La Centralità del Progetto e la Marginalità del Progettista

In Italia, il Settore delle Costruzioni ha, dal 2008, dai tempi in cui è comparsa la Grande Recessione, praticato assai spesso l'espressione Crisi, ma assai più raramente quella Cambiamento, come se la peggiore recessione strutturale occorsa dal secondo conflitto mondiale potesse fare a meno di suscitare un cambio di paradigma.
Non dimentichiamo, peraltro, che altrove la Great Recession, per le Politiche Pubbliche del Settore ha funzionato come emblema di una necessità impellente di trasformare, di riconfigurare, il Comparto: che poi questo sia realmente avvenuto in larga misura è oggetto di una verifica, poiché, ad esempio, nel Regno Unito, nei decenni scorsi si sono susseguiti Programmi di Revisione del Settore puntualmente disattesi, come dimostra la reiterazione sostanziale dei contenuti dei medesimi.
La Crisi, infatti, ha costituito, nei fatti, l'occasione in cui celebrare la perdita di uno stato che ci si augurava poter successivamente ripristinare, mentre il Cambiamento avrebbe sancito il lutto legato alla scomparsa definitiva di quella prospettiva.
Solo recentemente, almeno a certi livelli, la retrospettiva è stata abbandonata, ma non sembra che il cambio di paradigma sia stato salutato da entusiasmi sfrenati, in quanto vi è la presunzione che esso sia l'antefatto e non la conseguenza di un diverso atteggiamento degli Operatori.
È chiaro, perciò, che il Settore ha bisogno di essere sostenuto negli esponenti che cercano di sollecitare una base recalcitrante ad adottare atteggiamenti differenti, ma che naturalmente si scontrano con una richiesta pressante di occasioni di lavoro, intellettuale e non: alle condizioni consolidate...tanto che non sempre i casi di successo suscitano emulazione.
A ogni modo, il Cambiamento è stato identificato con l'Intervento nella Città Costruita, in ispecie nelle sue Periferie, cosicché si produce un salto, non solo dimensionale, di scala indirizzato verso la Distrettualità Urbana, laddove il contenimento del consumo di suolo suggerisce di praticare la Riqualificazione (tipicamente agendo sull'involucro) e la Sostituzione, con gradi di invasività differenziata per gli Utenti/Occupanti/Residenti (laddove non si tratti di aree dismesse: dalle manifatture agli scali ferroviari) e, di conseguenza, con minore o maggiore sofisticazione di carattere sociale.
Già questo orientamento farebbe comprendere come, comunque, muti la natura organizzativa dei soggetti coinvolti, poiché scompaiono sia i retaggi dell'Industrializzazione Edilizia degli Anni Sessanta e Settanta sia quelli dell'Edilizia (Industrializzata) Tradizionale, Ibridata, dei decenni successivi: insomma, la Nuova Costruzione (in attesa della Edilizia di Sostituzione), a cui, da sempre, invero, ha fatto da contraltare il Recupero.
Il fatto è che, per gli Operatori, da un lato, è sempre valsa la metafora della chiatta che avanza lentamente sul fiume, e, dall'altro, le promesse della inesorabilità della Cultura Industriale si sono avverate in maniere meno visibili, più sotterranee, mascherate dietro una evoluzione incrementale, più legate, per una parte, ai prodotti che non ai sistemi.
Tutto sommato, è proprio la storia anonima del Settore, dagli Anni Ottanta agli Anni Duemila, che, solo apparentemente, ha interrotto certe narrazioni epocali, a fare ostacolo, proprio perché, per una parte, ha coinciso con il periodo di massima espansione del Comparto secondo direttrici di Continuità, innovando su aspetti singoli, ma consolidando complessivamente i tessuti pre-esistenti.
Si sente, infatti, anche per queste ragioni, specie presso i Produttori e i Costruttori, oltre che i presso Rivenditori, sempre più frequentemente richiamare l'esigenza di nuovi Modelli Organizzativi, mentre più silenti appaiono i Progettisti, i soggetti che, invece, maggiormente appaiono legati alla o afflitti dall'arcaicità delle Strutture Organizzative consolidate, i soggetti, peraltro, al centro dei processi decisionali, ma paradossalmente da essi espunti. Per mancanza di cultura imprenditiva?
