Decreto Zanda: “qualità architettonica”. Pensiamo prima alla qualità della professione e del settore, il risultato verrà da sè

Decreto Zanda: “qualità architettonica”. Pensiamo prima alla qualità della professione e del settore, il risultato verrà da sè - Difficilmente accadrà viceversa.

I recenti fatti di cronaca, che vedono ancora una volta le costruzioni protagoniste in negativo, sembra abbiano smosso l’orgoglio delle professioni e quello degli architetti in testa. Il problema resta, in vero, la mancanza di una politica imprenditoriale per questo paese, mentre i nostri competitor corrono verso la quarta rivoluzione industriale e la digitalizzazione del settore edilizio e delle infrastrutture, ma nessuno sembra volersene interessare seriamente ed in modo organico.
Come sempre le risposte all’ennesimo episodio di corruttela sono state e saranno di natura emergenziale. Da un lato nuovi codici comportamentali, nuove pene e nuova burocrazia, nelle pieghe della quale si annida la corruzione. Dall’altro si palesa in questi giorni la riproposizione di un testo, dimenticato per anni nelle soffitte del senato (2013), ed oggi, armi in resta, tornato in auge per l’innalzamento del vessillo della “qualità architettonica”, quale fulgida panacea a tutti i malaffari.
Il testo, che ha ricevuto subito il plauso dagli architetti, contiene molti buoni propositi, ovviamente, ma ripercorre almeno quattro pericolose derive o false illusioni che continueranno a relegare le costruzioni a fattore anomalo dell’economia e dei servizi di questo paese.

Fattore 1: qualità architettonica.
La qualità architettonica, nel decreto, è figlia del progetto e dell’estetica. L’estetica, argomento molto pericoloso. Chi deciderà l’estetica di un’opera? La pubblica amministrazione? Od una casta di architetti e rappresentanti del cosiddetto mondo della “cultura”?
Con buona pace di Terragni, torneremo alle Commissioni d’Ornato? Attenzione, dietro l’estetica nascerà un nuovo centro di potere e per di più dai confini decisionali imponderabili ed estremamente labili (l’estetica appunto) e per questo facile preda di cattivi e noti appetiti.
Come sempre ci si dimentica che la qualità, soprattutto in un’arte particolare come l’architettura, che necessita di essere vissuta oltreché percepita (vista o sentita), attiene al progetto come alla sua realizzazione fisica: la costruzione. Costruzione, calce e mattoni, che è parte imprescindibile dell’opera d’architettura e non può essere relegata a mero fattore accidentale. La qualità architettonica, quindi, è innanzitutto progetto e costruzione assieme (paritetici) non dimentichiamolo mai. Ma, soprattutto, col metro effimero dell’estetica rischiamo ora di dimenticare vent’anni di conquiste negli appalti pubblici rispetto ai criteri di efficienza, efficacia ed economicità dell’opera.
Economicità, Economia, che, come dicono il Caruso* e prima di lui il Dandri*, non è “scienza del minimo mezzo”, del risparmio e del ribasso ad ogni costo, ma “scienza delle scelte”. Il miglior uso razionale delle risorse a disposizione, raccolte in una forma unica, per fruibilità e bellezza, cui solo un bravo architetto può dar vita.
Non ci sono più risorse per cattedrali nel deserto. Lustrini e paiette per l’appagamento di effimero una élite politica e culturale autoreferenziale. Resta invece, sempre e solo, l’esigenza prioritatia del soddisfacimento dei bisogni del cittadino. Cui sta all’Architettura dare una forma “alta” e non meramente speculativa, entro congrui limiti di spesa ponderata (costi previsti in rapporto ai benefici attesi) e prefissata. Basterebbe poi alzare lo sguardo oltre il mero costo d’appalto e traguardare alla spesa nel ciclo di vita per scoprire risorse da ottimizzare in abbondanza senza il bisogno di ricorrere a pericolosi ribassi (scala dei costi in edilizia: 0,1 progetto; 1 costruzione; 5 manutenzione; 200 gestione corrente). Risparmiando l’1% nelle spese di gestione nel ciclo di vita potremmo spendere il triplo nella costruzione iniziale. Ma per far questo non bisogna pensare all’estetica ma al prodotto (opera) ed alla produzione nel suo assieme ed insieme: committente, progettista e impresa (collaborazione di saper prima ancora che di soggetti).

