Il “paesaggio scolpito” in calcestruzzo di Gibellina Vecchia

Sulle rovine del vecchio comune di Gibellina sorge oggi il «Grande Cretto» di Alberto Burri, realizzato tra il 1985 e il 1989, uno dei rari esempi di Land Art in Italia.  

Situato in provincia di Trapani, è unico al mondo per la realizzazione di opere d'arte moderna in un tessuto culturale contadino. Lo chiamano il "Museo della Città", e certamente Gibellina con circa 4.800 abitanti, è una galleria d'arte contemporanea a cielo aperto con gusto e creatività.
 
 
La storia di questo piccolo paese passa attraverso il terremoto del Belice, che nella notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968 con una violenza di magnitudo 6.0 Richter, lo ha  completamente distrutto.
La città è stata ricostruita in Salinilla, a 18 km, lasciando la città vecchia come una "città-museo”.
 
Il sindaco di Gibellina di allora, Ludovico Corrao, oltre a chiedere per i suoi cittadini tutto quello che necessitavano, chiamò a raccolta Pietro Consagra, Carlo Accardi, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Vittorio Gregotti e tanti altri…, chiamò a raccolta L’ARTE per combattere il senso di morte che si respirava nella sua città.
Fu chiamato anche Alberto Burri, che però decise , diversamente dai suoi colleghi, di realizzare la sua opera nella vecchia città.
Racconta Burri: “Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito,… andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi…, Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere…e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso CRETTO BIANCO, così che resti – perenne ricordo – di quest’avvenimento. Ecco fatto!”.
 
 
E cosi Burri trasformò la distesa di rovine in un immensa tomba.
Si tratta di un’enorme superficie ondulata di cemento bianco, suddivisa in grandi blocchi quadrangolari e collocata sul fianco della montagna. Un quadrilatero irregolare di circa 300×400 metri spaccato da profonde crepe e fenditure che ripercorrono le vie della città distrutta.
Un’opera di forte impatto, che si vede da molto lontano e che prende le sembianze di un sudario, candido, abbacinante, gettato sul pendio della montagna.