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Expo. Una nuova strategia nella gestione delle grandi manifestazioni temporanee

A pochi giorni dalla chiusura della grande manifestazione meneghina ancora non abbiamo risposte certe sulla destinazione futura di tanti padiglioni espositivi.

La prima domanda che un visitatore anche distratto si pone una volta uscito dai cancelli dell'expo di Milano è: ma cosa sarà fra qualche mese dei tanti padiglioni che abbiamo visitato? Che fine faranno il sinuoso padiglione della cinese Vanke progettato da Daniel Libeskind, quello ecologico della New Holland elaborato dalla Carlo Ratti Associati e il famoso Padiglione Zero ideato da Michele De Lucchi e allestito da Davide Rampello? E le belle tensostrutture di Massimo Majowiecki resteranno lungo il decumano oppure saranno smontate definitivamente?

A pochi giorni dalla chiusura della grande manifestazione meneghina ancora non abbiamo risposte certe sulla destinazione futura di tanti padiglioni espositivi. Alcuni paesi (Svizzera, Azerbaijan, Ungheria, Emirati Arabi) hanno manifestato la generica intenzione di smontarli e riportati a casa (ammesso che poi sia possibile in maniera indolore), poche unità resteranno nell'area di Expo (Padiglione Italia che sembra destinato a diventare il palazzo dell'Innovazione della Camera di Commercio, Cascina Triulza che sarà destinata al terzo settore e, forse, l'Open Theatre), altri invece saranno abbandonati al loro destino perché troppo costoso smontarli (si parla già di alcuni paesi propensi a questa soluzione). Israele, Kazakistan e Spagna hanno invece manifestato l'intenzione di lasciarli in loco ma con nuove destinazioni, qualcuno (Monaco, Repubblica Ceca) di donarli ai paesi poveri, altri di venderli (Francia e Nepal) ma non si sa come e a chi. Ancora incerto poi il riutilizzo dei padiglioni tematici, i famosi “cluster”.

Di sicuro il padiglione della Coca-Cola sarà regalato al Comune di Milano che lo utilizzerà per coprire un campo di pallacanestro per ragazzi e quello dello studio Peia è uno dei pochi esempi di progettazione pensata da subito anche per il dopo.
Come si vede il futuro degli edifici è lasciato in gran parte alle singole iniziative e alle buone intenzioni dei vari paesi espositori e non è certamente il frutto di un’idea preliminare.
Certo si rimane male a pensare che gran parte di tanto materiale e tanto genio sarà demolito oppure riutilizzato impropriamente. Tonnellate e tonnellate di ferro, legno e cemento destinate al macero? Non sono quindi serviti a niente i tanti dibattiti sul riciclo e sulla parola più abusata degli ultimi anni un po' in tutti i settori: sostenibilità?

Oggi, a pochi giorni dalla fine del grande evento internazionale, possiamo dire che le certezze sul riuso di tante strutture sono ben poche e il percorso seguito per evitare sprechi ed usi irrazionali delle risorse appare insufficiente.
Certo è che i bandi per la progettazione predisposti prevedevano protocolli di sostenibilità, lo smontaggio e il riutilizzo dei padiglioni, ma non indicavano la loro collocazione e la loro successiva destinazione nel nuovo comparto o in altre zone per la mancanza di un Master Plan in grado di immaginare la seconda vita di tutta l'area (sicuramente meno effimera della prima e proprio per questo non meno importante) e per la mancava di un vincolo alla collocazione finale delle strutture.
Sicuramente le prescrizioni ai progetti dovevano essere più stringenti vincolando le costruzioni ad un preciso destino posteriore in modo che la progettazione fosse già finalizzata al doppio uso: espositivo prima, direzionale, commerciale, sportivo, culturale, museale (a seconda dei casi) dopo.
La destinazione di gran parte dei padiglioni è quindi legata (nel bene e nel male) al futuro della vasta area.