Per di più, ben oltre la «questione industriale», il parziale slittamento del significato, del valore, Bene Immobiliare verso l'Uso, testimoniato anche dalla Sharing Economy, che suggerisce la locazione da Airbnb dei propri Cespiti, indica come la Detenzione, il Possesso, del Cespite assuma, in certe circostanze, una minore importanza rispetto alla sua Disponibilità: nei termini prestazionali attesi.
La Digitalizzazione, quale manifestazione per eccellenza della Quarta Rivoluzione Industriale, sorge, dunque, all'interno di un contesto in cui, a partire, ad esempio, dal Co-Housing, la essenza stessa del Prodotto Immobiliare, sia pure inscritta nel mondo dell'Analogico, inizia a mutare fisionomia.
È interessante osservare che ciò che si ritrova nella Quarta Rivoluzione Industriale, con il Bene, dapprima, Adattivo e, in seguito, Cognitivo, qui è declinato in maniera più umanistica, ma Condivisione e Partecipazione assumono lo stesso valore, perché, appunto, Digitale è, comunque, Immateriale, persino in assenza del Building Information Modeling.
Per questo motivo, servono gli Stati Generali delle Costruzioni, per questa ragione serve una Piattaforma dell'Offerta, proprio perché con «Digitale» si intende un fenomeno di amplissima portata, non circoscrivibile a ciò che, di primo acchito, tale dovrebbe essere.
Ecco che la Quarta Rivoluzione Industriale, però, è unanimemente considerata come radicalmente innovativa, mentre nel Settore se ne cercano i caratteri più incrementali.
La questione di fondo consiste, perciò, nello stabilire se l'Efficientamento dei Processi promesso dalla Digitalizzazione possa avvenire per assimilazione senza mutare in profondità gli assetti culturali, contrattuali e organizzativi sia della Domanda sia dell'Offerta.
Per molti Progettisti e, in particolare, per gli Architetti, la Performatività, o Prestazionalità che dir si voglia, per non dire della Produttività, appaiono, ad esempio, categorie estranee e, addirittura, da rifuggire programmaticamente.
Anche se, tra l'altro, la Produttività di un Bene vale sia per la sua Realizzazione sia, appunto, per la sua Fruizione.
Ecco la ragione per la quale la Digitalizzazione, anche in termini metodologici, è considerata secondo una accezione strumentale, come se non finisse per investire lo statuto stesso della Libera Professione, allorché sono proprio gli Artefici del BIM, come Phil Bernstein o Paul Morrell, a indicare la Marginalità della Professione di Architetto in quanto distante dalla Dimensione Imprenditiva.
Lo stesso ragionamento riguarda profili più suggestivi, come il Digital Master Builder o il File-To-Factory.
Peccato, ahimé, che, sfortunatamente per i Progettisti, i mercati internazionali intravedano in queste categorie le scommesse più rimarchevoli, su cui agire con determinazione, proprio a partire da coloro che si trovano, appunto, assieme ai Committenti, all'origine della Morfogenesi del Progetto.
In altre parole, i diversi ordini di grandezza che separano, sotto il profilo economico, le Operation dal Design devono, però, tenere in conto quanto quest'ultimo possa influenzare positivamente o negativamente il primo, facendo dei Progettisti l'anello critico della Catena di Fornitura.
L'Immaginario promosso da molte Rappresentanze, in primo luogo, quelle Professionali, si riferisce, tuttavia, a un ruolo «eroico» dei Progettisti, in particolare dei Liberi Professionisti, nel caso dei Lavori Pubblici, esterni alle Stazioni Appaltanti e alle Amministrazioni Concedenti, riservando ruoli e compiti subalterni a Committenti, Costruttori, Gestori.
La narrazione, infatti, è quella di una Concezione che si arresta solo quando al Costruttore non resta altro che eseguire ciò che è stato, completamente, predeterminato, configurato in precedenza, in propria assenza.
