Codice Appalti, Zambrano (CNI): occorre parità di trattamento tra professionisti esterni e progettisti interni

16/07/2015 2408

Riforma del Codice degli Appalti: intervista ad Armando Zambrano, (CNI)

Per conoscere il punto di vista dei professionisti sulla nuova riforma del Codice degli Appalti, INGENIO ha rivolto qualche domanda al Presidente del CNI, l’ing. Armando Zambrano.
 
1) Caro Armando, la riforma del Codice degli Appalti prevede due nuovi Albi, quello dei Commissari (in seno all’ANAC) e quello dei Direttori Lavori (in seno al MIT). Un nuovo strumento di qualifica ma anche una nuova area di selezione per i professionisti. Pensi che sia un passaggio utile per le costruzioni e per i professionisti ?
Sì, in linea generale si tratta di innovazioni che potrebbero apportare un miglioramento al complesso delle procedure legate agli appalti pubblici. Il CNI è favorevole all’istituzione di un Albo dei Commissari in seno all’Anac, mentre siamo dell’opinione che molto più delicato e meritevole di grande attenzione sarà il processo di istituzione dell’Albo dei Direttori dei Lavori. L’Albo dovrà garantire un principio essenziale, oggi spesso non rispettato, ovvero quello della terzietà del Direttore dei lavori, nell’ambito di interventi pubblici, rispetto al soggetto esecutore dei lavori. Andranno definiti quindi con effettiva trasparenza le modalità con cui verranno costituiti e aggiornati gli elenchi dei professionisti tra cui effettuare di volta in volta la scelta, i meccanismi di selezione ed i meccanismi che garantiscano che tale scelta sia oggettiva. Inoltre non va tralasciato il fatto che l’accesso ad un ruolo importante e formativo come quello di direttore dei lavori, sia garantito anche ai professionisti più giovani, magari per lotti di importi contenuti. Anche per questo aspetto dovranno essere identificati meccanismi precisi e ben funzionanti.
 
2) Fino ad oggi nel testo in circolazione si parla poco di digitalizzazione degli appalti e, soprattutto, dei processi di progettazione e gestione della realizzazione. Credi che sia corretto essere prudenti su queste innovazioni o che la norma dovrebbe fare un salto di qualità sul futuro delle costruzioni?
Una delle innovazioni di maggiore rilievo in tal senso, nel campo dell’ingegneria civile, è rappresentata dal BIM (Building Information Modeling), che dovrebbe garantire più efficacia ed efficienza nel processo di progettazione ed una razionalizzazione lungo tutta la filiera del settore delle costruzioni.
Un caso di buona prassi, come quello del Regno Unito, ci indica che la progettazione attraverso il BIM diventerà obbligatoria entro il 2016 proprio perché l’obiettivo è di generare filiere compatte nell’ambito dell’ingegneria civile, con una forte integrazione (con economie di scala e maggiore efficienza di tutto il processo costruttivo) tra le fasi di progettazione, costruzione ed il sistema della fornitura. L’obiettivo della Gran Bretagna è di creare un vero e proprio modello industriale esportabile all’estero. La Gran Bretagna ed altri Paesi europei hanno tuttavia un vantaggio rispetto al nostro Paese, non solo in termini di filiere delle costruzioni più organizzate ed evolute ma anche con una controparte pubblica, ovvero le stazioni appaltanti, meno numerose delle nostre e, soprattutto, più efficienti. Il punto, dunque, non è essere prudenti su questi aspetti legati all’innovazione, ma cercare di recuperare il ritardo che abbiamo accumulato. La formazione al BIM da parte dei liberi professionisti non è un problema; da questo punto di vista siamo al passo con gli altri Paesi; il problema vero è scontrarsi con un sistema di stazioni appaltanti abnorme e pletorico (se ne stimano oltre 30.000 in Italia) oltre che poco qualificato. A cosa serve un sistema complesso ed efficace di progettazione se poi, ad esempio, ci scontriamo con un numero estremamente elevato di appalti pubblici irregolari, basati su norme male applicate? Occorre evidentemente ripensare il modello culturale del fare progettazione e del fare innovazione; questo ripensamento, però, deve valere non solo per la categoria dei professionisti ma innanzi tutto per la pubblica amministrazione con cui siamo continuamente chiamati a confrontarci.
 
3) Tra gli obiettivi del nuovo Codice anche l’esigenza di avere più controlli nei cantieri. Ma più controlli significa anche più presenza, che fa a pugni con la logica del massimo ribasso. Non ritieni che la quota relativa ai controlli dovrebbe essere trattata come quella sui costi sulla sicurezza, ossia non ribassabile, e quindi affidata sulla base della sola qualità dell’offerta ?
E’ ovvio che qui la risposta non può che essere “sì”, un “si” pronunciato anche con molta determinazione. Noi abbiamo sempre sostenuto che occorre escludere il costo per le prestazioni professionali connesse alla sicurezza, sia in fase di progettazione che in quella di esecuzione, dal meccanismo del ribasso. E ciò, peraltro, deve valere sempre, ovvero sia per gli appalti in cui il criterio di aggiudicazione è quello del massimo ribasso che nel caso in cui il criterio sia quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Si tratta di una regola di buon senso, su cui non si dovrebbe neanche discutere.
 
4) Cosa dovrebbe essere assolutamente inserito in questo Codice in relazione all’attività dei professionisti ?
Vanno ribaditi ed andrebbero accolti, nelle modifiche alla normativa, principi che per noi sono inderogabili. In particolare, va cancellata la “priorità” dell’affidamento delle attività di progettazione agli uffici tecnici interni alla Pubblica Amministrazione. Vi deve essere assoluta parità di trattamento tra professionisti esterni e progettisti operanti all’interno delle Stazioni appaltanti. Spesso in queste ultime non vi sono professionalità adeguate eppure si procede egualmente ad attività di progettazione, che in modo più competente potrebbe essere realizzata sul libero mercato in cui vige il criterio della concorrenza. Occorre, inoltre, accentuare e garantire la separazione tra progettazione ed esecuzione dei lavori, limitando in sostanza il ricorso all’appalto integrato. Si badi bene che sono dei principi che noi sosteniamo non per tutelare semplicemente la categoria dei liberi professionisti ma per una questione molto più seria, ovvero perché vi sono robuste evidenze empiriche – elaborate recentemente dal nostro Centro Studi – che dimostrano come la progettazione interna e gli appalti integrati abbiano generato inefficienze, lievitazione dei costi e ritardi nella realizzazione delle opere in modo più ampio e persistente dei casi nei quali si è fatto ricorso ad appalti di sola esecuzione e alla progettazione esterna.