionisti) e della esclusività del profitto, verso un sistema aperto agli interessi del contesto sociale e degli Stakeholder (dipendenti, fornitori, consumatori, cittadini) su cui impatta e si rivolge l’attività delle imprese.

Nel <nuovo ordine mondiale>, nel modello di sviluppo della <ri-globalizzazione selettiva> in cui le aziende devono dialogare con la società facendosi carico della <valenza morale> delle loro decisioni per la fioritura dell’essere umano, alla <luce> dei danni prodotti dalla finanziarizzazione della economia (si pensi ai drammi sociali prodotti dai  rating sul debito degli Stati), è nostro dovere chiederci se affidare ad una emanazione del sistema della finanza la definizione delle regole delle relazioni economiche e sociali del <nuovo modello di sviluppo>, sia coerente con nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile?.

Nel <narrow corridor7>, il sentiero stretto dell’equilibrio tra l’approccio dall’alto (Istituzioni) e approccio dal basso (Società Civile), non basta individuare la direzione, serve un coinvolgimento diretto ed attivo dei cittadini per renderli protagonisti del percorso. Una <utilità procedurale> che si sostanzia nella cittadinanza attiva, nella spinta verso una economia aperta alla società ed attenta al suo impatto sociale (non solo al profitto) per una <transizione antropologica> che è alle radici di tutte le transizioni e della possibilità di costruire una società ed un sistema economico orientato al bene comune.

 

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Come sempre la storia può essere maestra.

A conclusione delle grandi guerre del secolo scorso, in modo particolare dopo la seconda grande guerra, assieme alla CECA ed alla CEE, in Europa fu sviluppato e valorizzato lo strumento della Normazione Tecnica Consensuale che ha svolto un ruolo centrale nella armonizzazione delle regole della produzione e del commercio nel Mercato Unico (33 Paesi aderenti), oltre ad un ruolo significativo - pur con i limiti della non univocità – del Sistema ISO nel mercato globale (164 Paesi aderenti). 

Uno strumento riconosciuto in Europa dalla Legge che ne ha sancito l’univocità (ogni Paese può avere un  solo Ente di Normazione)  e definito principi fondatori nella <coerenza, trasparenza, apertura, consenso, applicazione volontaria, indipendenza da interessi particolari ed efficienza>8 . Uno strumento aperto alla partecipazione del mondo economico(finanza, produzione, lavoro, professioni), della Società Civile (consumatori, del terzo settore) e dello Stato con il compito di sviluppare standard unici a livello UE per prodotti, processi, servizi di qualità, sicuri nella produzione e nell’uso e rispettosi della Convenzione ONU sui diritti delle persone. Uno strumento che il Consiglio Europeo ha definito indispensabile per affermare i valori europei nel mercato globale ed al servizio della leale competizione e della fiducia del consumatore. Uno strumento oggettivo ed indipendente che, se concretamente sostenuto dagli Stati, pur nella sua valenza pattizia contrattuale, può aiutare a mettere in ordine le priorità delle tre gambe della globalizzazione e, definendo <modi e regole> sui processi di filiera, può dare un rilevante contributo al consolidamento dei diritti delle persone, oltre ad essere una efficace risposta al rischio di greenwashing, della asimmetria informativa, degli abusi dei poteri dominanti.

Uno strumento da perfezionare sia nella apertura, coinvolgimento, partecipazione a tutte le <organizzazioni e le parti che rappresentano interessi di grande rilevanza sociale>9, sia nella valorizzazione della funzione e nella reale partecipazione delle Istituzioni10 , sia nella modalità di formazione del consenso e delle decisioni secondo il modello dell’<agire comunicativo, della deliberazione e del consenso razionale>11 e che, se adeguatamente sviluppato, applicato e valorizzato, può essere un efficace contributo nella costruzione di una Economia per la Pace. 

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“A Bucha è stata distrutta la nostra umanità”

Pathemata, Mathemata, anche se mai avremmo voluto assistere ad una nuova violenza di uno Stato contro un altro Stato, la guerra con i suoi orrori, le sue sofferenza, è sempre un momento di presa di coscienza.

La prima è la necessità di un nuovo equilibrio tra sovranità nazionali e sovranità internazionali. 

L’ONU, con il diritto di veto riconosciuto ad alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, subisce ancora oggi i retaggi ed i vincoli riconosciuti ai vincitori dell’ultimo conflitto mondiale, come se loro, e solo loro, fossero le sentinelle del mondo. 

Una condizione da superare - come sostiene Sabino Cassese12 - attraverso una Fondazione di Repubblica Mondiale per lo studio di una Costituzione della Terra per i rapporti tra gli Stati che dia valore legale ai principi morali già definiti nel patto di Convivenza Pacifica tra i Popoli e nella Convenzione sui Diritti Umani Universali.