Ma si tratta, appunto, di un racconto, quello della Distinzione e della Sovraordinazione, del Distacco, la cui veridicità ha iniziato a essere contraddetta già alla fine del Settecento e che, oggi, è ancor meno credibile e che, a ogni buon conto, poco dice della Funzionalità del Cespite e molto, invece, della sua Oggettualità, della sua Forma.
Epperò, sempre più, si avverte l'esigenza di derivare la Forma dalla Prestazione (un modo più articolato di parlare di Funzione) e il fastidio per Forme Generative Complesse, ma gratuite, anche quando, almeno come istanza, esse siano derivate algoritmicamente da obiettivi specifici, «scientifici», come quelli della Sostenibilità.
Tutto ciò avviene, poi, in un paesaggio professionale contraddistinto da frammentazione e da individualismo dei soggetti e delle organizzazioni, con frequenti debolezze nelle reti informali interprofessionali costituitesi e con una specie di proletariato professionale a elevata rotazione, laddove servirebbero concentrazioni di risorse qualificate ed economie conoscitive.
In buona sostanza, la capacità resistenziale di questo tessuto dipende proprio da una forza che discende da una scarsa capacità di visione prospettica, almeno a giudizio di chi utilizza la lente dei mercati internazionali, ove l'Italia non brilla particolarmente in termini quantitativi.
Certo, limitandosi a occasioni progettuali minori, di scarsa complessità, forse il modello organizzativo classico potrebbe valere ancora, ma al prezzo di una divisione del mercato sempre più palese, come alcuni hanno già preconizzato.
La stessa affermazione della necessità dei Concorsi di Idee e di Progettazione, in assenza di sufficienti vincoli committenti e di garanzie contrattuali, rischia di sfociare nell'ennesimo simulacro di un inno autoreferenziale a una Creatività, invero sterile.
Non che la Creatività sia una parola impronunciabile - è recente la nuova versione della legge francese sulla Creazione Architettonica -, ma il fatto è che essa è troppo sovente ammantata di una retorica "improduttiva».
L'Appalto Integrato figura, all'interno del Codice dei Contratti Pubblici, come la vittima designata di un certo stato culturale qui delineato.
La sua limitazione deriva da una oggettiva insoddisfazione espressa, in primo luogo, dalle Rappresentanze Professionali per la subordinazione vissuta a vantaggio dei Costruttori, convalidata, peraltro, dalle stesse Rappresentanze Imprenditoriali, desiderose di ripristinare le tradizionali condizioni di contrapposizione.
La sua scarsa fortuna attuale si deve, in definitiva, a una incapacità delle Parti di raggiungere un equilibrio, cosicché la dimensione collaborativa si è spesso risolta in prevaricazioni.
Il forte ridimensionamento dell'Appalto Integrato è, però, l'epifenomeno più significativo di questa stasi, per molti versi regressiva, e deriva da una presunta subalternità delle Ragioni della Progettazione a quelle dell'Esecuzione che paradossalmente non farà probabilmente che consegnare le sorti del Progetto nelle mani di conflittualità e di contenziosi capillari.
Si tratta di un Immaginario piuttosto datato, che si rifà alle intenzioni originarie della L.109/1994, ma che a livello internazionale, conosciuto quale Design-Bid-Build, vive una forte tendenza, contraria, alla contrazione.
È, infatti, un modello organizzativo che presuppone due elementi ormai fortemente inattuali:
1) la priorità assegnata al Cespite inteso come Manufatto Tangibile nei confronti del Bene concepito quale Abilitatore di Fruizione Immateriale;
2) la capacità, da parte dei Progettisti, di governare isolatamente la complessità relativa ai Prodotti e ai Processi.
Si badi bene che negli Stati Uniti è presente l'istituto contrattuale dell'Architect-Led Design-Build, stando a testimoniare come le forme di Integrazione Contrattuale non debbano necessariamente vedere quale Driver il Costruttore.
È una ipotesi già evinta col Computational Design, in termini di Digital Master Builder, che, tuttavia, renderebbe l'Architetto un soggetto imprenditivo.
