Accademia e professione: il binomio che unisce gli Ingegneri Biomedici

GLI INGEGNERI ITALIANI VERSO UNA PROFESSIONE EUROPEA.

Intervista a Sergio Cerutti professore ordinario del Politecnico di Milano e presidente del gruppo di coordinamento nazionale delle commissioni Ordinariali di Ingegneria Biomedica e di Edgardo Maria Iozia, relatore del parere pubblicato sulla gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (2015/C 291/07)

La tecnologia è sempre più presente nella medicina moderna e sempre più marcato è il coinvolgimento di professionisti con competenze complementari necessarie per i nuovi strumenti a disposizione dei medici.
Ma come si formano i professionisti della tecnologia in medicina? E quanto siamo lontani dal vedere un loro riconoscimento utile alla crescita della società moderna?
 
Abbiamo chiesto il parere di Sergio Cerutti professore ordinario del Politecnico di Milano e presidente del gruppo di coordinamento nazionale delle commissioni Ordinariali di Ingegneria Biomedica e di Edgardo Maria Iozia, relatore del parere pubblicato sulla gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (2015/C 291/07) che sottolinea l’importanza del riconoscimento dell’Ingegneria Biomedica nello sviluppo e controllo della tecnologia utilizzata in supporto ai processi sanitari.

Qual è il punto di forza del Gruppo di Coordinamento Nazionale?
Il gruppo composto dai rappresentanti delle commissioni di ingegneria biomedica degli Ordini territoriali elabora indicazioni su una politica comune che il CNI e gli Ordini territoriali dovrebbero portare avanti nel futuro.
Vorremmo suggerire tre figure professionali: i) Ingegnere Clinico; ii) Tecnologo Biomedico; iii) Tecnico Commerciale e Manageriale. L’ingegnere clinico in particolare, figura specifica da avviare nel contesto ospedaliero/sanitario attraverso una collaborazione formale tra Ministero della Giustizia e Ministero della Salute, favorirebbe l’impiego razionale e la gestione dei costi delle tecnologie.

Molti ingegneri sono oggi professionisti che operano nel settore dei dispositivi medici anche se il titolo di laurea in Ingegneria Biomedica è riconosciuto da pochi anni. Come si integrano i professionisti di ieri con i laureati di oggi?
I primi laureati in Italia sono di metà anni ’90 ma indirizzi di laurea in Biomedica esistevano da una ventina di anni. La disciplina è di grande interesse. Solo al Politecnico di Milano vi sono annualmente 450-500 nuove iscrizioni.
Gli Ordini possano giocare un ruolo fondamentale nel riconoscimento delle competenze attraverso il CERTING che permette ad ogni ingegnere il riconoscimento delle competenze.

Cosa consiglierebbe oggi ad uno studente che vuole entrare nella mondo della professione di Ingegnere Biomedico?
Consiglierei di “coltivare” questa sua motivazione. I nostri studenti credono davvero che l’ingegnere possa dare un contributo culturale e professionale di alto livello per la medicina, la biologia e per una migliore organizzazione sanitaria. L’ingegnere biomedico è il più “poli tecnico” che esista e unisce i fondamenti dell’ingegneria con le scienze della vita che sono obbligatoriamente erogate nelle scuole di ingegneria biomedica.

La richiesta di competenze sempre più specifiche per lo sviluppo e l’utilizzo di nuovi strumenti non rischia di diventare una barriera all’ingresso sul mercato di nuovi dispositivi?
Il comparto è caratterizzato da una rapidissima innovazione. Il compito delle università è quello di formare personale in grado di rispondere alla sfida tecnologica ma anche di provvedere a strumenti di aggiornamento professionale efficienti ed efficaci.
Gli Ordini di ingegneria dovrebbero collaborare con le università e fornire prodotti di formazione e aggiornamento in linea con le esigenze del mercato del lavoro.

Considerati i continui scandali e il ritiro dal mercato di prodotti considerati innovativi, cosa serve per riguadagnare la fiducia dei cittadini?
L’opinione pubblica è rimasta scioccata dagli episodi di sostanziale mancata sorveglianza. D’altra parte sono oltre 500.000 i dispositivi medici e si può dire che il sistema abbia funzionato abbastanza bene in Europa.
Quale migliore garanzia per il dispositivi se non quella per cui personale tecnicamente competente, come l’Ingegnere Biomedico, sia coinvolto ufficialmente nelle procedure di “regulation” e di verifica dei dispositivi?

Sentiamo ora il parere di
Edgardo Maria Iozia.

Da cosa nasce l’interesse della comunità europea verso la professione di Ingegnere Biomedico?
Il Comitato Economico e Sociale Europeo è una Istituzione con facoltà di iniziativa per sottoporre temi e proposte non ancora definite nella legislazione europea. L’ingegneria biomedica è uno di questi.
Il riconoscimento e la codifica professionale determinano più attrazione verso i giovani, un indirizzo più chiaro dei finanziamenti a ricerca e sviluppo, migliori garanzie di qualità e sicurezza dei dispositivi medici.

Come giudica il fatto che i dispositivi medici possano essere considerati dei semplici prodotti industriali progettati e approvati alla stregua di un elettrodomestico?
Lo ritengo sbagliato e pericoloso. Le verifiche non possono essere affidate ad un organismo che non abbia al suo interno professionalità riconosciute. Fareste aggiustare la vostra automobile da un calzolaio?

Secondo lei come sarebbe possibile avere prodotti efficaci senza rischiare di imporre barriere eccessive per l’ingresso sul mercato di nuovi dispositivi?
La madre di tutti i quesiti. Se ha un senso sottoporre a test significativi i farmaci che restano sul mercato decenni per i dispositivi biomedici occorre agire in modo diverso.
Il processo di approvazione è di 31/54 mesi negli USA comparato ai 7/11 mesi in UE. Dobbiamo conservare la competitività europea ma rivedere il processo per garantire certificazioni rigorose e competenti.

Considerati i continui scandali e il ritiro dal mercato di prodotti considerati innovativi, cosa serve per riguadagnare la fiducia dei cittadini?
Rendere impossibile il modello Volkswagen nei dispositivi biomedici.
Da cittadino sarei più tranquillo se la certificazione fosse rilasciata da organi indipendenti, competenti e fuori da logiche di mercato.
Penso ad un albo specializzato nel quale la scelta del certificatore non dipenda dal committente ma sia affidata con gli stessi criteri dei periti del tribunale.

Cosa possono fare le istituzioni professionali italiane per collaborare con le istituzioni europee in questo percorso?
Fondamentale è il ruolo del Consiglio Nazionale e dell’Assemblea dei Presidenti degli Ordini per il riconoscimento della professione di Ingegnere Biomedico in Italia ed in Europa. Il primo importantissimo passo è stato fatto con la mozione finale del Congresso Nazionale degli Ingegneri che richiamando il documento del CESE.
Ora occorre un piano di azione nazionale ed europeo. A Milano abbiamo incontrato i presidenti EAMBES-PAWG Leandro Pecchia e IFMBE Ernesto Iadanza. Una occasione unica per esaltare il ruolo internazionale degli ingegneri italiani. L’Europa sarà la carta vincente per ottenere il riconoscimento professionale e maggiori fondi per la ricerca e l’innovazione.

I rettori delle università negli interessi degli studenti dovrebbero sostenere questa battaglia di civiltà e progresso.