Territorio e Dissesto, riflessioni di un geologo sulla situazione italiana

Durante gli ultimi due mesi una delle notizie ricorrenti quotidianamente sui giornali e sulle Tv è stata quella del clima: periodo secco senza precedenti, temperature del tutto anomale per il periodo invernale, lo zero termico in montagna che si eleva ulteriormente, i ghiacciai che regrediscono, la calotta polare che si assottiglia, il livello del mare che si innalza; insomma si era giustamente preoccupati per questo inverno del tutto anomalo.

Da un paio di settimane piove su quasi tutta l’Italia e, anche se ancora nessuno dice nulla, lo sguardo va ai corsi d’acqua il cui livello idrico si sta inevitabilmente innalzando e la preoccupazione comincia a farsi sentire. A chi toccherà questa volta? E tutti pensano ai giorni che verranno dove alluvioni, frane, distruzione e, ma ci auguriamo di no, morti torneranno alla ribalta.
E allora torneranno pure le domande che i geologi si sentono porre più spesso: perché tutto questo? Come è possibile? Cosa si può fare? E le risposte, che dovrebbero essere circostanziate, risultano però insufficienti non tanto per incapacità ma soprattutto in relazione ai tempi strettissimi concessi in questo o quel programma televisivo, o alla estrema sintesi dell’articolo di giornale.
Credo sia necessario allora, per non correre il rischio di apparire superficiali o peggio, impreparati, cercare di inquadrare il problema in modo organico.

La prima questione che va ripetuta, anche se dovrebbe essere nota ai più, è che la nostra penisola, dal punto di vista idro-geo-morfologico, è fragile, per costituzione litologica, per assetto geologico-strutturale, per conformazione orografica. Tutto concorre a questa fragilità. A questo dobbiamo associare il fatto che il nostro è un territorio fortemente urbanizzato. Molte delle nostre pianure, sia piccole che grandi, talora fin da epoca storica, sono luogo dove sono nati paesi, città, ed hanno avuto incrementi urbanistici parossistici a partire dagli anni ’50. E non mi riferisco solo ovviamente al deprecabile fenomeno dell’abusivismo ma anche a quello dell’edilizia autorizzata.

La seconda questione è quella che fino alla fine degli anni ‘80, quindi circa 30 anni fa, una generazione!, le questioni urbanistiche, ovvero l’edificato e l’edificabile, avevano il sopravvento su ogni altro tipo di considerazione. Fra queste la cenerentola era, ma per parte è tutt’ora, la salvaguardia del territorio nel significato, si badi bene, non di preservare, semplicisticamente, il territorio libero ma studiarne la vocazione e, secondo necessità, costruire tenendo nel debito conto le leggi naturali che quel territorio hanno creato e che continuamente, anche se pochi se ne accorgono, lo modificano.

Quindi un territorio fragile, fortemente urbanizzato, spesso, anzi molto spesso, in barba alle leggi naturali che sovrintendono l’evoluzione delle terre emerse. Chi sa di scienze della terra sa bene che questa evoluzione è inarrestabile: i rilievi sono fatti per essere smantellati e il vento e l’acqua, così come l’alternarsi delle stagioni, sono gli agenti di questo smantellamento. Vi è un equilibrio in tutto questo che lega in modo indissolubile le montagne, ai rilievi collinari, alle pianure, alle coste.

I dissesti, sia che si intendano come eventi franosi propriamente detti, sia come fenomeni di intensa erosione, sono da considerarsi, nel quadro generale del modellamento della superficie terrestre, la norma attraverso la quale si arriva alla “peneplanizzazione” di una certa zona”. Si potrebbe dire che essi non sono altro che l’accelerazione dei processi naturali di smantellamento dei rilievi.
Tutto questo ovviamente risulta tanto più grave quanto più la zona è centro di vita e di attività culturale e sociale.
Nonostante quanto fin qui premesso in Italia si è continuato a costruire come se esistesse solo il sito di imposta di quel preciso fabbricato; nessuno, o pochi, che si preoccupassero del contorno di un’area un po’ più vasta ovvero di considerare preventivamente gli effetti anche in zone assai lontane rispetto a quella di imposta di un qualsiasi intervento dell’uomo.

Così oggi dobbiamo registrare corsi d’acqua stretti fra case abbarbicate sulle loro sponde, zone di foce occupate da interi quartieri, versanti stuprati da costruzioni di orribile edilizia cosiddetta popolare, pianure intasate da capannoni e altre strutture produttive, fiumi o torrenti trattati come se fossero delle condotte perenni, con forma e ampiezze costanti nel tempo e come se fossero scollegati dal resto del territorio del quale invece essi sono i principali artefici.