In ogni caso, tuttavia, lo scopo non è tanto quello di ripristinare l'Appalto Integrato, quanto quello di assicurare condizioni di Multilateralità.
L'episodio, però, dimostra quanto la classe professionale abbracci alcune istanze senza una adeguata riflessione sulla evoluzione delle richieste dei mercati internazionali, che collidono con impostazioni troppo ancorate a un passato che, a differenza di quanto sostenuto per l'Historikerstreit, passa...
Immaginiamo, in effetti, che, all'interno di un Modello Informativo, alcune proprietà relative a spazi o a oggetti mutino periodicamente i propri valori essendo informati da serie di dati provenienti da sensori apposti negli spazi o negli oggetti in questione e che essi cambino il colore, da codice semaforico, ogni qual volta siano stati superati determinati valori soglia.
Supponiamo, inoltre, che questa condizione di criticità possa essere confermata o smentita dagli Utenti dell'Edificio, attraverso stati d'animo tradotti computazionalmente, Utenti che si trovino nell'area considerata, mediante una app che rimanda direttamente al Modello Informativo contenente le sopraddette Informazioni dinamiche.

Si tratta, invero, di una prassi acquisita, abitualmente praticata anche in eLux Lab, il Dimostratore di Edificio Cognitivo dell'Università degli Studi di Brescia.
Meno scontato sarebbe, tuttavia, il fatto che il rispetto di tali valori limiti stia all'interno di un Contratto di Disponibilità o di un Performance-Based Contract per cui la Centralità del Progetto veda i Professionisti/Progettisti responsabilizzati per l'Operazionalità del Cespite lungo un arco temporale contrattualmente stabilito.
In una simile circostanza, vedremmo probabilmente i Progettisti affannarsi nel coinvolgere i propri Committenti, nel costituire Pannelli di Occupanti Prospettici in attività partecipative, nel forzare l'Integrazione di Produttori, Costruttori, Facility Manager, nel ricorrere a ogni sorta di Immersività e di Gamification per realizzare una Valutazione Pre-Occupativa.
Ciò permette, in effetti, di capire perché mai Anticipazione, Collaborazione e Integrazione, locuzioni remote ed estranee per il Settore, improvvisamente divengano a esso necessarie.
In altri termini, se la Centralità del Progetto fosse intesa giuridicamente e contrattualmente quale garanzia del soddisfacimento dei bisogni impliciti ed espliciti dell'Utenza, in quanto nella Fruizione si giocano le partite più considerevoli nell'arco del Ciclo di Vita, qualsiasi istanza relativa al Primato Autoriale nella Progettazione e alla Distinzione tra Competenze Creative lungo le Fasi Temporali dell'Investimento decadrebbe.
Si tratta realmente di un portato diretto della Digitalizzazione? La risposta non può che essere negativa: si tratta dell'evoluzione delle attese negoziali dei mercati che trasferiscono al Bene Immobiliare sempre maggiori attese in materia di Funzionamento, di Operazionalità, piuttosto che non di Detenzione, di Possesso.
Del resto, oggi si progettano, ad esempio, Edifici Scolastici che non solo si desiderano essere polifunzionali, ma anche evolutivi: testimonianza che l'Immobilità del Bene si attenua.
Per certi versi, infatti, l'attribuzione della Progettazione Esecutiva ai Progettisti, svincolati dal dialogo coi Costruttori, non solo rappresenta la rivendicazione di un controllo sulle variabili esecutive del Manufatto piuttosto improbabile (una specie di negazione solipsistica delle complessità dell'opera), ma, in più, porta a compimento una concezione del Bene come luogo esclusivo del Tangibile, tutt'al più connesso alla sua Manutenzione, non certo alla sua Fruizione, che potremmo annoverare come Immateriale.
Sotto questo profilo, la Digitalizzazione costituisce semplicemente un viatico abilitante per aspirazioni che si sono affacciate autonomamente, anche se, ovviamente, la Condivisione di Spazi e di Servizi Comuni nella Residenza o la Messa a Disposizione Temporanea di una propria Abitazione restano fenomeni prettamente tendenziali, non così massivi né irreversibili, ma sono profondamente Immateriali rispetto alla nozione letterale di Appartamento, di luogo del Privato, della sua Proprietà in quanto tale, produttivo in senso non immediato.
