Conservazione e trasformazione: "due termini opposti ma non fra loro contradditori"

Qual è il ruolo delle scuole di specializzazione nella qualificazione delle figure che operano nel campo del restauro? Quanto è importante operare secondo un approccio multidisciplinare? Quanto conta l'esperienza professionale sul campo? E infine, quale rapporto esiste tra conservazione e trasformazione?

Abbiamo rivolto queste ed altre domande al prof. Giovanni Carbonara, storico dell'architettura e teorico del restauro, professore emerito di restauro alla “Sapienza” Università di Roma.


Approccio multidisciplinare per il restauro e la consevazione del patrimonio architettonico

Dalila Cuoghi

Professionista e Storico: chi governa il processo del restauro di un edificio?

Giovanni Carbonara

Penso che la risposta alla sua domanda possa essere questa: “Un professionista architetto dotato di capacità di analisi e comprensione storica e di adeguate competenze tecniche. Nei casi più complessi, un gruppo multidisciplinare che accolga e faccia lavorare in sinergia professionalità diverse, storiche, scientifiche e analitiche (fisico-chimiche e biologiche), di rilevamento, conservative e, naturalmente, organizzative e architettoniche”.

Nella formazione attuale dei restauratori a livello post-universitario (quel ‘terzo livello’, proprio delle Scuole di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, come anche di quelle attive in campo medico) mi pare che il tema venga affrontato correttamente, muovendo dall’avvicinamento alla comprensione storica ma anche, naturalmente, storico-costruttiva e finanche di cultura materiale del bene culturale considerato, per arrivare all’analisi dello stato di conservazione, all’individuazione delle cause di danno e giungere infine, tramite un filtro sia storico-critico che teoretico, a vagliare e comparare le varie opzioni di metodo e le idee progettuali, fino alla conseguente fase esecutiva, importante come il progetto stesso.

A tale proposito è interessante osservare come la Scuola della “Sapienza” Università di Roma, la prima fondata in Italia e nel mondo, sia stata, in questa convinta prospettiva pluridisciplinare, sempre aperta agli ingegneri ed ai laureati in lettere, sia storici dell’arte che archeologi.

 

Restauro: fondamentale non far perdere al bene il suo valore storico

 

La ricerca storica in architettura è "esperienza sul campo"

Dalila Cuoghi

Un docente può insegnare restauro senza avere avuto esperienza sul campo?

Giovanni Carbonara

Penso che certamente possa insegnare, magari attenendosi ad alcuni aspetti, più concettuali, storici e di principio, della disciplina, specie se questa è suddivisa e articolata in diversi anni d’insegnamento, caratterizzati da un approccio progressivamente sempre più applicativo. Penso tuttavia che l’esperienza sul campo e la frequentazione del cantiere garantiscano una più completa formazione e maturazione del docente che si traduce in una più vasta, aperta e flessibile resa didattica e produzione scientifica. Ricordo, comunque, che anche la sola ricerca storica in architettura è già ‘esperienza sul campo’, confronto fisico e materico col monumento e non semplice ricerca letteraria o d’archivio.

Proprio per questo motivo la Scuola di Specializzazione di Roma, dove ho studiato dopo aver conseguito la laurea quinquennale in Architettura, ha sempre voluto il suo corpo docente aperto ad alte figure professionali, esterne al mondo stretto dell’Accademia, nonostante la sorda opposizione di certa burocrazia e di qualche timoroso collega. Nella Scuola ho avuto la fortuna di seguire i corsi di persone straordinarie come Giovanni Urbani (direttore dell’Istituto Centrale del Restauro-ICR), Paul Philippot (direttore dell’ICCROM, organo dell’UNESCO), Piero Gazzola (autorevole soprintendente), i restauratori Laura e Paolo Mora, ed altri che mi hanno introdotto alle questioni più complesse e generali del restauro, anche pittorico e scultorio, oltre che propriamente archeologico, ed avvicinato al dibattito internazionale.

Nello spirito della “scuola romana” di architettura, quello impresso proprio da Gustavo Giovannoni, il fondatore della prima Facoltà di Architettura italiana, sempre a Roma, come anche oggi a Ferrara o a Napoli, è tuttora forte l’attrazione per la storia ma anche per una sua possibile ‘operatività’, quindi per il legame fra ricerca storica e ricerca progettuale, in sostanza fra studio storico-critico, restauro e progettazione architettonica.

 

Le scuole di specializzazione formano professionisti capaci di operare con metodo

Dalila Cuoghi

Qual è il ruolo delle scuole di specializzazione nella qualificazione delle figure che operano nel restauro?