La domanda che viene subito alla mente e se sia corretto, parlo dei corsi d’acqua che si sviluppano su un territorio per parte occupato da insediamenti, lasciare che il fiume si evolva naturalmente o se non sia il caso, sempre nell’ambito delle leggi naturali che li regolano, “accompagnare” questa evoluzione per ridurre o almeno contenere il rischio di esondazioni. E’ questa una domanda che mi sono posto anche recentemente camminando lungo le sponde di uno dei fiumi più belli e affascinanti di Italia: il fiume Serchio dove la vegetazione arborea anche di notevoli dimensioni occupa non solo le rive ma anche il letto, dove si notano “barre” e “isole” di notevoli dimensioni di orientamento diverso, e mi sono chiesto quale senso avesse lasciare quel corso d’acqua nelle condizione che tutti possono vedere soprattutto in relazione al contesto di quella porzione di bacino giacché così facendo si riduce e di parecchio la sezione idraulica e quindi la capacità di deflusso di quel corso d’acqua.

La terza questione sono le precipitazioni sulle quali mi si permetta una divagazione. Non tutti infatti sanno che fu “l'opera scientifica di Galileo Galilei e dei suoi discepoli che mutò in modo radicale anche gli studi sui fenomeni atmosferici, tradizionalmente trattati come sterile commento ai testi aristotelici o come semplice raccolta di dati osservativi. La moderna meteorologia, intesa come scienza che si occupa dell'atmosfera terrestre e dei fenomeni che in essa avvengono, nacque alla corte medicea di Firenze.

Nel 1654 il Granduca Ferdinando II istituì la prima rete meteorologica, un evento di fondamentale importanza per lo sviluppo della meteorologia. Nel periodo compreso fra il 1654 e il 1667 Luigi Antinori coordinò infatti una rete osservativa comprendente stazioni di rilevamento italiane e straniere. Si trattava del primo tentativo di raccolta sistematica di dati osservativi descrittivi e strumentali provenienti da luoghi geografici diversi, tramite l'utilizzazione di strumenti omogenei e l'adozione di procedure di rilevamento il più possibile uniformi. L'aspetto rivoluzionario dell'impresa scientifica promossa dal Granduca Ferdinando II consisteva proprio nell'adozione di questo metodo, più che nella reale ed effettiva comparabilità delle effemeridi meteorologiche provenienti dalle stazioni di rilevamento: dalla vicina Vallombrosa, come dalle lontana Varsavia o Innsbruck. Durante il Settecento la grande tradizione meteorologica fiorentina fu ripresa e continuata, anche se in tono minore, grazie all'attività dell'Accademia dei Georgofili e dell'Imperiale e Regio Museo di Fisica e Storia Naturale di Firenze. L'interesse per gli studi sui fenomeni atmosferici fu in gran parte connesso al progetto riformistico leopoldino di sviluppo dell'agricoltura Toscana.”
Tutto questo per dire che sulle precipitazioni, serie sistematiche con certezza dei dati rilevati hanno al massimo 140 anni che però non possono essere estesi sul territorio indefinitamente mentre dati registrati con una diffusione, relativamente razionale, delle stazioni di rilevamento su tutto il territorio nazionale, si hanno a partire dal secondo dopoguerra e quindi non più di 60 anni.
Se analizzassimo questi dati ci accorgeremmo che molti degli eventi oggi chiamati “bombe d’acqua” non sarebbero stati ipotizzabili prima se non con tempi di ritorno di decine e decine di generazioni. Eppure oggi questi fenomeni avvengono, ormai da una decina d’anni abbondanti, e la frequenza sembra aumentare. E gli eventi sono talmente copiosi che talora si stenta a credere al dato strumentale; si pensi ai quasi 400 mm di pioggia dell’alluvione di Olbia o agli oltre 170 mm in tre ore di Giampilieri in Sicilia.
A questo riguardo, la premessa da fare è squisitamente geomorfologica, in quanto la frazione d’acqua che viene assorbita nel terreno è la causa preponderante dell’innesco di una frana nella sua accezione più ampia.
Questo aspetto, ovvero l’aumento della franosità in relazione al diverso grado di saturazione del suolo, a sua volta intimamente collegato alle precipitazione, va detto che è pressoché ineliminabile.

Sulla quantità di pioggia eccezionali la prima considerazione da fare su tutte è che tali quantità, con tempi di corrivazione assai ridotti sono tali da mettere in crisi qualsiasi rete scolante naturale o artificiale. Ma a questa constatazione, perché non sia fuga dalle responsabilità, dobbiamo aggiungerne altre per avere contezza dei fenomeni cui abbiamo assistito in passato e purtroppo torneremo ad assistere.

