Vulnerabilità sismica, Curcio (DPC): Per una vera riduzione occorre una visione unitaria e complessiva degli interventi

17/06/2015 4195

Vulnerabilità sismica e riduzione del rischio: ne parliamo con Fabrizio Curcio, Capo del Dipartimento Della Protezione Civile

1 – Parliamo di vulnerabilità, un tema trasversale che va dalla consapevolezza del cittadino al ruolo della politica. La Protezione Civile in tutto questo riveste un ruolo fondamentale, soprattutto per la conoscenza. Quanto c'è di vero nella formula "più ignoranza = più vulnerabilità"? Com'è percepito il ruolo del DPC dal semplice cittadino, non addetto ai lavori?

In effetti oggi il concetto di vulnerabilità assume un significato estremamente ampio, riguardante non solo le costruzioni, come era fino a qualche anno fa con particolare riferimento ai terremoti, ma tutti gli elementi (persone e beni) soggetti ai vari rischi e i sistemi complessi (sistemi infrastrutturali, industriali e, soprattutto, socio-economici, etc.) soggetti agli effetti di eventi che possono avere un impatto sull’integrità fisica, psicologica, sociale ed economica dei singoli e dell’insieme. La vulnerabilità è divenuta perciò un concetto talmente ampio e applicabile a un così vasto numero di diversi soggetti, così come la resilienza che ne è in qualche modo il suo complemento, che la sua applicazione alle diverse tipologie di sistema a rischio è difficilmente quantificabile. Cionondimeno si può sottolineare che gli effetti dei terremoti diventano tanto più gravi per le persone e per le comunità quanto maggiore è l’impatto, ovvero il danno fisico, sulle costruzioni e sulle infrastrutture. È evidente, infatti che se i danni alle costruzioni e alle infrastrutture prodotti da un terremoto fossero nulli, ovvero se la cosiddetta vulnerabilità fisica fosse azzerata o comunque sensibilmente ridotta, anche gli effetti sui sistemi socio-economici sarebbero nulli o quasi. D’altra parte noi dobbiamo confrontarci con situazioni reali nelle quali gli eventi naturali producono danni e distruzioni notevoli ed è lì che dobbiamo rafforzare la resilienza delle comunità ovvero migliorare per quanto possibile la capacità dei sistemi socio-economici di minimizzare le conseguenze derivanti dal danno fisico.
A questo proposito, non c’è dubbio che la conoscenza e la consapevolezza dei rischi (non solo quello sismico) siano fondamentali, da un lato per ridurre il danno fisico, attraverso l’attuazione diretta da parte dei proprietari o la promozione di interventi di rafforzamento delle costruzioni e delle infrastrutture, dall’altro perché i singoli e le comunità si preparino ad affrontare le situazioni di emergenza legate al danneggiamento delle strutture e delle attività che vi si svolgono all’interno e abbiano una capacità di risposta che consenta un rapido recupero di una condizione di vita normale e di ripresa delle attività produttive, anche con il superamento di tutte le implicazioni sociali e psicologiche che un evento catastrofico inevitabilmente produce.

2 - Revisione normativa. Nel 2003 il DPC fece un "atto di forza" emanando l'Ordinanza 3274, che poi, dopo varie vicissitudini, rimandi e cambi di rotta è confluita nel D. Min. Infrastrutture del 14 gennaio 2008. Qual è attualmente il ruolo "normatore" della Protezione Civile? Quando in Italia potremo aspettarci una vera norma sulla riduzione del rischio sismico?


Dobbiamo ben distinguere due tipi di provvedimento, entrambi finalizzati alla riduzione del rischio sismico, ma di natura abbastanza diversa: da un lato le norme tecniche per le costruzioni, dall’altro i provvedimenti di riduzione della vulnerabilità sismica delle costruzioni esistenti.
Le norme tecniche danno criteri e regole di natura strettamente tecnico-progettuale, che debbono garantire, attraverso il loro rispetto, il raggiungimento di un elevato livello di sicurezza sismico, sia alle nuove costruzioni sia alle costruzioni esistenti. In particolare la riduzione della vulnerabilità delle costruzioni esistenti non può, ovviamente, essere resa obbligatoria da una norma puramente tecnica. I provvedimenti finalizzati alla riduzione della vulnerabilità sismica hanno natura tecnico-economica e devono definire obblighi e incentivi per i cittadini, le pubbliche amministrazioni, più in generale i proprietari, pubblici e privati, di costruzioni e infrastrutture, la cui vulnerabilità sismica debba essere ridotta attraverso interventi strutturali.
Sulle norme tecniche il Dipartimento della Protezione Civile, esprime un parere di “concerto” sul testo preparato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che resta l’attore principale nella messa a punto dei suddetti criteri e regole di natura strettamente tecnica.
Per quanto riguarda i provvedimenti che incentivano o obbligano alla riduzione diretta della vulnerabilità delle strutture e infrastrutture esistenti, quello che occorrerebbe oggi in Italia, oltre a una disponibilità di somme ingenti per l’effettuazione dei lavori necessari, è una visione unitaria, una sorta di cabina di regia che finalizzi e coordini in una visione complessiva i diversi tipi di intervento, posti in essere da attori diversi su diversi oggetti o addirittura sugli stessi oggetti. Invero l’art. 11 della L.77/2009, per intenderci quella della ricostruzione dopo il terremoto dell’Abruzzo, ha stanziato, su un arco temporale settennale, quasi un miliardo di euro complessivi per la prevenzione sismica, affidando al Dipartimento la regia, ossia la definizione dei criteri di incentivazione e di distribuzione dei fondi tra le diverse regioni. Tali criteri tendono a massimizzare gli effetti positivi ottenibili dalle somme disponibili, non solo attraverso interventi diretti, sia sul patrimonio edilizio e infrastrutturale pubblico strategico e rilevante che sul patrimonio edilizio privato, ma anche con interventi volti al miglioramento delle conoscenze sulla pericolosità sismica locale e della risposta in caso di emergenza. Ma questo è solo uno, sebbene forse il più importante, tra i tanti provvedimenti adottati a livello nazionale e locale per la prevenzione sismica.

