Legge sul Consumo del Suolo: come cambia l'urbanistica?

Intervista all'arch. Silvia Viviani, Presidente INU, Istituto Nazionale di Urbanistica
 
1) Presidente, L’Italia si dota finalmente di una legge sul tema dell’uso del territorio, la domanda chiave è se visto il testo approvato dalla camera (che ora passa in senato) si deve parlare di una legge sul consumo del suolo o di valorizzazione del territorio: quale delle due anime prevale ?
 
S.V. Nasce e rimane una legge sul consumo di suolo formata nell’ambito delle politiche agricole, che perciò risente della settorializzazione, in mancanza di un quadro combinato delle riforme che portino a coerenza le geografie territoriali, amministrative, istituzionali. Non v’è dubbio che il consumo di suolo non sia tema esclusivamente quantitativo. Non basta ridurre il consumo di suolo e nemmeno ridurre il consumo di suolo di qualità: occorre anche riconfigurare pattern insediativi che siano sostenibili. Però è importante sottolineare che la limitazione del consumo di suolo è finalmente entrata nell’agenda politica nazionale, come principio che informa il governo del territorio, per rendere prioritari gli interventi di riuso del patrimonio edilizio dismesso e i processi di rigenerazione della città esistente. Da questo punto di vista la legge può considerarsi un’azione che favorisce processi di valorizzazione del territorio. Permane la necessità di politiche combinate e strumenti specifici, quali misure concrete di incentivazione (attraverso un uso mirato della fiscalità e dell’accesso al credito), misure di compensazione ecologica preventiva (ampiamente utilizzate in altri paesi europei) che possono avere un effetto importante nel mitigare gli impatti urbanizzativi del suolo e garantire il mantenimento del potenziale ecologico locale, una sostanziale semplificazione delle procedure e dei tempi degli interventi sull’esistente.  E’, pertanto, un provvedimento importante, che introduce nel linguaggio e negli strumenti di pianificazione termini e obiettivi che permettono di rinnovare metodi e pratiche per la trasformazione in chiave ecologica e paesaggistica delle città.
 
2) La legge si da l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo entro il 2050 puntando esclusivamente sulla rigenerazione urbana e l’edilizia di qualità.
Nel frattempo la popolazione italiana dovrebbe aumentare dell’8%, soprattutto grazie ai fenomeni migratori: una popolazione più vecchia e con maggiori problemi di integrazione e di reddito economico. E’ quindi possibile pensare di soddisfare questo nuovo fabbisogno, quantitativo e sociale, solo attraverso una politica del riuso?
 
S.V. Potenzialmente sì, se il riuso potrà uscire dalla dimensione solo edilizia, diventando pratica ordinaria delle politiche pubbliche e degli investimenti privati, attraverso altre misure combinate che incidano sugli strumenti urbanistici, sulla fiscalità, sul regime dei suoli, sul partenariato pubblico-privato, sulla filiera dei soggetti della programmazione, dell’attuazione  e della gestione, sull’integrazione delle azioni applicate tanto alla riqualificazione fisica quanto alla risposta ai bisogni sociali. Ma il tema della casa non può essere confinato nei perimetri del suolo urbanizzato. Politiche dell’abitare sono ancora una componente imprescindibile del governo pubblico delle trasformazioni urbane. L’edilizia residenziale pubblica è il nodo essenziale delle politiche urbane e il motore del rinnovamento territoriale, per il migliore mix funzionale e sociale e per dar vita a una compagine urbana più articolata e coesa, per rispondere concretamente alle istanze città sostenibile, per offrire efficaci soluzioni di ridistribuzione della rendita e, non ultimo, per assicurare operatività al mercato edilizio. In taluni casi, potrebbe essere opportuno anche utilizzare suolo non urbanizzato e ciò non necessariamente e non sempre comporta cattiva urbanistica o brutta città. Gli ultimi e i migliori esempi di architettura urbana a forte valenza sociale sono i quartieri residenziali pubblici della metà del secolo scorso, progettati unitariamente, dove l’abitare e i servizi non sono mai stati scissi da un’idea di città e società.
 
3) La Legge indica che allo scopo di favorire la sicurezza e l'efficienza energetica del patrimonio edilizio esistente, per gli edifici residenziali in classe energetica E, F o G, o inadeguati dal punto di vista sismico o del rischio idrogeologico, sarà consentita la demolizione e ricostruzione, all'interno della medesima proprietà, di un edificio di pari volumetria e superficie utile, che preveda prestazione energetica di classe A o superiore e un'occupazione e un'impermeabilizzazione del suolo pari o minore rispetto a quelle antecedenti la demolizione. Non si dovrebbe prevedere un’incentivazione della rottamazione di quartieri che sono non nei singoli edifici, ma nel loro contesto urbanistico, poco sicuri, non efficienti, inadeguati ? E non si dovrebbe dare la possibilità di incrementare i volumi e modificare le sagome, per favorire un compact development ?
 