Fattore 2: appalto integrato.
Dimenticando che questa volta alla ribalta della cronaca sono saliti burocrati e professionisti e non imprese, nel decreto si ripropone ancora una volta la frattura netta tra progettisti e imprese, stigmatizzando l’appalto di progettazione e costruzione ma, nel contempo, obbligando la pubblica amministrazione ad avvalersi di servizi di Project Management esterni pagati dall’impresa. Come si diceva, uno dei problemi degli ultimi malaffari è proprio legato alla gestione del Project Management imposto dai boiardi di stato a carico delle imprese e non l’operato delle imprese coinvolte (esenti da rilievi), ma, detto ciò, resta chiaro che, a prescindere da ciò, la strada da percorrere va comunque nella direzione opposta a quella ipotizzata dalla norma.
Le attività di vigilanza e controllo: Project e Information Management assieme alla Direzione Lavori, devono restino saldamente in capo alla stazione appaltante (anche con servizio esterno), e da questa remunerate, ed invece si conceda più libertà all’uso dell’appalto integrato a partire dal progetto esecutivo (una volta approvato il progetto definitivo).
Poniamoci una serie di domande. Per quale motivo i designer possono operare con l’industria e, assieme, ricevere il plauso e l’ammirazione di tutti ed invece architetti ed imprese di costruzione devono essere tenuti tra loro distanti, nemici? Perchè non riusciamo ad essere un paese abbastanza maturo da favorire che i progettisti lavorino affianco alle nostre imprese? Che vantaggio abbiamo a tenere poco innovativa l’impresa e poco operativi i progettisti se non quello di sperare che siano poi entrambi costretti ad ottenere per altre strade ciò che otterrebbero per bravura? Perché i nostri progettisti, come fanno tutti i nostri osannati designer, non si possono sporcare le mani affianco alle imprese, dentro di esse e delle corrette logiche di produzione? E, di contro, perchè le nostre imprese non possono essere costrette (in positivo) a rivedere le proprio sicurezze verso innovativi prodotti e modi di produrre?
Quanta ipocrisia, quanto falso rigore. E l’assurdo è che gli architetti plaudono nell’essere trattati come esseri inferiori rispetto ai loro colleghi designer. Designer che non si fanno corrompere dall’industria, loro. Loro la fanno evolvere l’industria. Gli architetti no, poveri, si farebbero irretire dalle imprese, vanno protetti, o, peggio, resi debitori della politica, e non del mercato, del proprio ruolo. Perchè di questo stiamo parlando.
Io ,da architetto, dico che non ho bisogno della balia, per lo meno non tanto quanto i miei colleghi designer. E sarei professionalmente libero di progettare una Architettura (con la A maiuscola) affianco ad una grande impresa italiana tanto quanto lo sarai nel disegnare una banale sedia per un mobiliere svedese (che fattura solo 7 volte di più della più grande impresa italiana).
L’industria è buona e le costruzioni sono cattive, il designer è un puro e l’architetto un incapace di intendere e di volere. E’ questo che stiamo dicendo?
Togliamo, invece, e per sempre, il massimo ribasso.
Progettazione fino a quella definitiva, fatta bene e vincolante nelle scelte architettoniche, tutte, e poi Project ed Information Management e Direzione Lavori sempre in capo alla stazione appaltante (strategia, ideazione e controllo).
Progettazione esecutiva e costruzione (operatività e produzione) in capo all’impresa, ottenute su offerta economicamente più vantaggiosa (sempre).
Concretizzo il progetto, innovo la produzione, restituisco un prodotto migliore; nelle costruzioni così come vado decantando, in giro per il mondo, avviene per il design ed il made in Italy.