Prima di tutto la cosiddetta manutenzione. Non dirò su chi deve farla ma come deve essere fatta. Oggi non possiamo limitarci a tenere pulite le sponde e gli alvei dei fiumi e dei torrenti ma dobbiamo, consapevoli dell’evoluzione di questi, agire anche sulla stessa geometria delle sezioni idrauliche in relazione alle caratteristiche proprie del corso d’acqua, del suo bacino idrografico e delle opere eventualmente presenti (briglie o ponti) per rispettarne l’equilibrio naturale e l’evoluzione. Sto parlando della realizzazione, inizialmente per i corsi d’acqua più importanti, successivamente per tutti gli altri, di un progetto di bacino (i saputi direbbero “master plan”) che studiate con cognizione di causa le caratteristiche del bacino individui non solo tutte le azioni da mettere in atto in un programma di manutenzione ma anche le aree dove sia realmente possibile operare nel senso sopradescritto per migliorare la situazione e non per aggravarla.
Questo potrebbe bastare? Non credo, certamente non sarebbe sufficiente soprattutto in una situazione di uso del territorio come sopra ho sinteticamente descritto. E allora ben vengano tutte quelle opere che trattenendo l’eccesso di piena ne consentono la dissipazione in tempi più lunghi ovvero le esondazioni controllate in aree che devono essere tenute rigorosamente sgombre da edificazione. Ma queste opere, che vanno ben studiate per essere progettate, sono lavori di medio lungo periodo e certamente non risolvono almeno nell’immediato le emergenze.

Secondariamente l’allertamento, la definizione delle aree a rischio, e, dato che spesso le morti sono da addebitarsi anche a comportamenti inappropriati dei singoli, l’educazione dei cittadini.
Il sistema di allerta meteo della Protezione Civile Nazionale è certamente positivo perché consente di prevedere non solo i fenomeni ma anche la loro intensità. Da migliorare caso mai appare la comunicazione diretta ai cittadini superando, in qualche modo, i sempre possibili “impasse” locali.
Sulle discriminazione delle aree a rischio l’attuale cartografia disponibile presente in quasi tutti i Piani di Assetto Idrogeologico sono definite in mappe a scala da media a piccola ovvero da 1/10.000 a 1/25.000 che sono forse di una qualche utilità per gli studi e per la pianificazione urbanistica ma diventano inutilizzabili per questioni operative intendo con operative la necessità di far sapere al singolo cittadino se la sua abitazione è in un area a rischio e di che grado, ovvero se è in area sicura.
Per questo è necessario, almeno per i centri abitati, procedere a realizzare mappe del rischio di alluvione in relazione alle diverse quantità di precipitazioni attese o ipotizzabili in modo da discriminare con certezza le une dalle altre a grande scala 1/1000 o 1/2000.
Rimane da dire qualcosa sull’educazione della popolazione. I cittadini in genere non sanno cosa fare in presenza di alluvione. Io credo che sarebbe opportuno redigere poche semplici regole che favoriscano, da parte dei cittadini, comportamenti virtuosi e non avventati.
In caso di alluvione prima di tutto dobbiamo:
- essere consapevoli che la prima “cosa” da mettere in salvo è la vita; attardarsi per salvare un quadro, la foto di famiglia, l’atto di proprietà della casa, potrebbe esporre chiunque a situazioni pericolosissime e a guai irreparabili.
- la forza dell’acqua è, salvo eccezioni, quasi sempre elevata, pensare di contrastarla quando non efficacemente organizzati espone a rischi.

E’ poi utile attenersi ad una sorta di “decalogo” indicativo di buon comportamento
1) interrompere l’erogazione dell’energia elettrica e l’erogazione del gas se centralizzato, chiudere le bombole di gas degli impianti individuali,
2) non usare gli ascensori;
3) salire ai piani alti e mai scendere negli scantinati per nessun motivo,
4) non avventurarsi nelle strade allagate a piedi o con qualsiasi mezzo di locomozione,
5) se sorpresi dalla piena lungo una strada entrare nel primo portone aperto e salire ai piani superiori senza forzare in alcun modo la corrente;
6) se sorpresi dalla piena in auto abbandonare immediatamente l’auto e portarsi nell’edificio più vicino raggiungendo i piani più alti,
7) non accedere ai sottopassi, anche quando sembrano asciutti, se non dopo essersi accertati dell’assenza di pericolo,
8) non attraversare ponti anche quando la lama d’acqua che li sormonta sembra modesta;
9) evitare di spostarsi lungo strade allagate;
10) non trattenersi lungo gli argini dei fiumi o sui ponti perché in caso di esondazione c’è la possibilità di rimanere isolati dall’acqua che è fuoriuscita in altri punti rispetto a quello in cui siamo e perché potenzialmente soggetti a crollo,
11) evitare di abbandonare un luogo sicuro per raggiungere amici o conoscenti.

Io ritengo che questo semplice programma potrebbe essere realizzato in tempi ragionevolmente brevi. Non sfuggirà a nessuno che, in questo caso, ciascun cittadino saprebbe, senza complicate intermediazioni, non solo se la propria abitazione si trova in una zona potenzialmente soggetta ad essere inondata ma anche quali aree viciniori sono le più sicure. Tutto ciò, tra l’altro, consentirebbe agli stessi amministratori la preventiva definizione delle strutture pubbliche sicure, rispetto a quelle incerte o certamente insicure, dove far convergere le persone secondo percorsi controllati e sicuri.
Insomma un vero piano per affrontare gli allarmi e le emergenze in attesa che le opere stabili di riduzione del rischio idrogeologico idraulico siano effettuate davvero.