Dalila Cuoghi

Per quanto detto sopra, nelle Scuole di Specializzazione, a differenza dei Dottorati di Ricerca, che sono più disciplinarmente mirati, s’impartisce una formazione a vasto raggio, dalle materie propriamente architettoniche a quelle di teoria e storia del restauro, di legislazione ed economia dei beni culturali, senza trascurare gli approfondimenti di metodologia della ricerca storica, quelli di natura fisico-tecnica e scientifica, quelli relativi all’analisi  delle strutture murarie e allo studio dei materiali antichi e moderni. 

A Roma, per esempio, ogni anno di frequenza prevede un’esperienza di cantiere: prima di restauro, condotto direttamente e manualmente dagli allievi, guidati da esperti architetti di soprintendenza e da restauratori di formazione ICR; poi di scavo stratigrafico, per avvicinare gli architetti alla mentalità ed alle esigenze degli archeologi, al fine di creare una base comune di linguaggio, di reciproca comprensione e non di contrapposizione, come troppo spesso avviene.

L’intento è di formare professionisti, in specie architetti e ingegneri, capaci di operare con metodo, consapevolezza teoretica e adeguata pratica nel campo dei beni architettonici ma anche dei giardini e del paesaggio. Le Scuole di Specializzazione si rivolgono a giovani, italiani e stranieri, forniti di laurea magistrale e destinati a lavorare nel campo privato, come professionisti o tecnici d’imprese operanti nell’ambito del restauro e della conservazione, che sempre più li richiedono, o in quello pubblico, soprattutto come funzionari dell’attuale Ministero della Cultura, nelle soprintendenze, nei musei, nei parchi archeologici, nei suoi istituti centrali. Purtroppo, per varie ragioni sulle quali non è il caso qui di soffermarsi, sembra che non interessino a Regioni e Comuni ed, in fondo, neanche alle Diocesi, tutte istituzioni bene o male attive e cariche di responsabilità nel campo dei beni culturali.

 

'Riconoscibilità' e 'autenticità' sono alla base di un intervento di restauro di qualità

Dalila Cuoghi

Come si misura la qualità di un intervento di restauro?

Giovanni Carbonara

In primo luogo dalla sua capacità di conservare il più possibile e, come affermava il collega Paolo B. Torsello, dell’Università degli Studi di Genova, far sì che l’opera restaurata (e restituita ad una nuova vita) possa sempre essere interrogata storicamente e non abbia perso la sua capacità comunicativa di monumento/documento.

Come ha giustamente rilevato Paul Philippot, il restauro è un atto critico (quindi anche di studiata e sapiente selezione, rimozione, reintegrazione) “non espresso verbalmente ma nel linguaggio stesso dell’opera da restaurare”, quindi facendo architettura nel caso dell’architettura, pittura nel caso della pittura ecc. Atto anche filologicamente fondato, quindi attento alla riconoscibilità, ‘a vista’, di ciò che è nuovo e di ciò che è antico. Il tutto al fine di non perdere né confondere le informazioni e conservare la “ricchezza di autenticità” dell’opera.

Bisogna poi considerare che il concetto di ‘autenticità’ va inteso in senso dinamico e non statico; esso non rappresenta la formulazione originaria del bene (ma quale, se proprio l’architettura è oggetto di ripensamenti, modifiche anche in cantiere, continui adattamenti ecc.?) bensì il ‘deposito storico’ avvenuto fino ad oggi che di solito ha reso il bene in questione come una realtà più ricca ed ampiamente stratificata. 

Accanto all’aspetto di buona conservazione si pone anche quello di assicurare, come scriveva Roberto Pane ormai molti decenni fa, una necessaria soluzione estetica dell’atto di restauro, sottilmente giocata fra capacità ‘storico-critiche’ e ‘creative’. 

Per operare su un monumento o su un centro storico, o anche su un paesaggio, è necessario saper dialogare ed anche ascoltare, capire e rispettare, quindi si tratterà di scegliere, fra le varie possibili opzioni, quella che possa davvero sanare le ferite presenti nel manufatto, e poi realizzarla con pazienza, nella consapevolezza che si stanno trattando beni preziosi, unici e irripetibili.

 

Beni culturali e danni da terremoto: necessario coniugare sicurezza e buona conservazione del bene

Dalila Cuoghi

Si può ricostruire in sicurezza ma secondo i principi del restauro? Come?