Fattore 3: Direzione lavori.
Attenzione la Direzione Lavori è mestiere differente dalla progettazione. L’ortopedico è medico tanto quanto il cardiologo ma se sento un dolore al petto non mi sbaglio certo nel non differenziare le specializzazioni. Impariamo una volta per tutte che il mestiere del direttore lavori è sì proprio dell’ingegnere e dell’architetto ma resta, anche, “specializzazione” differente dalla progettazione (e su questo anche le università dovrebbero cominciare a fare un attento pensiero). Le conoscenze le qualità e le doti, anche umane, sono diametralmente opposte tra un progettista, che crea dal nulla, e un direttore lavori, che favorisce l’esecuzione della creazione. Lo sceneggiatore non è anche regista, il compositore non è il miglior direttore d’orchestra delle sue opere, possono esserlo ma non è una regola innata.
Istituiamo il riconoscimento della direzione artistica se questo è il problema (magari con altri importi rispetto ad alcuni attuali... Sapendo altresì che, recuperando sui costi nel ciclo di vita, come abbiamo visto, possiamo ben concederci anche questa ulteriore garanzia nell’agognata ricercata della “qualità architettonica”), ma non mischiamo, per il bene della qualità architettonica stessa (quella vera) la progettazione con la direzione lavori. Abbiamo già digerito la molteplicità delle progettazioni: architettonica, strutturale, impiantistica, ecc. diamoci pace e differenziamo anche le direzioni lavori, dalle prime (le progettazioni) e tra loro.

Fattore 4: concorsi e diritti d’autore
Bene alla trasparenza ed ai concorsi. Attenzione, però, perché si potranno pilotare anche quelli, come si è spesso fatto anche in altri settori, e non si riuscirà con essi ad accontentare le aspirazioni di tutti. Non diamo false illusioni, non è aumentando i concorsi che i nostri ragazzi diventeranno tutti archistar (se poi è questo cui devono mirare). Alla fine o estraiamo a sorte escludendo chi ha già vinto, oppure, anche con i concorsi, se veri, vinceranno i migliori, quelli che si saranno organizzati, capitalizzati, avranno saputo investire anche in nuovi giovani emergenti, ecc. ecc. ecc. E non saranno molti. Invece di illudere con false speranze cominciamo sin dall’università a far comprendere che non esistono già più i singoli professionisti, che i ragazzi devono imparare ad andare a farsi le ossa in grandi studi, prima, e poi avere lo spirito di fondarne loro di nuovi, ancora più grandi ed in grado di competere con le società di architettura ed ingegneria del mondo. Questa è la mission. La “gavetta”, l’apprendimento della professione e non i concorsi. I concorsi, a volte, hanno il solo vantaggio di nascondere dietro la burocrazia le colpe di chi ha comunque deciso, dietro le quinte, ma non ci metterà poi la faccia pubblicamente quando emergerà l’ennesimo fallimento.
Sui diritti d’autore, in ultimo, attenzione a non uscire con un testo già vecchio. Nell’era digitale si aprono, anche nell’architettura, l’ingegneria e le costruzioni, nuove sfaccettature alla proprietà, la gestione e la trasmissione dei dati e dell’informazione tali che, l’argomento (di Building Information Modelling e Management), meriterebbe si prendesse un po’ più di tempo per valutare appieno gli sviluppi che, nel resto del mondo, sono già realtà o incertezze e, a cascata, fonte di non poco contenzioso. Ed il contenzioso è l’unico fattore che non vorremmo importare, ne abbiamo già abbastanza di nostro (500 milioni di euro in extracosti all’anno per deficienza informativa).

* Scuola Estimativa di Ingegneria di Milano

** Scuola Estimativa di Ingegneria di Roma