Traslucido e concreto: applicazioni architettoniche del calcestruzzo traslucido

Il fascino della trasparenza “tettonica”

Memoria tratta dagli atti del III Congresso Internazionale CONCRETE2014, Termoli 25 e 26 settembre 2014

Quando un nuovo materiale si affaccia sul mercato sorgono spontanee alcune domande, in genere differenziate in base alle attività e agli interessi di colui che se le pone.


Fig. 2 a: la sperimentazione di Will Witting; b: i Pixel Panels, c: la distribuzione delle fibre nelle lastre di LiTraCon®, d: il pannello I.Light Shangai; e: il pannello Luccon®; f: il blocco Luccotherm.

Alcune più propriamente tecniche e logiche, inerenti le caratteristiche fisico-meccaniche e le capacità prestazionali - dal peso alla durezza, dalla conducibilità termica alla durevolezza, dalla resistenza al fuoco alla lavorabilità in cantiere (l’elenco potrebbe essere davvero lunghissimo) - altre decisamente tecnologiche, più legate alle modalità di produzione, alle materie prime impiegate, alla composizione chimica, alle modalità di smaltimento. Alle prime, che si potrebbero riassumere sotto l’unica espressione “come si comporta?”, si finisce per dare quasi sempre risposte precise, poiché riguardano aspetti e parametri misurabili, spesso addirittura “normati”, che vengono a far parte di una scheda tecnica alla quale è affidato sia il ruolo di descrivere correttamente il prodotto, sia quello di renderlo appetibile al mercato dei potenziali utilizzatori; le seconde, che in breve riguardano “come è fatto?”, sono per molti di minore interesse e qualche volta risultano coperte da veri e propri segreti, che stimolano persino operazioni di spionaggio industriale, o – come spesso è avvenuto nel passato – sono avvolte da leggende più o meno attendibili.

Ma la domanda più importante che ciascuno si pone indipendentemente dalla professione e dalle inclinazioni culturali è un’altra, riassumibile in “come mai?”, seguita talvolta – nella mente delle persone di solito più conservatrici o più diffidenti o semplicemente meno sognatrici – dalla più scoraggiante “ma ce n’era bisogno?”, sulla cui vacuità avremo modo di tornare più avanti.
“Come mai”, ovvero “perché”, nasca un nuovo materiale o un nuovo prodotto è cosa difficile da spiegare, poiché le motivazioni, le cause, gli input possono essere molti, differenziati, imprevedibili e, perché no, anche casuali. Forse sarebbe preferibile, una volta che quel materiale o quel prodotto sia arrivato sul mercato, chiedersi “come possiamo utilizzarlo”, cosa possiamo fare ricorrendo a questa “novità” che fino a ieri non avevamo?
Ecco dunque, a nostro avviso, l’approccio più corretto che progettisti e costruttori dovrebbero avere nei confronti di quanto denominato forse impropriamente “cemento trasparente”, più correttamente “calcestruzzo traslucido”, magari facendosi guidare dall’analisi del già fatto ma al tempo stesso sognando di diventare ideatori di ulteriori e più promettenti utilizzi.
D’altronde, come dimostra la storia di ogni innovazione, questa sfida, dettata da curiosità o convenienza, voglia di osare e di distinguersi, è da sempre il propulsore dello sviluppo. Cercheremo pertanto di dare risposte alle prime due domande – ovviamente auspicando che la conoscenza sia uno stimolo per sperimentare nuove vie – per giungere a una riflessione sulla più azzardata e misteriosa “come mai?”
Monoliticità, plasticità, tettonica sono stati i fattori che hanno fatto, al suo apparire, la fortuna del calcestruzzo di cemento armato: aveva connessioni rigide capaci di garantire una resistenza a qualsiasi azione verticale e orizzontale ma nel contempo alimentava la fantasia dei progettisti per un linguaggio organico o razionalista ma sempre ardito, libero da vincoli apparenti, capace di sfidare “qualsiasi” luce e forma, e tutto ciò mantenendo un radicamento al suolo, una gravità che insieme alla monumentalità diveniva garanzia di stabilità. Attraversando un secolo di storia dell’architettura moderna da Le Corbusier a Wright, da Niemeyer a Saarinen, da Candela a Nervi, possiamo trovare concettualizzazioni assai diverse ma sempre improntate e riconducibili a quei connotati. Mai alle loro opere sono stati associati valori di trasparenza, leggerezza, smaterializzazione, mai il calcestruzzo ha dismesso concretezza, stabilità e, pur quando con forme organiche, un’iterazione geometrica riconducibile alle esigenze imposte dal procedimento costruttivo.
Quella di destrutturarne il senso, di attribuire al materiale caratteri percettivi correlati alla luce, alla trasparenza, alla leggerezza è storia recente e trova risposte sperimentali in alcuni prodotti brevettati, ai quali approdare con aspettative elevate tanto quanto le problematiche che la loro applicazione solleva non appena li si passa al vaglio di un portato normativo sempre più stringente, nonché di valutazioni economiche non eludibili.


Fig. 6 Alcuni progetti realizzati con il Luccon – a: Maison Rodionov; b: elementi parasole a El Ain Museum, Abu Daby; c: penthouse a Singapore; scala in mostra; e: applicazioni per arredi e sistemazioni d’interno

L’esordio è forse casuale, improntato a un mix design orientato alla determinazione della giusta miscela di un glass reinforced fiber concrete. L’aggiunta di fibre di vetro e la determinazione di spessori esigui hanno svelato un percorso possibile per ottenere un calcestruzzo traslucido. Da qui i diversi tentativi dislocati geograficamente ma concentrati in poco più di un decennio che, con risultati differenti, hanno inaugurato il capitolo dei translucent concrete nei cataloghi di materiali innovativi.
Will Witting, presso l’Università di Detroit Mercy, è stato il primo a comprendere l’appeal di questa sperimentazione formulando una miscela di cemento Portland bianco, marmo di Carrara o alabastro e fibre di vetro corte per un pannello di 2,5 mm particolarmente permeabile alla luce ma che si è rivelato subito non sufficientemente resistente a pioggia e vento. I tentativi di ottimizzare il prodotto hanno tuttavia generato solo qualche campione, nessuno dei quali ha avuto applicazioni pratiche.

Più promettenti si sono rivelati quattro marchi, ormai entrati se non in un circuito commerciale certamente in una élite ristretta di progettisti e nella fantasia di molti; una concezione di prototipi che evoca luce e trasparenza già nella scelta del nome commerciale: Pixel Panels, LiTraCon® (Light Trasmitting Concrete®), I.Light Shangai e Luccon®.
Sviluppati in contesti di ricerca diversi - aziende, università, progettisti – con varia dislocazione geografica – Messico, Ungheria, Italia, Austria - sono caratterizzati da una finalità comune, quella di far penetrare la luce attraverso lastre o blocchi in calcestruzzo, di dissolverne l’opacità rendendoli traslucidi o parzialmente trasparenti, per costituire sistemi strutturali o d’involucro.

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO SCARICANDO IL PDF