Il BIM e la cultura della preminenza della costruibilità dell’opera

 Abstract

Come contributo all’attuale stato di necessità di adozione del BIM nel nostro Paese, quest’articolo vuole documentare come caratteristica propria e fondante il BIM, la sua metodologia di natura olistica, centrata sul particolare esecutivo e quindi sulla costruibilità dell’opera. Tale dinamica non è in contrasto con gli attuali metodi di progettazione, costruzione e gestione di un edificio, ma attualizza invece un portato proprio della tradizione ingegneristica: il rapporto fra atto ideativo e fatto costruttivo. Esiste una profonda relazione culturale e tecnica fra la concezione di un’opera e la sua verifica, che accomuna il concetto di modellazione attraverso i secoli. Alle regole dell’arte che guidavano la verifica empirica di carattere costruttivo, a posteriori, dopo la realizzazione dell’edificio, il BIM propone, oggi, senza soluzione di continuità con il passato, un concetto di modellazione computazionale in grado di condurre tale verifica a priori: prima che la costruzione sia realizzata. Nel rapporto con l’innovazione il BIM offre reali benefici e concretezza di utilizzo a quanti tendono a utilizzarlo come risorsa nata per riaffermare la centralità del fatto costruttivo, materico, concreto dell’opera da realizzare. Il BIM trova piena valorizzazione per quanti desiderano realizzare manufatti dove sia ridotta al minimo la distanza fra progetto e costruzione. Per il suo funzionamento endogeno e le caratteristiche di complessità dell’attuale mondo delle costruzioni, il Building Information Modeling potrà essere una vera ed efficace risorsa per il nostro Paese se sarà soprattutto un BIM realmente compreso e congruentemente applicato, altrimenti finirà per essere ridotto a una norma fumosa dove al posto della preminenza del fatto costruttivo (edifici migliori per tutti), finiranno per emergere pre-occupazioni normative o d’interesse economico.
 
Innovazione tecnica e tradizione culturale
Il BIM non è un’invenzione recente e tantomeno originale. Il BIM, infatti, diventa vincente quando se ne comprende la lontana provenienza e le radici profonde: non solo tecniche ma anche culturali. Potremmo affermare che il BIM è l’attuarsi nell’era digitale di una visione che da sempre è stata cercata e riformulata nella cultura e pratica delle costruzioni: una metodologia di natura olistica. Chi ha inventato il BIM, infatti, partiva da una delle attitudini più naturali per un ricercatore e per chiunque desideri conoscere empiricamente qualcosa: la curiosità di sperimentare; e in particolare la curiosità di comprendere i benefici che, per il proprio ambito di attività, potevano derivare dal forte incremento di conoscenze che stava avvenendo in un altro ambito di attività, completamente diverso. Ancora, più in particolare, se fosse stato possibile ottenere benefici ben più importanti di quelli che normalmente si stavano ottenendo, a partite da un approccio totalmente nuovo da quello che era ormai divenuto pratica consolidata. Tradotta, rispetto al presente, quella domanda formulata a metà degli anni ’70, diveniva: “Invece che per disegnare, come potremmo utilizzare il computer per il settore AEC?”.
Per chi desiderasse affrontare la lettura di quest’articolo in modo criticistico, vorrei suggerire una riflessione: di che cosa si occupava, allora, l’ambito della ricerca e della professione del settore delle costruzioni in Italia? E’ una riflessione che è necessario fare non certo per esprimere alcun giudizio di merito, ma solo per prendere piena conoscenza (e coscienza) dello stato dei fatti.
Detto in altri termini: a metà degli anni 70 nel mondo dell’Università e della professione, in Italia, quanti nel settore delle costruzioni, erano nelle condizioni, non tanto di porsi la domanda di Eastman, quanto di usare il computer anche solo per disegnare? A chiunque desideri comprendere come mai, oggi, vi sia così tanta difficoltà (e confusione) nell’adottare il BIM nel nostro Paese, mi permetto di suggerire come prima ipotesi, per giungere a una risposta ragionevole, un’attenta riflessione proprio su questa differenza di condizioni. Quello che emerge, oltre le apparenze non è tanto la differenza di una condizione tecnica (o tecnologica) ma la consonanza di una dimensione culturale.
Vi erano eccessi di costume (quella mentalità definita “palazzinara”) ma anche molti sforzi che si producevano in termini di ottimizzazione di costi e benefici, per quanto finissero poi per incanalarsi nello sviluppo delle tecnologie di fabbricazione fuori cantiere. Gi Stati Uniti erano già un paese digitale, l’Italia no. In Italia, quindi, la progettazione integrata rimaneva sulla carta e la sua forma più concreta rimaneva ferma alla prefabbricazione. Negli USA, invece, la progettazione integrata iniziava ad attuarsi grazie ad un fattore di conoscenza esterno al mondo delle costruzioni, il progresso dell’ICT, che permetteva di fare della prefabbricazione una tappa importante, ma sempre più obsoleta, nel progresso delle specifiche conoscenze.
Attenzione è importante chiarire da subito che il BIM non è certo sinonimo di prefabbricazione e tantomeno di progettazione integrata ma, prefabbricazione e progettazione integrata, sono due concetti fondamentali che, in sequenza, possono aiutare chi non conosce il BIM ad avvicinarsi a una sua efficace metabolizzazione.
Quello che interessa evidenziare è come – da sempre – l’uomo abbia voluto costruire qualcosa che fosse sicuro, utile e appagante per gli occhi e come tale esigenza abbia attraversato i secoli per giungere fino a noi, pur nelle note differenze di accezioni culturali nelle varie parti del mondo.
 
 

IL BIM E' ROCK ?
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Un programma con 16+1 interventi di solo 8 minuti ognuno, con il relatore è in piedi da solo su un palco, con un grande video alle spalle con slide, filmati, immagini … e ogni passaggio da una relazione all’altra avrà degli stacchi di musica Rock.

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