Negli ultimi mesi, tardivamente ma inevitabilmente, è scoppiato il dibattito su quello che si dovrà/potrà fare nelle aree una volta finita la manifestazione. C'è chi parla di costruire lo stadio di una società calcistica, oppure di trasferire a Rho gli edifici dell'università statale, c'è chi parla di creare un campus con una cittadella dell'innovazione annessa oppure di creare una sorta di Silicon Valley dell'agricoltura e dell'agroalimentare e chi invece vorrebbe costruire residenze per studenti o migranti. Come dire il festival delle ipotesi.
Ma una pesante spada di Damocle grava sul futuro,
Da contratto, Arexpo S.p.a. (società partecipata da Regione Lombardia, Comune di Milano, Ente Fiera e Provincia di Milano), proprietaria dei terreni, dovrebbe avere i singoli lotti riconsegnati, liberi da edifici, entro il 30 giugno 2016, nella neanche tanto celata speranza di rivenderli a buon prezzo (si parla di 160 milioni di euro magari con la formula dello “spezzatino”) per cercare di fare quadrare i bilanci di tutta l'operazione Expo. Ma che cosa potrà vendere? Che tipo di terreni? Con quali possibilità di utilizzo? Con quali potenzialità edificatorie? Tutto questo si sa solo in parte ma, chiaramente, questa esigenza condizionerà pesantemente quello che sarà il futuro della vasta area di Rho-Pero.
Di certo sappiamo soltanto che il 60% delle aree dovrà avere una destinazione a verde, il che vuol dire che ben il 40% cioè circa 400.000 mq di terreno potranno essere edificati. Non è una cosa da poco evidentemente e perdipiù in un luogo avulso e poco integrato alla città.
E qui il pensiero corre inevitabilmente al primo Master Plan di Expo, quello firmato da Boeri e Herzog, utilizzato dagli organizzatori per ottenere l'assegnazione della manifestazione, pensato in maniera sostenibile e rinnovabile, ma poi precipitosamente abbandonato per far posto a sempre più cubature.

Quello che non si apprezza infatti di questo grande evento su scala mondiale è proprio la mancanza di un progetto completo pensato, preliminarmente, anche per il dopo.
In passato, in altre esposizioni universali, abbiamo avuto molti esempi gestionali (sia positivi che negativi) che avremmo dovuto tenere in maggiore considerazione.
L'Expo di Lisbona (1998), ad esempio, è stata un'occasione per riqualificare una zona altamente degradata della città (vecchi depositi militari, fabbriche dismesse, discariche a cielo aperto) che oggi, dopo la manifestazione, è diventata il cosiddetto Parco delle Nazioni che ancora conserva molti edifici e padiglioni creati apposta per l'esposizione ed ora riconvertiti in centri culturali, sportivi, museali, finanziari e commerciali. L'area, molto bella e vivibile, è meta costante dei cittadini di Lisbona.
La scelta per l'area dell'Expo di Zaragoza (2008) fu sicuramente razionale: facilmente raggiungibile dal centro e dalla viabilità esterna, vicinissima alla nuovissima stazione dell'alta velocità alla quale è collegata con una teleferica lunga circa un chilometro.
Molti edifici di pregio sono diventati spazi per attività congressuali, museali, direzionali, commerciali e culturali. Tantissimo lo spazio destinato a verde pubblico (il parco dell'acqua), al wellness e al tempo libero. La sua trasformazione comunque non è ancora completa.
Meno fortunata Siviglia (1992) dove la zona prescelta per l'Esposizione, definita un'isola in quanto compresa tra due fiumi, collegata alla città con un ponte, ancora non ha raggiunto una identità definita: in parte è stata trasformata in un parco tecnologico oltre che in centro universitario, in parte è stata invece abbandonata e non riutilizzata.
L'Expo di Hannover (2000) infine è stata un'esperienza negativa non solo dal punto di vista economico ma anche da quello urbano. Positiva la scelta di utilizzare per circa un 60% strutture preesistenti ma quello che è rimasto oggi è una città fantasma, scarsamente e malamente utilizzata, con palazzi cadenti e luoghi pericolosi.

A Milano il fatto di avere scelto un'area così periferica e cosi poco integrata con il tessuto urbano è stato sicuramente uno sbaglio. Qualsiasi cosa vi si andrà a collocare sarà sempre un satellite della città, con una destinazione molto specializzata e quindi con la propensione al ghetto e all'abbandono in certi periodi dell'anno o della giornata. Un non-luogo insomma, poco vivibile, lontano dal centro e poco frequentato. Sappiamo tutti degli interessi politici ed economici dietro a questa scelta. Ancora una volta la buona urbanistica ha lasciato il passo alla cattiva politica.
Quello che si chiede pertanto è che nel futuro (già si parla di una probabile candidatura di Roma per i giochi olimpici del 2024) l'approccio verso questi mega-eventi sia differente, che ad un obbligatorio Master Plan a due tempi sia affiancato anche un Business Plan, che nei bandi per la progettazione degli edifici sia prevista anche la richiesta di un loro riutilizzo futuro o all'interno dell'area espositiva o in determinate zone urbane. Progettare un edificio per funzioni ulteriori oltre a quelle previste nei sei mesi espositivi vuol dire progettare in maniera razionale, economica, sostenibile e intelligente.
Ora Arexpo sta cercando di correre al riparo. È stato lanciato un bando per individuare l'Advisor che dovrà gestire il futuro dei terreni che, dopo molti rinvii, sta per arrivare a buon fine. A breve quindi avremo la risposta a molti interrogativi. Con sette-otto anni di ritardo.
 

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