S.V. Il rinnovo edilizio è una serie di interventi di demolizione e ricostruzione di fabbricati, operazione importante, la cui sommatoria, però, non produce città, non è politica urbana. L’agire pubblico rischia di continuare a limitarsi in funzioni di regolazione delle forze di mercato, mentre dovrebbe assumere ruoli di promozione, partenariato, investimento, realizzazione di programmi a finalità sociale, di aiuto alle imprese.
Rimanere alla scala edilizia confina il dibattito su questioni come la modifica della sagoma o le quantità ricostruibili. Invece si dovrebbero integrare micro scala (edilizia) e macro scala (urbana), per la convergenza sia degli interventi sia delle risorse economiche pubbliche e private
 
4) Il provvedimento prevede che i Comuni facciano un censimento degli edifici sfitti e delle aree dismesse, non utilizzate o abbandonate, per creare una banca dati del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato, disponibile per il recupero o il riuso, in alternativa al consumo di suolo inedificato. Un provvedimento utile, ma non c’è il rischio che si focalizzi l’attenzione solo sulle ex aree industriali tralasciando il problema dei quartieri degradati ?
 
S.V. Anche in questo caso siamo di fronte a una buona misura, incentivante le politiche urbanistiche locali a favore del recupero. Anche in questo caso, la misura è parziale. Il censimento delle risorse disponibili per la rigenerazione urbana deve essere una componente ordinaria della nuova urbanistica e comprende le aree industriali dismesse, i quartieri residenziali degradati, gli spazi e gli edifici pubblici sottoutilizzati, l’invenduto, le aree ferroviarie, persino i centri storici, ambiti dei quali non ci occupiamo più, che invece devono tornare a far parte integrante delle strategie urbane a finalità sociali ed economiche. Tutto questo non poteva essere compreso in un dispositivo a contenuto specifico (il contrasto al consumo di suolo), ma può e deve essere oggetto di un’agenda urbana nazionale, improcrastinabile, a sostegno della riforma in materia di urbanistica.
Si deve evolvere verso l’individuazione di aree di rinnovo urbano, ove poter applicare tutte le misure a disposizione, comprese quelle finanziarie, pubbliche e private. Si aprirebbe un’industria della rigenerazione urbana a favore della casa e del lavoro, creando opportunità per nuova impresa e nuova professionalità, con il più vasto coinvolgimento cittadino e secondo i programmi di governo locale ma nel rispetto di princìpi nazionali.
 
5) L’evoluzione normativa verso un tecnicismo spinto rispetto a una prevalenza invece della tecnica ha ridotto gran parte dell’attività urbanistica a uno studio delle norme e risoluzione dei problemi di natura amministrativa piuttosto che un’attività di pianificazione e gestione del territorio. Con questa norma si tornerà ad avere bisogno di urbanisti e urbanistica ?
 
S.V. La necessità di operare la trasformazione insediativa all’interno dell’impronta urbana già formata, senza consumo di ulteriore suolo, è lo scopo urbanistico di processi e politiche che investono tanto la sfera pubblica quanto quella privata. La sostenibilità economica, sociale e ambientale caratterizza la rigenerazione urbana generalizzata, che comprende la produzione di ricchezza pubblica e privata, le strategie dell’adattamento climatico, le politiche di inclusione sociale, le azioni di messa in sicurezza dei territori, l’innovazione della produttività d’impresa, gli interventi dell’infrastrutturazione fisica e quelle della rete immateriale a sostegno dello sviluppo, del lavoro e della creatività urbana. Tre parole chiave orientano le attività che ci accingiamo a svolgere: l’accessibilità, l’abitare, la mobilità. L’accessibilità è il parametro che porta alla ridefinizione delle barriere urbane, mezzo per invertire le condizioni frequentemente inaccessibili degli usi - non solo degli spazi, collettivi e privati - che rendono le città ostili, invece che amiche delle persone. Un approccio olistico e innovativo, come quello dell’Universal Design e del Design For All, costituisce una sfida creativa ed etica per ogni attore nel processo creativo della re-invenzione urbana, sia esso progettista, imprenditore, amministratore pubblico o leader politico. L’abitare costituisce un’opportunità per la riabilitazione fisica e sociale delle città. Guardare alla residenza in termini di servizi abitativi è un modo per ridisegnare la mappa e i ruoli delle città, dei cittadini, degli attori, dei nuovi gestori sociali.  Quanto alla mobilità, essa è fattore determinante per raggiungere la sostenibilità ambientale, economica, sociale in forma integrata e multiscalare, incidendo sui comportamenti, con effetti di lunga durata e impatti misurabili.  Si apre pertanto una stagione nella quale potrà essere rifondata l’utilità sociale dell’urbanistica, una progettualità esperta al servizio del cittadino e delle forme democratiche della convivenza. 
 
 
6) La crescente evoluzione dello IOT (Internet of Things), delle SMART GRID, e di tutto quello che ne consegue porterà a una evoluzione della materia urbanistica e della professione ?
 

S.V. Sta maturando un concreto e innovativo “smart planning”, neologismo internazionale che costituisce uno spunto di riflessione multidisciplinare proposto dalla UE. La tecnologia digitale sta modificando radicalmente la produzione e lo scambio di servizi nei campi del turismo, della mobilità, del welfare, della progettazione, dei servizi alle imprese, della logistica urbana. L’utilizzo dei big data e di software a elevato contenuto organizzativo e di sociabilità (componenti cognitive della sharing economy) fanno ritenere che la struttura insediativa potrà essere meno rigida e più agilmente utilizzabile. Tutto questo comporta necessariamente l’evoluzione professionale. Non c’è dubbio che occorra un investimento robusto in formazione e aggiornamento, sia delle professionalità che delle classi politiche e degli attori istituzionali, perché l’urbanistica va rinnovata e ad essa servono saperi e pratiche esperte.