Era digitale: sempre connessi... ma anche cosi liberi?

Qualche soluzione per rimanere focalizzati in ogni situazione
Elogio della “distanza” e ricerca della “presenza” nell’era digitale

Siamo connessi costantemente, tuttavia il livello di coscienza annega in un mare di pensieri, sovra-pensieri, retro-pensieri, ansie, rumination interiore: qualche soluzione per rimanere focalizzati ed interessati in ogni situazione


Qual è il senso, il significato che ha per me oggi, il lavoro, in questa porzione del mondo in cui vivo? Domanda ricorrente e risposte che non so dare, è l’ago ed il filo con cui imbastisco quotidiane giornate di lavoro intenso e bello, che alle volte si fa complesso, alle volte lo rendo io tale mentre sarebbe più semplice.
Viviamo in una fase storica particolare, nella quale la stessa libertà implica costrizioni. Cosi esordisce Byung-Chul Han , un giovane filosofo sud-coreano trasferitosi in Germania dove svolge ricerca, e di cui citerò altri pensieri. Pensiamo di smarcarci dalla schiavitù delle regole ma nelle organizzazioni l’enorme numero delle regole non scritte prevale su quelle riportate nei contratti.
E’ il contratto psicologico che forma il robusto legame con il lavoro, con i colleghi, con la missione. Nel contratto psicologico si consumano tutte le decisioni, le motivazioni interne ed esterne alla persona.

Per Karl Marx, dice il filosofo Byung-Chul Han, il lavoro conduceva all’alienazione: il Sé veniva distrutto dal lavoro. Attraverso il lavoro si veniva alienati dal mondo e da se stessi: per questo: “il lavoro è una de-realizzazione del Sé. Oggi il lavoro assume la forma della libertà e dell’auto-realizzazione. Sfrutto me stesso nella convinzione di realizzarmi. Il sentimento dell’alienazione, qui, non sorge; così, questo è anche il primo stadio dell’euforia da burnout. Mi butto entusiasticamente nel lavoro, fino a esserne annientato: mi realizzo morendo. Mi ottimizzo nella morte. Mi sfrutto volontariamente, fino a distruggermi. Questo auto-sfruttamento è più efficace dello sfruttamento estraneo di Marx, proprio perché procede insieme al sentimento della libertà. Il dominio neoliberale si nasconde dietro la libertà percepita: si dà, anzi, esso stesso come libertà. Il dominio raggiunge la forma più stabile laddove coincide con la libertà. L’odierna società non è la società della repressione, anche se la fine della repressione non implica la libertà. Oggigiorno, piuttosto, noi siamo depressi: la società della repressione cede il passo alla società della depressione”.
Ritengo che sia estremo, mordace, un filo pessimistico come pensiero, ma coglie nel segno il rischio potenziale di auto-distruttività da lavoro che ognuno coltiva silente dentro di sè. Il lavoro in realtà spesso ci gasa, ci potenzia, ci soddisfa, ci fa da specchio per dirci che siamo piaciuti agli altri e che siamo stati bravi. Meno male che esiste la soddisfazione nel lavoro! Spesso la si raggiunge per pochi attimi e nel “corpo a corpo” la materia del proprio lavoro diventa soddisfazione e produce benessere.

Tuttavia, prosegue: ”La coercizione a lavorare ininterrottamente e sempre di più è introiettata dall’individuo contemporaneo, che finisce per auto- sfruttarsi volontariamente. La libertà si riduce così a un’apparenza asservita agli scopi del lavoro. Lo smart-working, la raggiungibilità universale garantita dagli smartphones e dai computer portatili etc., garantiscono la continuità del lavoro, dal quale è sempre più difficile “staccare”. Il soggetto odierno sarebbe dunque un “ultra”- animal laborans, nel senso teorizzato da Hannah Arendt? Prima di tutto, c’è lo smartphone: ho sostenuto che lo smartphone è una forma di campo di lavoro. Con lo smartphone noi ci portiamo dietro un campo di lavoro. Esso ci promette la libertà, ma di fatto è diventato un campo di lavoro, un confessionale e uno strumento di sorveglianza. Il tratto peculiare del contemporaneo campo di lavoro è che siamo al tempo stesso detenuti e sorveglianti. Non siamo servi, soggetti allo sfruttamento di un padrone. Piuttosto, siamo insieme servi e padroni. I servi, infatti, devono accettare ogni lavoro: non sono liberi. Il neoliberalismo produce l’obbligo ad accettare ogni lavoro, perché non conosce il concetto della dignità umana. L’ha interamente sostituito con il prezzo”