L’urbanistica nell’Enciclica Laudato sì

L’enciclica di Papa Francesco “Sulla cura della casa comune” riveste una valenza storica, non tanto per la novità del tema trattato, ma per la proposta di un’ecologia integrale (cap. IV) ed il riferimento esplicito a molte risultanze scientifiche.

È noto lo scetticismo con cui anche negli ambienti ecclesiali si sono spesso trattate queste tematiche, forse per l’eccessiva preoccupazione di vedersi accomunati ad alcuni movimenti ambientalisti che certamente negli ultimi decenni hanno sottolineato solo alcuni aspetti della vasta e complessa tematica. L’ecologia integrale mette insieme in modo originale e profetico le interrelazioni tra i mali della casa comune, quelli della società e dell’economia, supera in radicalità molti documenti recenti e molte normative ed esprime una preoccupazione profonda per le sorti della maggior parte dell’umanità.
Facendo diretto riferimento alle risultanze di discipline non teologiche, il Papa dà loro una dignità inconsueta e stimola i ricercatori a continuare nel loro lavoro “con ampia libertà accademica” (più volte richiamata, cfr., per esempio, 140). Il Pontefice non teme quindi di schierarsi (cfr. 161), pur rispettando le posizioni articolate e non definitive della scienza e della tecnica, e richiama molte volte la necessità dell’etica in un’epoca in cui la tecnica sembra averla per sempre annichilita.

Ebbene, nell’ecologia integrale proposta dall’Enciclica c’è anche l’urbanistica. Una parte importante del capitolo IV analizza alcune patologie delle città di oggi, con riferimenti fondativi per tutte le realtà urbane, ambiente di vita di una sempre maggior parte dell’umanità.
Apre la trattazione del tema, ripreso in più punti, l’originale definizione della “noia” dell’architettura ripetitiva delle case “in serie” (113), una qualifica quanto mai azzeccata, che interroga la capacità progettuale, nel difficile equilibrio tra densità urbana e tutela delle aree non costruite.

L’estetica urbana (151) è un altro momento di verifica. Viene alla mente il richiamo alla bellezza che salverà il mondo ne l’Idiota di Dostoevskij, quella bellezza troppo spesso messa in secondo piano dalla finanziarizzazione del processo edilizio, ovvero dal ciclo che lega le trasformazioni urbanistiche al profitto che generano. Per questo, che è un tipico fenomeno economico-finanziario, abbiamo spesso annullato la qualità che molte città del passato hanno tramandato, ingabbiando i centri storici in quartieri che nemmeno lontanamente ne reinterpretano il valore.
La città accogliente (152), che crea relazioni, che consente il riconoscimento dell’altro, che integra le differenze, è un’ulteriore riflessione che rifuggiamo volentieri, preoccupati più che occupati dalla presenza del diverso, che si riflette anche nel modo di costruire e soprattutto di vivere le nostre città. Anche la salvaguardia del patrimonio costruito (143) garantisce il riferimento al sistema di simboli che consolida l’identità (144).
Nell’Enciclica non manca nemmeno la sottolineatura della qualità della vita legata al modo di muoversi (153): un richiamo alla mobilità sostenibile, tema molto praticato nella disciplina del governo del territorio, ma tra i più critici a livello di consenso democratico. Il problema è enunciato, le azioni possibili sono note, ma la radicalità delle scelte ha bisogno di consenso.

Dopo tutto però, la vera sfida per l’ecologia e per l’urbanistica sta nell’applicazione della categoria del bene comune alla gestione del territorio: l’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale (156). Il suolo è ormai riconosciuto quale patrimonio dell’umanità anche dalla normativa recente: per la necessaria funzione produttiva delle aree agricole e per il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni. Perciò il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale» (93). 

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