Dissesto Idrogeologico ovvero la misera rincorsa ad appropriarsene

Che l’Italia, in tutta la sua estensione, sia paese fragile è risaputo così come, in linea di principio, sono conosciute le cause di eventi calamitosi che si presentano con sempre maggiore frequenza e, se possibile, con forza sempre maggiore.
Quella del dissesto, come ebbe a dire con autorevolezza il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è la vera emergenza del paese. La questione è così rilevante che il Governo Renzi ha sentito la necessità di istituire una specifica “Struttura di missione contro il dissesto Idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche” che inizialmente è stata condotta sapientemente, con grande competenza e determinazione da Erasmo D’Angelis e che recentemente, sotto la direzione di Grassi, ha prodotto le cosiddette linee guida.

A questo proposito mi sia consentito aprire una parentesi.
La necessità di redigere Linee Guida per la progettazione di interventi per la riduzione del rischio idrogeologico nascono dopo aver constatato come una fetta consistente di progetti preliminari sulla base dei quali veniva in passato accordato il finanziamento altro non erano che carta straccia di nessuna efficacia né tanto meno utilità. Milioni di euro impegnati per anni senza che le opere vedessero la luce. Fra i responsabili di questo stato di cose non vi è dubbio ci fossero anche tecnici compiacenti. Per sopperire a questo malvezzo nasce l’idea appunto delle Linee Guida che hanno l’intento che tutti operino, pur con i necessari distinguo relativi alle condizioni specifiche del sito, con la stessa metodologia. Le linee guida sono frutto del lavoro di una Commissione coordinata dal Gianvito Graziano che Erasmo D’Angelis volle a quell’incarico e si deve perciò anche alla sua competenza e pazienza se hanno finalmente visto la luce. Non dirò dei permali e dell’ostracismo di alcune professioni tecniche a questo lavoro, rimane il fatto che le linee guida sembrano rimanere al palo della pubblicazione sul sito di Italia sicura e nulla più.
I dissesti, sia che si intendano come frane s.s. o come fenomeni di erosione di qualsiasi grado non sono altro che la forma accelerata della evoluzione naturale della superficie terrestre in cui, talvolta, l’uomo ci mette del suo costruendo dove non dovrebbe, sovradimensionando il costruito, disconoscendo le leggi naturali che regolano l’evoluzione di quello specifico territorio. In quest’ultimo caso qualche volta si tratta di ignoranza o di imperizia altre volte di avidità perché l’uomo pensa al profitto e se ne frega degli equilibri naturali che regolano un certo territorio. Salvo poi disperarsi a evento calamitoso avvenuto con danni e lutti talora immensi.
Per conoscere cosa rappresenti oggi questo problema per il nostro paese è sufficiente andare a consultare il sito ufficiale dell’ISPRA che ci dà un quadro aggiornato della situazione e ci riferisce anche dell’impegno economico che l’Italia deve sostenere per arginare il problema.
In questa sede però io non voglio trattare nello specifico questa tematica ma sottolineare come, essendo un campo che movimenta una discreta mole di risorse, si assiste ad una rincorsa per affermare la competenza specifica di questa o quella professione. Ed è una rincorsa che, purtroppo, accomuna tutte le professioni tecniche.
Come è noto da sempre sostengo che il territorio, nella sua vera accezione, è multidisciplinare e ciascuna professione deve fare la sua parte.

Ciò premesso però devo contemporaneamente aggiungere che non tutte le professioni tecniche stanno sullo stesso piano nei confronti del territorio e, nello specifico, nei confronti del dissesto idrogeologico.

Lo studio della genesi delle terre emerse e della loro evoluzione in relazione agli agenti modellatori del paesaggio non si improvvisa ma deve essere frutto di studi severi ed approfonditi. Non è un esame universitario di geologia applicata che possa dare il passaporto per occuparsi professionalmente con sapienza, sicurezza e competenza di territorio. E non può essere certo l’appartenenza a qualche associazione più o meno blasonata che possa sopperire a questa carenza che, per certe professioni tecniche, è strutturale.
Deve essere chiaro perciò che, almeno chi scrive, distingue nettamente geologi ed agronomi in tutte le loro sfaccettature, da tutti gli altri tecnici.
Parlare di dissesto idrogeologico (termine che a me personalmente non piace ma che è comunque paradigmatico al riguardo) implica la conoscenza di svariate e complesse materie, geologia in testa, ma anche geologia strutturale, tettonica, sedimentologia, geomorfologia e dinamica geomorfologica, idrologia e idrogeologia, idraulica dei sistemi naturali, dinamica fluviale, pedologia, erosività di terre e rocce, trasporto solido, solo per fare alcuni esempi.

Oggi i sistemi di rilevamento di un’area sono diversi e negli anni hanno fatto progressi impensabili fornendo prodotti finali sempre più sofisticati e aderenti alla realtà.

Ma c’è un aspetto che secondo me è fondamentale e dirimente che si va ad aggiungere a quanto sopra ho sinteticamente elencato: la conoscenza diretta del territorio. Il geologo così come l’agronomo o forestale, hanno nei loro geni la necessità di “camminare” nell’area che studiano. Non sono gite di piacere ma la conoscenza diretta di situazioni che magari il sistema di rilevamento adottato non restituisce nella loro complessità.

Purtroppo oggi, devo dire anche fra i geologi, c’è chi pensa di sostituire questa importantissima attività col lavoro di studio, con l’esame approfondito delle foto aeree o da satellite. Che è lavoro importantissimo e imprescindibile ma non esaustivo per coloro che vogliano bene operare. E allora dobbiamo tornare ad insegnare a camminare, intendo non a caso ma in modo sistematico per coprire statisticamente una certa area, oltre il rilievo geologico classico, per osservare le forme della superficie topografica, l’andamento delle pendenze, i segni del ruscellamento superficiale, l’orientamento della copertura vegetale, i segni dell’erosione, quelli dell’accumulo, gli strappi e le lacerazioni del suolo, le sorgenti o i piccoli, ma mai insignificanti, gemiti fino alle zone più umide del suolo rispetto all’area circostante, i cambi di pendenza, i segni di dissoluzione.

Ritenere di affrontare il dissesto idrogeologico senza queste conoscenze e competenze a me sembra impossibile e, mi si passi l’espressione, mi pare frutto di arroganza intellettuale, quella stessa che tanti disastri ha prodotto, e tuttora produce, in Italia quando si ritiene di conoscere le risposte della natura e, forti di quella convinzione, non si ha l’umiltà di interpretare correttamente i segnali che pure il territorio manda. Fino al disastro.