È improbabile che, in tempi ristretti, certe tendenze embrionali possano generalizzarsi, anche perché non sembra che l'idea della Sostituzione possa sempre rivelarsi sufficientemente Circolare. Ma, comunque, non si deve credere che la Digitalizzazione nasca autonomamente né che queste tendenze possano restare del tutto episodiche.
Non per nulla, le motivazioni originarie del Governo Britannico nel 2010-2011 provenivano da fonti non direttamente interessate al Building Information Modeling (BIM), bensì alla ottimizzazione dei processi, non per nulla nel 2016 il Governo Scozzese distingue il BIM, acronimo da cui si tende sempre più a prendere le distanze, dalla Digital Innovation.
Se, infatti, osserviamo la maturità digitale del Settore delle Costruzioni, comprendiamo agevolmente che i Paesi maggiormente avanzati, la Norvegia e Singapore, non possono essere in alcun modo rappresentativi per le sorti che ineriscono a Paesi di maggiori dimensioni e complessità.
Se si osserva il caso britannico, occorre, prima di tutto, partire dalla constatazione che, specie dopo la Brexit, ma da sempre, l'obiettivo era quello di attribuire al Settore una migliore reputazione e di proporsi con maggiore forza sui mercati internazionali, estraeuropei.
D'altra parte, se è vero che, per una buona parte delle Amministrazioni Centrali dello Stato, il 4 Aprile 2016 è stata una data importante in termini di conseguimento del cosiddetto Level 2, il tema della Data Validation, relativo all'Ottobre 2016, apre, in qualche modo, il cammino verso i Level 3.
Occorre, osservare, comunque, che il tasso di adozione della Modellazione Informativa nelle Commesse diffuse e presso i livelli inferiori delle Catene di Fornitura, pur essendo interessante, presenta un certo sfasamento rispetto alle attese e nei confronti dei maggiori pionieri.
Ancora una volta, a prescindere dai suoi contenuti ultimi, ben più vasti, il Level 3 è indicato come la condizione per cui tutti gli Attori opereranno contestualmente all'interno di un unico Ambiente di Modellazione Condiviso, rendendo più difficile la individuazione di Responsabilità Singolari.
Ciò che si può ben capire dalle esperienze maggiormente avanzate, ad esempio quelle relative a Ministry of Justice e a High Speed Two, è che il passaggio dalla Gestione del Documento alla Gestione del Dato appare complesso perché concerne l'intera Catena di Fornitura, non solo il livello più altro della contrattazione tra le Parti.
Se per il Level 2 la comprensione degli obiettivi ne ha visto una dilatazione progressiva nel tempo, per il Level 3 la Strategia definita da Construction 2025 e da Digital Built Britain appare ancora più ampia.
Sostanzialmente, però, in termini strettamente legati alla Progettazione, mentre il Level 2 si concentra principalmente sui Processi, da cui le BS PAS 1192, le ISO 19650 (e, in definitiva, anche le UNI 11337), i Level 3 si focalizzano, soprattutto, sui Prodotti.
Che cosa significa, a questo proposito, concepire un Edificio o una Infrastruttura Connessa e Cognitiva?
Difficile affermare, in tale direzione, che la Cultura Progettuale, per come la conosciamo, possa autonomamente controllare un simile Prodotto, così come, almeno in Italia, essa sembra pretendere per la contemporaneità.
Il paradigma della Anticipazione delle Scelte Progettuali diviene paradigma dell'Inversione, poiché le priorità legate alle Operation devono essere introdotte nei primordi della Fase di Committenza e di Progettazione.
Non è che ci si auspichi la Fine dell'Architettura, al contrario, o che si vogliano ridurre le Costruzioni a un Industrialesimo rigoroso.
È che i passaggi sono davvero epocali, trasformativi: è che questo Viaggio nell'Italia delle Costruzioni restituirebbe molte sorprese individuali, prive, però, di una logica sistemica: che non può essere restaurativa del «buon tempo antico».