Social housing: progettare per tutti, ridurre il disagio: le proposte della "Fabbrica delle Idee"


Una nuova idea di SOCIAL HOUSING quella prospettata da uno degli otto tavoli di lavoro che sono stati chiamati ad elaborare proposte concrete per il futuro del Paese e il rilancio del settore delle costruzioni su proposta di Federbeton (Federazione delle Associazioni della filiera del cemento e del calcestruzzo) in collaborazione con il CNAPPC (Consiglio nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori) e il CNI (Consiglio nazionale degli Ingegneri) durante l’edizione 2015 del SAIE.
Avendo avuto la possibilità di prender parte al tavolo come rappresentante del network dei giovani ingegneri del CNI, ho avuto la fortuna di potermi confrontare sul tema con politici, autorità istituzionali, ricercatori, professori e operatori del settore.
Ciascuno ha cercato di portare, in relazione al proprio bagaglio esperenziale, un contributo su quest’argomento sempre più attuale e complesso.
Dal dibattito è emerso come la problematica affrontata abbia più dimensioni e non riguardi solo aspetti di carattere economico e tecnico (progettazione urbanistica, architettonica e strutturale), ma debba prima di tutto avere una forte connotazione sociale.
Gli obiettivi da raggiungere sono un abitare di qualità, innovativo e sostenibile, che risponda alle reali esigenze di quel bacino di persone che, pur potendo fare affidamento su un reddito e su una condizione di relativa stabilità, ha significative difficoltà nell’accedere al mercato abitativo. Questa parte di popolazione, indicata fino a poco tempo fa come “fascia grigia” sta attualmente “diventando nera”, in quanto la povertà sta allargando la sua area di influenza e chi aveva un po’ di risorse le sta esaurendo.
Per dare le giuste risposte a questi nuovi scenari non si può prescindere da una prioritaria analisi finalizzata ad individuare le fasce vulnerabili della popolazione e l’impatto sociale dovuto agli effetti diretti e indiretti delle azioni. Solo in questo modo, mettendo la persona al centro, integrando la ricerca sociale nelle fasi di progettazione e intervento e rivedendo le modalità di accesso al social housing, sarà possibile fornire soluzioni adeguate.
Fondamentale è inoltre il tema del recupero degli edifici esistenti, in quanto la demolizione e lo smantellamento risultano nella maggior parte dei casi insostenibili. Il social housing ideale è quindi flessibile, caratterizzato da elementi rimodulabili, dalla possibilità di una riorganizzazione con costi e impatto ambientale limitati, da una gestione e manutenzione sostenibili e non meno rilevante, gradevole agli utenti.
Inoltre non si parla solo di chi una casa non ce l’ha, ma gli ambiti di intervento devono riguardare anche la riqualificazione delle abitazioni che risultano inadeguate dal punto di vista energetico, del degrado con conseguenti problemi per la salute, ma anche non sicure in quanto vulnerabili sismicamente.
Considerata la domanda sempre più ampia e diversificata a cui si deve far fronte, diventa infine fondamentale “progettare per le differenze umane”, il che significa restituire all’architettura il suo ruolo più profondo di strumento per migliorare la vita delle persone con esigenze speciali (persone con disabilità, anziani, ecc.) e più in generale di tutti. La “riduzione dei disagio abitativo” è anche uno degli obiettivi tematici della strategia nazionale (Accordo di partenariato) per il governo dei fondi strutturali europei. Per “ridurre il numero di famiglie con particolari fragilità sociali ed economiche in condizione di disagio abitativo”, tra le azioni finanziate viene infatti indicato il “sostegno all’adeguamento infrastrutturale per il miglioramento dell’abitare a favore di persone con disabilità e gravi limitazioni nell’autonomia”.
La normativa vigente per il superamento delle barriere architettoniche nell’edilizia residenziale (Legge 13/19891, DM 236/19892) che voleva essere prestazionale, risulta nella pratica inadeguata, superata e spesso un “alibi” per fare poco e male.
Eppure noi progettisti abbiamo una grande responsabilità, quella di garantire il benessere e il diritto alla qualità della vita degli utenti.
Un modo efficace per farlo è basarsi sui principi dell’Universal design3, che significa “progettare per tutti” e cioè concepire ambienti, sistemi, prodotti e servizi che siano di per sé fruibili e usabili in modo autonomo da ogni persona, indipendentemente da età, capacità, condizione sociale ecc. al di là dell’eventuale presenza di una condizione di disabilità e senza la necessità di adattamenti. Non regole puntuali e limitate per una progettazione “attenta alle persone disabili”, ma un nuovo modo di “pensare” la concezione di tutti gli spazi per l’uomo con le sue diversità.


1 Legge 13/1989 - “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati” - impone l’adeguamento alle normative tecniche sulle barriere non solo ai nuovi interventi di edilizia residenziale pubblica, sovvenzionata o agevolata, ma anche in corso di ristrutturazione dell’intero edificio.
2 DM 236/1989 - "Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e dell'eliminazione delle barriere architettoniche." - impone l’accessibilità di almeno il 5% degli alloggi previsti negli interventi di edilizia residenziale sovvenzionata (con un minimo di un’unità immobiliare per intervento).
3 Il termine è stato recepito dalla Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità (2006).