L’ARCHITETTURA DELLE COLONIE NEL SECONDO NOVECENTO IN ITALIA

L’ARCHITETTURA DELLE COLONIE NEL SECONDO NOVECENTO IN ITALIA: IL CALCESTRUZZO ARMATO COME STRUMENTO PER IL RINNOVAMENTO DEL LINGUAGGIO

1 Introduzione

La colonia, come istituzione assistenziale, sorge nel 1926 con la legge istitutiva dell’OMNI (Opera nazionale Maternità e Infanzia), ed affianca alla finalità di natura sanitaria, già perseguita dagli “ospizi” marini del secolo precedente, l’obiettivo di garantire un periodo di vacanza ai bambini poveri. Si tratta di edifici in genere imponenti e destinati ad un gran numero di ospiti, di età compresa tra 6 e 12-14 anni.

Formidabile macchina propagandistica per mostrare l’impegno del regime verso le fasce più deboli della popolazione, l’inedito tema architettonico suscita l’attenzione anche del capitalismo industriale privato e diviene un impegnativo compito progettuale e un’importante occasione per sperimentare nuove soluzioni tipologiche e tecniche. L’enfasi con cui si celebra il soggiorno in colonia si traduce, nel periodo tra le due guerre, in una produzione architettonica di edifici dedicati che non ha eguali sia quantitativamente che qualitativamente e che vede nel bagaglio dell’architettura razionalista un contributo alla manifestazione del rinnovamento della società. Nel dopoguerra, spenti i toni più spiccatamente politici e rigidamente educativi suggellati dal regime, mutati gli obiettivi pedagogici e con la diffusione di un turismo di massa muta anche l’approccio progettuale.

L’edificio destinato alla colonia diviene il luogo dove i giovani sono stimolati a scegliere liberamente le attività per loro più interessanti, concepite con l’obiettivo di favorire un percorso formativo più flessibile; di conseguenza, le strutture perdono quel carattere rappresentativo e simbolico che le aveva caratterizzate nel periodo precedente per lasciare il posto a organizzazioni compositive più aperte e accoglienti, trasformabili al loro interno per adeguarsi alle diverse attività. Nelle architetture collettive per l’infanzia, ora progettate in minore quantità e essenzialmente di committenza privata, accanto al tentativo di rinnovare gli usuali schemi tipologici si colloca con evidenza la ricerca rivolta alla prefabbricazione e alla razionalizzazione dei procedimenti costruttivi.

Ancora una volta, questi complessi, tra i quali emergono alcune esperienze significative, sono l’occasione per dare luogo a laboratori di sperimentazione costruttiva ed architettonica per quei progettisti più attenti al dibattito che nel dopoguerra si andava concentrando sui temi dell’ottimizzazione delle procedure edilizie; oltre a evidenziare la necessità della figura dell’architetto nell’approccio all’edilizia industriale, queste occasioni offrono la possibilità di verificare la congruità tra quegli obiettivi di aggiornamento della pratica edilizia che si manifestano in quegli anni e una radicata consuetudine costruttiva che ha sempre distinto il comparto edile italiano.

2 Gli edifici per la colonia nel panorama culturale del secondo dopoguerra

La revisione critica dei tradizionali metodi educativi si riflette nell’impostazione dei progetti architettonici degli edifici per le colonie. Alcuni di essi si collocano nell’ambito delle politiche sociali intraprese dalla imprenditoria più illuminata, dalla quale emergono le principali personalità del panorama aziendale italiano di quegli anni: Adriano Olivetti, direttore generale della omonima fabbrica, e Enrico Mattei, presidente dell’ENI. Entrambi sono impegnati nel favorire il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita degli operai nelle aziende da essi controllate, favorendo occasioni di svago e riposo per i dipendenti e le loro famiglie. Superando lo stretto interesse per gli specifici obiettivi di mercato e il rinnovamento dei sistemi di produzione, essi introducono, o incrementano nel caso di Olivetti, all’interno dei rispettivi programmi aziendali la costruzione di strutture di servizio in favore delle comunità dei lavoratori. Il riscontro pratico di una tale strategia si traduce nella realizzazione di scuole, residenze, colonie, mense, asili, condotti affidandosi all’esperienza dei migliori e già noti professionisti, spesso affiancati da giovani artisti, oltre che al coinvolgimento dei bravi progettisti interni agli uffici tecnici delle aziende. In tutti i casi, comunque, sia Olivetti che Mattei intervengono nell’orientare il programma architettonico, a volte condizionandolo, altre accettando scelte non pienamente condivise. Negli anni che seguono la conclusione del secondo conflitto il dibattito architettonico si sviluppa in diverse direzioni. Il tema della ricostruzione polarizza l’attenzione di intellettuali e tecnici, manifestando forti spinte - concentrate soprattutto nell’area settentrionale del Paese – verso un obiettivo di rinnovamento dell’edilizia. Le opzioni della prefabbricazione, dell’industrializzazione dei sistemi costruttivi, di una più razionale organizzazione dei cantieri diventano la chiave di volta per tentare di scardinare una condizione edilizia ancorata ai metodi tradizionali.