3 - L’Italia e il patrimonio edilizio. Al tema normativo è legato anche il nostro patrimonio edilizio, vecchio, non adeguato e, sostanzialmente pericoloso; la causa è sicuramente da ricercare nell'indolenza politica, che solo negli ultimi anni ha avuto il coraggio di emanare norme maggiormente efficaci, ma probabilmente anche nella mancanza di sensibilizzazione verso la cittadinanza. Qual è il progetto del DPC per aumentare la consapevolezza del rischio all'interno della società? Quanto c'è ancora da fare affinché il signor Mario Rossi scelga di spendere qualche soldo in più nella sicurezza della propria abitazione e risparmiare magari sulle finiture dei bagni?

Purtroppo la consapevolezza dei rischi è il primo, direi indispensabile, elemento di una azione di prevenzione efficace. E la consapevolezza deve essere innanzitutto dei cittadini, perché la politica non può che assecondare i bisogni e i desideri primari delle comunità e stabilire obblighi e incentivi in funzione della condivisione e del gradimento sociale di certi provvedimenti. In questo senso iniziative e campagne di informazione possono avere un impatto indiretto ma decisivo nella costruzione di una cultura del rischio in senso lato. Ormai da qualche anno, il Dipartimento porta avanti la campagna “Io non rischio. Buone pratiche di protezione civile” per informare i cittadini su cosa fare per ridurre il rischio a cui ci si trova esposti durante, ma soprattutto prima di un terremoto o di un alluvione. La chiave della campagna è data dall’impegno congiunto tra il volontariato di Protezione Civile, le istituzioni e il mondo della ricerca scientifica: nata nel 2011 per sensibilizzare la popolazione prima di tutto sul rischio sismico – è promossa dal Dipartimento della Protezione Civile con Anpas-Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze, Ingv-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e Reluis-Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria. Protagonisti della campagna sono qualche migliaio di volontari e volontarie appartenenti a organizzazioni nazionali, nonché a gruppi comunali e associazioni locali di protezione civile, che si sono formati per diffondere la cultura della prevenzione di protezione civile nei territori dove operano ordinariamente, allestendo punti informativi “Io non rischio” per sensibilizzare i propri concittadini sul rischio sismico sul rischio alluvione e, in alcuni comuni costieri, anche sul rischio maremoto.

4 - Nel 2013 il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha costituito l'Associazione I.P.E. (Ingegneri Per le Emergenze), in virtù del protocollo d'intesa con il DPC. Come procede la collaborazione? Come valuta l'apporto degli ingegneri alle attività di Protezione Civile? Come può essere incrementato questo apporto, al fine di utilizzare tutto il potenziale professionale a disposizione?

Il Dipartimento della protezione civile ha in essere accordi con i consigli nazionali dei diversi ordini professionali per un coinvolgimento quanto più possibile ampio e coordinato delle componenti tecniche professionali nelle azioni che la protezione civile deve svolgere in prevenzione e in emergenza. I due aggettivi che ho utilizzato debbono qualificare questo rapporto: ampio, perché l’esposizione ai diversi rischi in Italia è talmente elevata e così diffusa sul territorio che l’azione di contrasto deve essere capillare e dunque coinvolgere un gran numero di tecnici; coordinato, perché un’azione basata sull’improvvisazione, sull’interpretazione personale di regole e procedure, per quanto determinata dai migliori intenti e la migliore buona volontà, può risultare inutile se non talvolta dannosa. Su questi due aggettivi il Dipartimento sta da tempo operando. Ne è un esempio il numero di tecnici fino ad oggi formati per l’effettuazione dei rilievi del danno e la valutazione dell’agibilità sismica, attraverso corsi impegnativi e con verifica finale, che ad oggi ha ampiamente superato il numero di 4000.