Beni comuni, impresa sociale e rigenerazione

Gianluca Cristoforetti - urban and smart planner 16/09/2015 2685

Nel mese di settembre (10/11) si è svolto a Riva del Garda, a cura di IRIS Network, il tredicesimo workshop dell’Impresa sociale, ed uno dei temi trattati più ricco di significato, nell’ottica di un sistema italiano che cerca nuovi modelli per tornare ad investire, è senza dubbio quello connesso alla rigenerazione - urbana e non – posta in relazione alla gestione beni comuni.

Per beni comuni si intendono beni di possesso comune, gestiti secondo il criterio dell’open acces e della non escludibilità di nessun utente potenziale, entro un certo ambito convenzionalmente definito (tratto da Sacconi L. Ottone S., Beni comuni e cooperazione, Il Mulino, Bologna)

Un tema quello dei beni comuni molto attuale, senza dubbio, ma che necessita, per essere portato a fattore economico, di essere affrontato non solo attraverso il dibattito che coglie gli aspetti regolativi e procedurali, ma proprio nella sua dimensione economica ed imprenditoriale. Prefigurare l’attivazione di un’economia dei beni comuni consente di enucleare il ruolo dei possibili stakeholder (all’interno del workshop è stato analizzato in particolare il ruolo potenziale dell’impresa sociale) così come prefigurare le possibili strategie di investimento, magari contaminando il campo di applicazione con l’impresa “industriale” delle reti (vedi anche smart greed).

Il tema della governance dei commons - si veda a questo proposito il lavoro di Elinor Ostrom sulle forme di autorganizzazione cooperativa degli utenti dei beni comuni – può assumere un ruolo centrale, anche nella prospettiva di politiche di rigenerazione e di sviluppo locale.

È chiaro che il compito delle professioni oggi è di cogliere le opportunità, in un contesto però ancora indefinito, in cui è difficile afferrare la dialettica tra massimizzazione degli interessi del mercato e gestione pubblica. Magari perseguendo inconsuete “terze” vie come quella dell’impresa sociale, capace di realizzare modelli di business ibridi.

Il ruolo strategico che potrebbe giocare l’impresa sociale, nei processi di rigenerazione urbana, è quello di mobilitare risorse sociali per rivitalizzare lo spazio della reciprocità. Si tratta dunque di:

• “risocializzare” le relazioni di prossimità;
• di promuovere una risposta adeguata ai bisogni relazionali;
• di favorire la coproduzione e il coinvolgimento dei fruitori dei servizi;
Interessante da questo punto di vista l’intervento di rigenerazione urbana delle Ex polveriere di Reggio Emilia, un bene di proprietà della pubblica amministrazione in disuso, contesto in cui l’impresa sociale è stato il driver dell’iniziativa (coincidenza tra committenza ed utenza di primo livello) mettendo in campo una notevole capacità di costruzione di partnership e un ruolo di intermediazione.
Processi di valorizzazione attraverso l’azione da parte di comunità fluide, temporanee, di intenti prima e di azione poi (capacità di realizzare).

In questa prospettiva l’espressione “rigenerazione urbana”, ovviamente, ha un significato esteso a tutte le azioni diffuse nel tessuto cittadino che costituiscono il sostegno principale della costruzione dell’offerta complessiva di città e territori in grado di intervenire su qualità, vitalità, funzionamento, efficienza, vivibilità e prestazioni.

Tutto ciò è possibile a fronte del superamento del concetto di destinazione d’uso per approdare a quello di sviluppo d’uso, anche economico (condizioni ed azioni “per”, connessi a spazi e luoghi “per”), un approccio dinamico e non statico, che presuppone la conclusione del “processo rigenerativo” non nella consegna dello spazio fisico riqualificato, ma nello “start up” delle attività previste con la comunità nel suo complesso.

CONTINUA A LEGGERE >>> SCARICA IL PDF