Inizia nel 1946 la pubblicazione della rivista “Cantieri”, informatore tecnico promosso dal Centro industriale Lombardo di Coordinamento per l’Edilizia.

La rivista, che vanta come sottotitolo “documenti sull’industria, la sperimentazione e la tecnica edile, con particolare riguardo all’unificazione e produzione di serie”, intende tradurre l’entusiasmo del rinnovamento, che si andava snocciolando in astratte discussioni sulla ricostruzione, in azioni concrete orientate alla industrializzazione dell’edilizia. Il periodico cesserà la pubblicazione già nel 1949, riflettendo con ciò l’utopia italiana di introdurre su vasta scala metodi nuovi e avanzati per favorire una radicale trasformazione del settore edile.

Olivetti e Mattei sono comunque sensibili alle istanze di rinnovamento tecnico-funzionale, ai principi della modernizzazione del linguaggio architettonico, alla revisione dei canoni collaudati della tipologia, mantenendo costantemente l’impegno verso la qualità formale delle architetture attraverso le quali offrire servizi sociali e promuovere l’immagine aziendale.

Gli edifici per le colonie diventano pertanto una delle occasioni per contribuire e sostenere la modernizzazione delle attività costruttive, sperimentando le diverse opportunità e possibilità di impiego offerte dalla ricerca sui nuovi materiali e sui procedimenti di costruzione, anche in relazione alla specificità dei contesti ambientali.

Ma il dibattito interno al mondo dell’architettura volge in quegli anni anche su un altro versante, che diventa di stretta attualità. L’espansione del turismo di massa e l’ampliamento delle mete turistiche, che si consolidano a seguito di una graduale evoluzione delle condizioni socio-economiche del Paese, ancora nel settentrione italiano, determinano una revisione delle strutture ricettive in un quadro di migliore e più qualificata fruibilità.

L’architettura di montagna, ad esempio, segnata tradizionalmente da spiccate tipicità artigianali, da tendenze mimetiche con il paesaggio, da soluzioni costruttive imposte dai particolari contesti, diventa oggetto di una riflessione teorica che trova nei cinque convegni organizzati dall’Istituto di Architettura Montana a Bardonecchia tra il 1952 e 1956 una stimolante occasione di confronto1 . “Le nuove costruzioni montane – sostiene Carlo Mollino al terzo incontro nel 1954 – debbono avere un’autonomia e una sincerità propria che tragga la sua ragione d’essere da una completa visione di un problema attuale del costruire in montagna”2 .

Nella cornice critica e culturale appena descritta prendono forma i complessi destinati ai soggiorni per l’infanzia proposti in questa sede, esempi emergenti di una lettura in chiave moderna delle posizioni teoriche evidenziate nei dibattiti in corso. Principi fondativi dei progetti, comuni alle opere selezionate, sono individuati nella modularità, nella flessibilità di impiego, nell’adozione di nuove tecnologie che, diversamente declinate, esprimono gli indirizzi verso i quali si muove la ricerca corrente. Altri elementi, afferenti più specificatamente al linguaggio, intervengono invece a distinguere le opere: tra questi, l’uso del cemento armato per l’ossatura portante svolto in chiave puramente funzionale o, viceversa, marcatamente figurativa, che porta a privilegiare, o meno, alcuni tratti della grammatica architettonica.