Giovanni Carbonara

In questo campo, dagli scorsi anni settanta-ottanta ad oggi molti progressi sono stati compiuti, non tanto sul piano dei tradizionali fondamenti teoretici, tuttora validi, ma della loro estensione a temi nuovi, come quello del consolidamento strutturale antisismico, grazie a scienziati straordinari come Jacques Heyman e, in Italia, Edoardo Benvenuto, ingegnere e filosofo, Salvatore Di Pasquale, architetto e matematico, Antonino Giuffrè e Giorgio Croci, ingegneri umanisti, ed ai loro attuali allievi e continuatori.

In tale ambiente sono maturati approfondimenti concettuali e operativi, saldamente collegati alle conoscenze tecniche, moderne e pre-moderne, i quali sono stati, miracolosamente starei per dire, trasferiti dalle Università al mondo politico, quindi tradotti in opportune leggi e norme tecniche ufficiali. Mi riferisco al concetto di ‘miglioramento sismico’ in luogo del più rigido ‘adeguamento sismico’, o anche all’importante riconoscimento riservato agli ‘interventi locali’, poco invasivi ma quanto mai efficaci.

Il concetto di miglioramento, poi, si è anche utilmente esteso ad altri campi, come quello della piena accessibilità ai monumenti o della sicurezza antincendio. Da qui un innalzamento medio della qualità delle odierne attività di restauro strutturale, quindi architettonico, che si è finalmente avvicinato al livello, in passato decisamente più alto, del restauro, ad esempio, pittorico.

In sostanza tutto il lavoro che si è fatto e si sta facendo, si pensi al difficile impegno di Carlo Blasi per Notre Dame a Parigi, mira a coniugare sicurezza e buona conservazione del bene, sia scosso dal terremoto sia, diversamente, oggetto di bombardamento o d’incendio. Sono convinto che si possa ricostruire o, meglio, restaurare in sicurezza nel rispetto dei principi conservativi, tramite una progettazione strutturale fondata su una profonda conoscenza del manufatto, delle vicende subite e dei suoi specifici caratteri costruttivi. 

Le Linee Guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale e le stesse Norme tecniche per le costruzioni oggi vigenti sono già orientate in questa direzione.

 

Architettura è una realtà viva: conservazione e trasformazione possono convivere

Dalila Cuoghi

Si parla sempre di recupero e conservazione: ma la trasformazione è così antitetica per il tema del restauro?

Giovanni Carbonara

Oggi, in Italia, il senso della parola restauro non è più, da un lato, quello del rifacimento e del ripristino più o meno ‘in stile’, ma neppure, dall’altro, quello dell’ideologica ‘conservazione integrale’. Non è neanche quello dell’innovazione gestuale e irriflessa, fondata sul solo gusto personale.

La parola ha mantenuto una declinazione naturalmente conservativa pur se non esclusivamente tale: si pensi all’art. 9 della Carta di Venezia del 1964 che parla di una funzione ‘conservativa’ e ‘rivelativa’ del restauro, oppure all’art. 4 della Carta del restauro del 1972, che parla di ‘trasmettere al futuro’ ma anche di ‘facilitare la lettura’ dell’opera. 

Qui si vede emergere una concezione del restauro non puramente conservativa né, tanto meno, di ripristino ma autenticamente storico-critica, secondo la lezione di Cesare Brandi e il suo richiamo alla necessità di contemperare la domanda storica e quella estetica. 

La conservazione dell’antico non è quindi intesa quale congelamento o mummificazione perché, anche volendolo, ciò non sarebbe possibile, specie per l’architettura che è sempre una realtà viva.

Il problema di fondo, dunque, si può intendere come ‘gestione del cambiamento’, il che comporta ogni volta una riflessione sui ‘limiti’ da assegnare al cambiamento stesso. 

Si tratta, quindi, d’una questione di misura e di capacità d’analisi del problema la cui soluzione va ricercata, come si dice nel restauro, ‘caso per caso’, proprio partendo da quella comprensione storica che è il fondamento di tutto e di cui sopra si diceva. 

Richiamando un’espressione filosofica, risalente ad Aristotele, conservazione e trasformazione sono, sì, ‘opposti’ ma non fra loro ‘contraddittori’, quindi in grado di convivere.

Tale è anche la conclamata radicale contrapposizione fra conservazione e sicurezza nel campo dell’architettura e dell’ingegneria antisismica o fra conservazione e piena accessibilità, nel caso di monumenti che presentino barriere architettoniche. Studiando molto e progettando bene, soluzioni ‘equivalenti’ a quelle che la norma vorrebbe per le nuove costruzioni si possono trovare.

Fondamentale è dunque il ruolo del progetto che, quando necessario, può fare ricorso a linguaggi e tecniche contemporanei, ma nella consapevolezza che inserire un’architettura moderna adeguata e di qualità è forse più difficile e impegnativo che progettare qualcosa di totalmente nuovo.