Ma la guerra non è solo un problema politico. La stessa aggressione ed invasione della Ucraina non ha ragioni di tutela della identità russofila come qualcuno vuol far credere, ma uno specifico interesse per tutto ciò che sta nel sottosuolo del Donbass (gas neon, litio, cobalto, terre rare). Un aspetto che ci riporta alla CECA ed alle sottostanti ragioni di Pace.

Per questo “Chiediamoci se il prezzo del gas possa essere scambiato per la pace” conferma che esiste uno stretto legame tra l’economia e la pace nel mondo. 

Per questo è importante che ognuno <nel proprio piccolo faccia tutto ciò che può per contrastare la deriva>. 

A cominciare da come può concorrere ad evitare la concentrazione di potere nelle mani di pochi.

Un aspetto non solo politico, ma se consideriamo le sanzioni agli oligarchi russi e, non diversamente, la concentrazione di risorse strategiche (energia, information technology , finanza, ect) nelle mani di pochi, è doveroso valutare e sviluppare tutte le forme di comunità, relazioni, partecipazione dal basso, cittadinanza attiva, in cui la Società Civile passi da una condizione di subordinazione - “il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri” - ad una di collaborazione, cooperazione, integrazione con lo Stato ed il Mercato per divenire concretamente con le nostre azioni economiche operatori di pace.

 


NOTE

1 <Per globalizzazione si intendono i processi cumulativi di espansione mondiale del commercio e della produzione, dei mercati delle merci e finanziari, dei programmi dei computer, dei media, delle reti di comunicazione, dei trasporti e dei flussi migratori, dei rischi generati dalle tecnologie usate su larga scale, dei danni ambientali ed epidemie, nonché da criminalità organizzata e terrorismo> Jungen Habermas.  

In Italia 10,7 milioni di persone (4 milioni di disoccupati e 6,7 milioni di occupati instabili e 1,3 milioni di bambini) sono a rischio povertà con una crescita del 15% rispetto al 2015  (dati Unimpresa) 

3   Ordoliberismo: nasce da come riflessione sistematica della società ed è un variante del pensiero liberale sociale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo basata sul presupposto che il libero mercato e il lassez faire da soli non siano in grado di garantire né il mantenimento della concorrenza, né l’equità sociale e le pari opportunità per le persone. Lo stato deve quindi fornire un quadro giuridico, un ordine di regole attraverso cui l’economia di mercato possa funzionare tutelando la proprietà privata e la libera iniziativa, stabilizzando la moneta ed assicurando un livello minimo ed universale di protezione sociale. 

4  Paola Mariani Sole 24 Ore del 6 aprile

5 “Se ci pensiamo bene è proprio dalla condivisione di risorse strategiche che è nata nel secondo dopoguerra la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio da cui ha preso avvio il percorso virtuoso che ha portato ai minimi termini il rischio bellico in Europa occidentale tra paesi che solo pochi anni prima e per secoli si erano combattuti sanguinosamente” Leonardo Becchetti <I fattori strutturali che possono ridurre il pericolo di conflitti tra gli Stati> Avvenire 23 aprile 2022 

6 George Akerlof  premio Nobel Economia nel 2001 per la teoria sulle <asimmetrie informative> che inficiano il buon funzionamento del mercato a causa della differente conoscenza sui dati (difetti) di un prodotto da parte del produttore di cui il consumatore non è a conoscenza.(i bidoni)

7  <The narrow corridor Stato, Società, il destino delle libertà> Daron Acemoglu & James Robinson  

8  Regolamento UE 1025/12 del Parlamento e del Consiglio sulla normazione europea  – considerando (2)

9 Regolamento UE 1025/12 – considerando (17)

10  “Lo Stato, i politici, i burocrati devono attrezzarsi intellettualmente e tecnicamente in vista delle nuove responsabilità”. (Giuliano Amato –Bentornato stato, ma -Il Mulino -.

11  Juorgen  Habermas: - Etica del discorso –“Chi partecipa alla conversazione garantisce e si aspetta correttezza, verità, veridicità, comprensibilità. Se una di queste condizioni non è soddisfatta nessuna discussione razionale e nessuna intesa è possibile. L’agire comunicativo indica la possibilità di una unione sociale non coercitiva basata sul criterio del riconoscimento dell’altro orientato all’intesa attraverso la forza della argomeantazione migliore al di fuori della politica del potere e della forza dello status> 

12  Sabino Cassese< Non erano illusioni> Corriere della Sera del 19 aprile