Le opere si qualificano, quindi, per una più netta adesione al lessico razionalista, come nel caso della colonia marina Olivetti a Marina di Massa, oppure per la reinterpretazione, mediata dalla scelta dei materiali e delle tecniche, dei temi tipici locali, come accade nella colonia montana Olivetti a Brusson o, infine, per una declinazione della modernità che trova gli accenti più significativi nel rapporto tra innovazione tecnologica e rispetto del contesto naturale, senza per questo indugiare in sterili tentativi di ambientamento, istanze ben rappresentate nella colonia montana del Villaggio ENI a Borca di Cadore.

3 La colonia marina

Il progetto per il nuovo edificio della colonia Olivetti a Marina di Massa, nato per affiancare l’attività di una struttura preesistente, è affidato a Annibale Fiocchi (1915-2011), direttore dell’Ufficio Architetti della società. Egli vantava numerosi e importanti lavori edilizi e urbanistici per l’azienda, redatti insieme a personalità del calibro di Figini, Pollini, Nizzoli, Quaroni, Bernasconi. In questa occasione collabora con Ottavio Cascio, a cui viene affidato nel 1955 la direzione dell’Ufficio Arredamento, che si occuperà prevalentemente dello studio degli arredi. La vicenda progettuale e edilizia si dipana nell’arco di dieci anni, durante i quali il cantiere procede gradualmente e la planimetria si amplia, portando la capacità ricettiva da 100 a 150 bambini: nel 1948 viene approvato il primo progetto, nel 1958 la costruzione risulta completa. L’edificio riflette la linea olivettiana che distingue i più noti interventi edilizi dell’azienda a Ivrea e nel Canavese e si identifica con i caratteri evidenti di una schietta modernità. Il fabbricato, sviluppato su due piani, è immerso in una pineta prospiciente la strada litoranea della riviera toscana.

La planimetria, semplice e compatta, è impostata su una maglia quadrata su cui si dispongono due stretti corpi rettangolari paralleli e, tra questi, quello dei servizi, tutti collegati da portici, passaggi aerei e terrazze; l’infermeria/isolamento e l’alloggio del custode sono collocati in piccoli edifici separati. Il piano terra delle ali rettangolari è parzialmente occupato da spazi per il gioco e da una sala per le proiezioni; la parte centrale è adibita, verso ovest, a refettorio e, verso est, a cucina, lavanderia e spazi annessi. Il resto della pianta è riservato all’ampio portico che ricuce l’intera geometria e assicura spazi di gioco all’aperto anche nei giorni piovosi.

I dormitori, maschile e femminile, con i servizi igienici e le stanze per le vigilatrici occupano il piano superiore delle ali, mentre la parte sovrastante i servizi ospita gli alloggi della direzione e del personale. Una balconata ripercorre il perimetro dei dormitori, collegati a questo livello dalla terrazza. L’impianto strutturale in cemento armato a vista scandisce gli spazi.

L’arretramento delle colonne dal perimetro e l’evidenza delle travi estradossate accentuano la funzione portante dei telai, in particolare nei porticati, al di sopra dei quali i corpi dei dormitori sembrano liberamente appoggiati. Solai laterocementizi e esili colonne in acciaio che sorreggono l’aereo vassoio della terrazza completano l’apparato costruttivo. Nel refettorio e nei dormitori le grandi pareti vetrate si distendono davanti alle colonne e aprono squarci prospettici sulla pineta. La sottolineatura delle linee orizzontali, il tetto piano, la struttura a vista, le grandi trasparenze dei serramenti in ferrofinestra, il piano porticato, la prevalenza del colore bianco avorio delle tessere di ceramica martellata che rivestono parte degli esterni riconducono questo edificio entro i canoni più sofisticati di un linguaggio moderno e rigoroso entro il quale la tempera di Egidio Bonfante e i pannelli decorativi di Marcello Nizzoli costituiscono un ricercato arricchimento degli effetti spaziali interni. Una soluzione tecnologica d’avanguardia è rappresentata dal sistema di schermatura che corre sui balconi, davanti alle vetrate dei dormitori; sottili telai in acciaio sostengono una serie di lastre plissettate di alluminio che proteggono dalla insolazione, ma sono correlate tra di loro in modo da non ostacolare il passaggio dell’aria e favorire il rinfrescamento degli ambienti nei mesi più caldi.

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