Quali soluzioni per il dissesto idrogeologico italiano? Ne parliamo con Mauro Grassi, Italiasicura

12/10/2016 7621
Intervista al Dott. Mauro Grassi - Direttore della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche.
 
Dott. Grassi da più parti si sente il grido di allarme che per la sicurezza idrogeologica in Italia serve un salto di qualità e più soldi per gli investimenti. Lei è d’accordo con queste affermazioni e quale potrebbe essere il salto di qualità?
Il problema della lotta contro il dissesto idrogeologico in Italia non è solo un problema di quantità di risorse dedicate agli interventi strutturali. C'è un largo spazio per la mitigazione e la gestione del rischio che, a parità di interventi strutturali, può far fare un salto di qualità alla sicurezza del paese.
C'è quindi un problema di qualità degli interventi, di coordinamento degli interventi (anche per evitare la disponibilità di risorse che poi non vengono utilizzate) e di gestione del sistema nel suo complesso (al cui interno rientrano le politiche di buon governo del territorio e dell'urbanistica più specificatamente). Ma, ed eccoci alla risposta alla sua domanda, c'è anche un problema di quantità di risorse dedicate. A fronte di tre miliardi di danni all'anno e ad un fabbisogno espresso di interventi antidissesto di quasi 30 miliardi, lo Stato ha messo dal 2000 al 2014 appena 500 milioni l'anno per la prevenzione.
Con #Italiasicura siamo, nei primi due anni, a circa 1400 milioni l'anno. E' una crescita significativa. Un obiettivo, necessario e raggiungibile, è quello di destinare almeno 2000 milioni l'anno per 10/15 anni. Si può fare.
Il dissesto idrogeologico è un problema estremamente diffuso sul territorio nazionale e le calamità naturali che si verificano con maggiore frequenza sono frane e alluvioni. Da Nord a Sud, l’Italia viene messa in ginocchio a causa di eventi eccezionali di precipitazioni che trovano il Paese sempre più impreparato.
L’Italia è impotente davanti agli effetti del cambiamento climatico? C’è stata una sottovalutazione del rischio idrogeologico che rischiamo di pagare a caro prezzo nei prossimi anni?
Si una grande, continua, sottovalutazione da parte della politica, delle Istituzioni ma anche dei cittadini e delle comunità locali. In Italia si pensa al dissesto (come peraltro ad altri rischi) solo sotto l'effetto emotivo di disastri che comportano danni a persone e a cose. E magari allora scatta lo sport nazionale della ricerca del colpevole o dei colpevoli. La gestione dei rischi è una politica che deve essere fatta con Piani (e non episodicamente), con dati scientifici e monitoraggi continui delle diverse situazioni territoriali e con un approccio preventivo e non solo, ed in Italia prevalentemente, emergenziale. In questo contesto di sottovalutazione si inserisce il tema del cambiamento climatico che rende ancora più critica la situazione. Ed anche il cambiamento climatico per ora in Italia ha sollecitato qualche convegno, qualche documento ma poche politiche operative. Sul tema del dissesto stiamo cercando di tener conto di questo ulteriore elemento di criticità potenziando, in accordo con Ispra, con le Autorità di Bacino (Distretti idrografici) e con le Università e i Centri di ricerca le conoscenze sul fenomeno e le sue ricadute sulle diverse situazioni di rischio del Paese.
 
Alcuni tecnici ed esponenti politici parlano di caratteristiche del territorio che renderebbero assai difficoltoso mettere in campo contromisure davvero efficaci, altri accusano la cementificazione selvaggia. Lei come la pensa?
Certo il territorio, la morfologia, la storia e la geografia del Paese non aiutano a gestire i fenomeni di rischio con facilità. Tutto è complesso. Oggettivamente complesso. Ma la cattiva gestione del territorio, la scarsa attenzione al rischio, sia in termini di interventi che di gestione e una certa, naturale, tendenza culturale al fatalismo hanno peggiorato la situazione. Laddove si fanno le cose, si fanno come devono essere fatte e le comunità si attivano per cambiare l'atteggiamento passivo dei cittadini i risultati si vedono. Questo significa che si può migliorare. Che si può fare. Non ci sono più alibi per nessuno.
 
Dott. Grassi, come si può uscire dalla rincorsa alle emergenze che da decenni caratterizza l’intervento dello Stato ed entrare finalmente nella stagione della prevenzione dei grandi rischi alluvionali e di frane?
Come dicevo introducendo la cultura del Piano. Un piano sorretto da risorse certe, per molto tempo e adeguate. E un Piano sorretto dalla ricerca, da modelli scientifici, da tecnologie avanzate e da monitoraggi specialistici. ll meglio della cultura tecnica, della scienza e della tecnologia deve essere a disposizione del Piano. Basta con i dilettanti e con atteggiamenti pressappochisti. Anche sulla progettazione abbiamo lanciato un programma di forte spinta alla qualità. Proprio in questi mesi con assemblee in tutta Italia si discute delle "Linee Guida per la progettazione", un documento a più mani promosso dalla Struttura di Missione, attualmente già disponibile per la consultazione nel sito di #Italiasicura. Insomma la prevenzione necessita di una strumentazione sofisticata e di una organizzazione efficiente a supporto. È necessità di una politica che non guarda soltanto al consenso di breve periodo ma che guarda oltre alla tenuta di lungo periodo del Paese.
 
Con la struttura #italiasicura, per la prima volta, l'Italia fa un salto di qualità e investe sulla protezione del territorio e sulla prevenzione anziché concentrarsi sull’intervento in fase di emergenza?

Si questo Governo, subito dopo pochi mesi dal suo insediamento, ha messo la lotta al dissesto idrogeologico nell'Agenda principale della sua azione programmatica. La struttura di Missione presso la Presidenza del Consiglio è stata una novità importante che ha dato il senso del cambiamento di attenzione. Da lì si sono susseguiti gli interventi a partire dal Piano per le città metropolitane in collaborazione con il Ministero dell'Ambiente e delle Regioni, alla programmazione del dissesto dentro i Patti per il SUD gestiti dalla Presidenza del Consiglio, alla definizione della misura 5 dei POR (dissesto idrogeologico) in gran parte delle Regioni in stretto contatto con l'Agenzia di Coesione ed infine alla nuova programmazione che stiamo impostando sulla base di un prestito con la BEI e la CEB. Insomma una somma importante di piani e di interventi che danno il senso del salto di qualità nella programmazione. La nuova sfida è far diventare queste risorse dei cantieri attivi e quindi delle opere funzionanti e manutenute. Una sfida che dobbiamo vincere per dare più sicurezza al Paese 

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