AGGIORNAMENTO TECNICO, non formazione professionale. Grazie.

Parlare di FORMAZIONE OBBLIGATORIA lo trovo quasi offensivo.

Ho frequentato uno dei corsi di laurea più severi dell’università italiana, al termine di un lungo percorso scolastico. Ho frequentato per un anno un laboratorio universitario. Ho superato un esame di stato. Ho frequentato un master di due anni grazie a una borsa di studio che ho vinto tramite un concorso pubblico. Questi sono i passaggi chiave che mi hanno portato a poter vedere riconosciuto il mio diritto a svolgere la professione di ingegnere. Professione che ho svolto per anni, prima di diventare editore.

Posso con piena umiltà affermare che il percorso formativo che dovevo svolgere per poter esercitare la professione dell’ingegnere sia stato compiuto. Anche perchè non si diventa progettista, tecnico, professionista con un corso di 15 ore all’anno (visto che 15 crediti li posso acquisire in altro modo).

Semmai sarebbe più corretto parlare di “AGGIORNAMENTO OBBLIGATORIO”, invece che impropriamente di formazione obbligatoria.

L’enciclopedia TRECCANI definisce “l’aggiornamento professionale l’approfondimento delle conoscenze già acquisite e l’apprendimento delle nuove, nell’ambito di una o più discipline che caratterizzano la professionalità dell’individuo.”

Mi sembra più appropriato e, se permettete, è più rispettoso.

La formazione, il dare forma, non si riassume in un semplice gesto, in un unico evento. Richiede un percorso più o meno lungo, fatto di istruzione, addestramento, verifica ... un percorso come quello che ognuno di noi, professionisti, abbiamo compiuto. Non si diventa ingegnere geotecnico con un corso di qualche ora, non si acquisce la competenza per progettare una casa con un video corso a distanza di una settimana, non si è in grado di pianificare lo svilupo di un territorio sulla base di un corso su google earth ...

La forma noi l'abbiamo acquisita attraverso un lungo percorso. Ora dobbiamo semmai aggiornare questa nostra preparazione (a meno che si voglia fare un radicale cambio di attività, allora ha senso parlare di formazione, ma non si raggiunge con qualche ora ...)

E mi perdonino alcuni giovani colleghi se a mio parere appare peraltro inverosimile il dover obbligare un ingegnere di lunga esperienza a dover “FORMARSI” e consentire a un neolaureato di esercitare la professione sulla base di un esame di stato senza un periodo di tirocinio preliminare, che io chiamerei FORMAZIONE sul CAMPO.

Ecco perchè la norma che regolamenta l’aggiornamento dei professionisti dovrebbe essere rivista, anzi, completamente rivista. Abbiamo già detto che dovrebbe chiamarsi AGGIORNAMENTO, vediamo altri punti focali.

Innanzitutto la legge che si occupa di professioni dovrebbe avere come obiettivo la QUALIFICA delle COMPETENZE e non concentrarsi sul percorso che si deve seguire per svilupparle. Il prestigioso ACI - American Concrete Institute concentra la sua azione sulla certificazione delle competenze, non sulla attività in aula. Certo, ACI organizza dei corsi di approfondimento, ma non sono obbligatori per conseguire le certificazioni delle competenze tecniche.

E avendo come obiettivo le competenze, ecco che diventa automatico anche il passaggio successivo: non sono più i corsi ad essere obbligatori. Sono alcune qualifiche che richiedono una competenza, e quindi un aggiornamento tecnico, riconosciuto.

Competenza che però non deve riguardare solo i professionisti, ma anche le aziende che producono le tecnologie, e le imprese che le applicano.

Facciamo un esempio: l’uso degli FRP. Si tratta di una famiglia molto ampia di tecnologie che hanno in comune la sola definizione: materiali fibrorinforzati a matrice polimerica. La scelta delle soluzioni, così come delle modalità applicative, così come dei controlli, richiede una conoscenza specifica che non può arrivare solo dalla preparazione universitaria o dall’aver superato l’esame di stato. Legare quindi la prescrizione a un raggiungimento di una competenza tecnica specifica potrebbe essere corretto, a prescindere dagli anni di attività. Ma allo stesso obbligo dovrebbero sottostare a questo obbligo anche chi produce e/o commercializza tali tecnologie, perchè spesso i problemi nascono proprio da questa fonte. Posso assicurare che quanto si sente dire a volte nei "corsi accreditati" da tecnici aziendali desiderosi di far applicare le proprie tecnologie pare sfidare ogni legge della scienza, a volte anche di quella paranormale.

Una richiesta quindi di competenza riconosciuta per alcuni casi specifci. Spetterebbe alle norme tecniche dover distinguere tra tecniche consolidate, che possono essere applicate da tutti gli ingegneri abilitati, e tecniche innovative consentite perchè che le utilizza abbia raggiunto le competenze previste.  Se devo progettare un edificio multipiano tradizionale non occorrono certificazioni particolari. Se devo partecipare a un appalto in cui è previsto l'uso di sistemi di isolamento sismico o di ammortizzamento allora sì. E se la norma consente l'uso di queste tecnologie chi le usa deve avere una specifica competenza.

Eliminando l'obbligo di "formazione" e concentrandoci sulle competenze avremo un sistema in cui un ingegnere che si occupa di sicurezza del lavoro, invece di dover frequentare corsi con crediti per restare in regola e corsi specifici per essere qualificato, potrà concentrarsi solo su quello che realmente gli serve. E un architetto che vuole specializzarsi per un protocollo ambientale non deve preoccuparsi del fatto che l’ente che rappresenta quel protocollo sia accreditato o no per fare i corsi, ma per rilasciare la certificazione di competenza.

Vorrei concludere questo mio breve editoriale evidenziando un paradosso della nostra normativa. Da un lato si obbligano ingegneri e architetti a fare 15 ore di "formazione” ogni anno, dall’altro si consente a un grafico di poter realizzare una certificazione energetica perchè abbia frequentato un breve corso abilitante.

Complimenti, complimenti per la logica e la coerenza.
Forse è giunto il momento di arrabbiarsi. Arrabbiarsi sul serio.