Lantschtner: per una vera riqualificazione degli edifici occorre industrializzare i processi e ridurre tempi e costi

Intervista Prof. Norbert Lantschner – Presidente ClimAbita
 

1. Egregio Dott. Lanschtner, quale può essere oggi il ruolo dei professionisti che operano nei settori dell’edilizia e dell’energia nei confronti della società e dell’ambiente?
Dobbiamo operare nell’ottica delle sfide dei prossimi decenni, che riguardano principalmente l’energia e il clima. Essi sono strettamente collegati: il problema del cambiamento climatico è la sfida più grande del secolo ed ha origine nel consumo di energie fossili; il settore più importante da toccare non è la mobilità, ma il modo di abitare, che consuma la maggior fetta di energia e genera gas climalteranti. Occorre implementare l’ottimizzazione dei progetti, per ridurre al minimo le emissioni di anidride carbonica. In Italia abbiamo due sfide principali da affrontare: l’inverno e l’estate. Soprattutto l’estate è preoccupante dal punto di vista energetico: a differenza di quanto accade nella Mittel Europa e nell’Europa del Nord, dove la principale preoccupazione è quella di riscaldare, in Italia occorre sia raffrescare che riscaldare. Occorre utilizzare il know how disponibile per ottenere il comfort indoor e utilizzare la minor quantità di energia possibile. Queste sfide sono già state definite a livello europeo, ma in Italia il più grande problema è la non convinzione di cambiare. Le leggi vengono viste solo come prescrizioni, ci si adegua in ritardo e manca la profonda convinzione di volere e di dovere cambiare. Non si può più continuare sulla vecchia strada.

2. Cosa possono fare istituzioni ed aziende in un contesto economico di crisi per dare nuovo slancio al settore delle costruzioni?
Ciò che vale per i professionisti vale anche per le imprese. Occorre anticipare le norme. Le aziende devono impadronirsi di professionalità utili che permettano la riduzione dei consumi. Devono minimizzare i rifiuti; nel portafoglio di offerta aziendale devono essere presenti soluzioni di questo tipo. “Green” non è un colore, è una strategia: occorre concretezza di contenuti, non slogan. L’obiettivo finale deve essere quello dei “tre zeri”: “Zero emissioni, zero consumi, zero rifiuti”. E deve valere per tutti gli attori del processo edilizio.

3. Quale importanza ha la formazione dei tecnici oggi in Italia?

La formazione è un punto molto delicato. L’obbligo dei crediti formativi va nella giusta direzione, ma purtroppo si rischia di avere solo burocrazia ed obblighi da seguire, senza una totale consapevolezza dell’utilità della formazione. Nell’ambito delle competenze allora c’è tantissimo da fare, occorre cercare di affrontare le sfide rispondendo nella progettazione; gli errori commessi in edilizia sono durevoli, durano decenni, e anche l’invenduto immobiliare attuale è legato al fatto che molte delle case costruite non hanno caratteristiche di comfort idonee.

4. Come si colloca l’Italia rispetto ad altri Paesi d’Europa per quanto riguarda l’efficientamento energetico del patrimonio edilizio esistente e la promozione dell’edilizia ecosostenibile per le nuove costruzioni? Crede che occorra effettuare una maggiore opera di sensibilizzazione?
La situazione è molto frammentata: ci sono delle eccellenze, a livello di progetti internazionali, ma la massa di edifici prevalente è molto lontana dagli obiettivi di efficienza energetica. Questo perché manca la capacità di dare importanza e rilievo a queste tematiche. Ci sono molti pregiudizi, costi, arretratezza rispetto al resto d’Europa. Il concetto di efficienza energetica è in Italia ancora un po’ troppo “artigianale”: occorre industrializzare i processi, ridurre i tempi ed i costi, per modificare i numeri e intervenire su grandi quantità di edifici. Per avere una riqualificazione energetica profonda in Italia occorrerebbe riqualificare un appartamento al minuto, ma non in modo superficiale, quanto approfondito. Per raggiungere gli obiettivi europei al 2050 occorrerebbe effettuare una riduzione dei consumi del 70-90% rispetto ad adesso.

5. Qual è il futuro delle smart cities in Italia?

In Italia siamo bravissimi a inventare nomi ma non contenuti. “Smart city” fa riferimento ad un insieme di case, ma noi dobbiamo intervenire prima sulle singole case, sulle singole strade, e i nomi non ci aiutano a concretizzare. Si tratta di belle ipotesi, ma prive di approccio concreto. Questa mancanza di concretezza può generare un dramma. Occorre pensare a quale slogan verrà inventato dopo le smart cities! Espressioni vuote non possono mettere in moto ingranaggi per produrre risultati. Tutti gli edifici realizzati negli anni ’60-’70-’80 devono essere riqualificati dal punto di vista energetico. Inoltre la burocrazia costituisce un freno enorme. In Italia ci sono principalmente due strumenti da utilizzare: l’incentivo e la prescrizione. L’incentivo ha i suoi limiti, dovuti alla mancanza di soldi; la prescrizione consiste nello smistare norme obsolete. Occorre che si paghino le tasse in base a quanto si inquina. Che le auto paghino in funzione delle proprie emissioni di anidride carbonica. Il terzo strumento che si può utilizzare è quello della sensibilizzazione, del coinvolgimento della cittadinanza, per cui il singolo cittadino deve capire come sistemare la sua abitazione per 20-30-40 anni, migliorando la propria qualità della vita. E’ necessario, altrimenti andremo incontro a drammi sociali ed economici, perché l’edilizia è obsoleta e fuori tempo.

6. Cosa consiglia a un giovane professionista che vuole lavorare nei settori delle costruzioni e dell’energia?

Di prepararsi per poter contribuire ad un nuovo modo di progettare, di costruire, e di sviluppare consapevolezza verso comportamenti sostenibili. L’abitare deve diventare più intelligente nell’utilizzo delle risorse. Occorre costruire case dove si sta bene, senza saccheggiare il pianeta. Oggi disponiamo di una notevole ricchezza di know-how progettuale e non dobbiamo inventare nulla, ma solo cercare di utilizzarlo in modo più concreto.