CERTIFICAZIONE ENERGETICA e Rapporto CTI: il commento dell’ing. M. Belardi, Presidente SC02 CTI

La certificazione energetica comincia ad essere una realtà diffusa un po’ in tutte le regioni italiane, oltre a quelle più avvedute come la Lombardia, ma la strada è ancora lunga per poter vedere risultati soddisfacenti sia in termini quantitativi che qualitativi.

1. A dicembre è stato pubblicato il Rapporto CTI sulla certificazione energetica, che vede ad oggi oltre 3,5 milioni di abitazioni certificate. Come commenta i risultati del rapporto?
Non credo il Rapporto dia molti motivi di soddisfazione, dal momento che, a distanza di oltre 5 anni dall’introduzione della certificazione energetica, risulta che quasi la metà delle Regioni non ha ancora realizzato un catasto degli immobili certificati e che 11 Regioni non hanno istituito un sistema di controllo sulla validità degli attestati. Inoltre, la disciplina della certificazione energetica continua ad attuarsi in modo diverso da Regione e Regione e questo non facilità il confronto dei dati sugli edifici certificati, così come il lavoro dei professionisti. Tuttavia, volendo vedere anche il bicchiere mezzo pieno, osservo che il numero di edifici certificati è cresciuto di oltre un milione di unità e che la percentuale di edifici lombardi sul totale nazionale è passata dal 50 al 41%: segno che la certificazione comincia ad essere una realtà diffusa anche nelle altre regioni italiane.

2. Pensa che l’attuazione della certificazione energetica abbia davvero inciso sul mercato delle nuove costruzioni, trainando l’edilizia verso una maggiore qualità energetica, o sia stata solo un’occasione mancata che ha generato un ulteriore appesantimento burocratico del cittadino?

L’obbligo di rispettare determinati standard minimi ha portato ad un miglioramento del nostro patrimonio edilizio ma credo che anche la certificazione energetica, con l’obbligo di dichiarare le prestazioni dell’edificio sin dalla pubblicazione degli avvisi commerciali abbia portato a costruire edifici con prestazioni energetiche superiori al livello minimo previsto. Del resto, se si esclude la vendita dell’usato, non si sono viste pubblicità con evidenziata la vendita di edifici in classe C o D, per quanto tale classificazione possa essere ancora compatibile con i limiti di legge. Certo, per chi deve vendere edifici vecchi, che verranno poi ristrutturati dall’acquirente, la certificazione è solo un adempimento burocratico ma credo che non possano esserci alternative. La soluzione adottata da Regione Lombardia, che esclude la certificazione energetica quando un edificio è privo di impianto termico, non è molto valida nelle Regioni a clima mite, dove si riscalda in modo episodico ma, proprio per questo, poco efficiente.

3. Nel rapporto emergono anche alcune discrepanze sulla formazione e competenze dei certificatori italiani rispetto a quella dei colleghi europei. Faccio riferimento in particolare alla mancata obbligatorietà dei certificatori italiani alla formazione continua, o alla possibilità di redigere un APE per qualsiasi tipologia di edificio. Cosa pensa sia necessario fare?
Credo che la formazione continua sia una necessità imprescindibile per qualsiasi professionista ma credo che lo sia ancora di più quando il lavoro scarseggia ed occorra essere più competitivi. Certo, alcuni pensano di sbaragliare la concorrenza abbassando i prezzi ma è una soluzione di corto respiro, che non serve né al professionista né al committente. Teniamo presente, inoltre, che chi certifica è spesso anche un progettista e conoscere le modalità per calcolare la prestazione energetica degli edifici aiuta a progettare in modo corretto, evitando soprese a lavori ultimati. Quindi, se dobbiamo uniformare i requisiti previsti dalle Regioni per accreditare i certificatori energetici, dobbiamo uniformarli verso l’alto e non verso il basso.

4. Tra le prime criticità evidenziate dal rapporto c’è quella della qualità degli APE, non sempre soddisfacente. Come pensa possa essere affrontata e risolta questa problematica?

Penso che questo problema confermi la necessità di prevedere una formazione specifica per tutti i professionisti, indipendentemente dal titolo di studio. Le analisi compiute dall’Organismo di Accreditamento di Regione Lombardia (Finlombarda) sugli attestati controllati hanno evidenziato che i casi di errore, in cui è stato necessario annullare gli attestati, riguardano tutte le categorie di professionisti, indipendentemente dal titolo di studio, dall’anzianità lavorativa o dal numero di attestati redatti. Teniamo presente, inoltre, che la procedura per la certificazione energetica verrà presto modificata dai decreti che daranno attuazione alla legge 90/2013; pertanto, è opportuno prevedere percorsi di aggiornamento professionale sia per i certificatori sia per i progettisti.
Detto questo, è indubbio che maggiori controlli metterebbero fuori gioco chi intende essere più competitivo solo abbassando i costi. Per questo, i professionisti seri non possono che auspicare in un aumento dei controlli.

5. Tra le altre criticità è emersa la frammentarietà normativa che vede classificazioni sulle prestazioni energetiche diverse tra Regione e Regione e certificatori energetici impossibilitati a lavorare in tutto il territorio nazionale. Come pensa si possa superare tali criticità?
La separazione delle competenze fra Stato e Regione non è affatto netta ed è quindi difficile che una legge possa definire i confini in modo univoco. Dove non può arrivare la legge, però, dovrebbe intervenire il buon senso delle Regioni, definendo una linea comune, soprattutto per quanto riguarda la metodologia di calcolo ed i requisiti dei certificatori.

6. Per finire parliamo del futuro. Il futuro ci parla di edifici ad energia quasi zero. Pensa saremo in grado di raggiungere questo obiettivo al 2020 e avere garanzia attraverso lo strumento della certificazione della veridicità delle prestazioni energetiche dichiarate?
Voglio essere ottimista e penso di si, anche perché questi anni sono serviti per sviluppare una maggiore attenzione agli aspetti energetici anche nei cittadini e credo che nessuno di loro voglia acquistare una casa con caratteristiche diverse da quelle dichiarate su un attestato. Pertanto, saranno loro a pretendere certificazioni energetiche accurate e veritiere.
Resta però il fatto che nei prossimi anni, se esisterà un minimo di ripresa nel comparto costruzioni, questa è affidata al recupero dell'esistente che alle nuove costruzioni. Quindi, in termini assoluti, non sarà la realizzazione di case NZED, quanto piuttosto la diffusione di attività di diagnosi energetica, ancor prima di quelle di certificazione, a far emergere attraverso la professionalità degli addetti ai lavori supportati dalla produzione normativa e tecnica sulla quale è fortemente impegnato il CTI, ed in particolare il CT02, le reali opportunità di efficentamento delle prestazioni energetiche degli edifici esistenti, costituenti di fatto la vera opportunità da cogliere, a vantaggio della collettività e dell'utenza.
Certo, la PA ed il parco immobiliare dalla stessa posseduto e/o amministrato in primis. Senza sconto di regole.
 

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