Rischio idrogeologico: la responsabilità sociale della prevenzione

Sembra intempestivo, se non persino inopportuno, riportare l'attenzione alla fine di ogni estate sul tema del dissesto idrogeologico, vecchia e noiosa pratica dei geologi, che da decenni continuano a sottolineare l'urgenza di azioni efficaci per mitigare i rischi di un territorio reso sempre più drammaticamente vulnerabile dall’eccessiva antropizzazione e dalla mancanza di manutenzione.

Sta per finire settembre e si avvicinano i mesi più a rischio, quelli di ottobre e novembre, quando aumenta in modo esponenziale il rischio che in qualche parte d'Italia si consumi una ennesima alluvione o una ennesima frana, che ci obbligherà ad un'altra drammatica conta dei danni e speriamo soltanto di questi.
Giampilieri e Saponara, per ricordare gli eventi più tragici a me più vicini, avvennero a ottobre e a novembre, ma anche risalendo lo Stivale è in questi mesi che si conta il maggior numero di tragedie che hanno funestato la storia della nostra nazione, dalle ripetute e recenti alluvioni di Genova, sino a quella di Firenze di cui il 4 novembre prossimo ricorre il 50° anniversario, andando ancora indietro sino a quella del Polesine del 1951.

Da un po' di tempo gli italiani hanno compreso che è necessario una volta per tutte superare quella logica dell'emergenza che purtroppo ancora caratterizza il non governo del nostro territorio, per passare alla tanto auspicata politica della prevenzione, una responsabilità erroneamente percepita soltanto in capo alle istituzioni pubbliche.

La prevenzione in ambito idrogeologico comprende una molteplicità di attività e di ruoli e la sua assenza viene ricondotta il più delle volte a qualcosa che gli amministratori locali dovrebbero fare e non hanno ancora fatto o che hanno fatto ma lo hanno fatto male. Il ripetersi dei fenomeni estremi e dei disastri che ne conseguono, aggravati dai cambiamenti climatici in atto, hanno rafforzato la percezione di una inadempienza politica e palesato l'inadeguatezza di tantissime amministrazioni pubbliche rispetto a fenomeni che ormai tutti sappiamo che accadono e che continueranno ad accadere. In genere l'inadempienza riguarda l'avere costruito un'opera infrastrutturale dannosa, come è successo ad Olbia dove è stato modificato radicalmente il regime delle acque che ha poi provocato l'alluvione, oppure il non aver realizzato un'opera che avrebbe potuto far fronte alle condizioni di rischio e che avrebbe potuto mettere in sicurezza cose e persone. Un argine da rialzare, un torrente da pulire, un consolidamento di un versante da eseguire sono solo i più comuni interventi di cui vi è una indiscussa urgenza ed è per questo che la responsabilità di non averli ancora realizzati, a volte neanche progettati, è del Sindaco, piuttosto che del dirigente pubblico, del Presidente di Regione o di chi altri.

Tutto questo non solo è vero, come dimostra il fatto che troppe volte i nostri amministratori sono completamente inadeguati al compito istituzionale, ma è persino preoccupante, a tal punto che troppe volte questi stessi amministratori ritengono che il tema della mitigazione dei rischi naturali, seppure socialmente primario, sia politicamente secondario, presi come sono da una gestione ordinaria dell'amministrazione pubblica fatta da reti idriche che perdono, da rifiuti da smaltire e da aule scolastiche da adeguare.
E' anche vero però, e questo non si è ancora compreso, che l'opera infrastrutturale da sola non basta a colmare l'esposizione al rischio delle cose e delle persone.

L'opera infrastrutturale non mette in totale sicurezza, ma ne accresce la soglia, mitigando le complessive condizioni di rischio.

In un approssimativo approccio numerico si potrebbe dire che, fatto cento il rischio al quale si è esposti, la costruzione di un'opera infrastrutturale di mitigazione interviene a ridurlo di un buon 60%-70%, ma non può eliminare completamente l'esposizione.

Il rimanente, il complemento a cento, è il rischio residuo, per comprendere il quale basti pensare che la costruzione di un argine in una zona di possibile esondazione del fiume non esclude che la piena avvenga nuovamente e che esso possa venire superato da una altezza dell'acqua maggiore di quella, calcolata su base statistica, per la quale lo stesso argine è stato dimensionato.

ll rischio zero insomma non esiste, in nessuna condizione e in nessun contesto, anche fuori da quelli di natura idrogeologica.

Innalzare la soglia della resistenza rispetto all'esposizione ai fenomeni di dissesto, colmare quel complemento rispetto all'efficacia degli interventi infrastrutturali, spetta a noi cittadini, e tra questi noi professionisti, attraverso le nostre azioni e i nostri comportamenti, nell'ordinario come nell'emergenza.

Il modo di rapportarsi alle nostre città e alle nostre campagne, le nostre azioni in quel contesto, incidono sulle loro condizioni di vivibilità, così come in quelle di sicurezza. Siano dunque parte attiva dei sistemi urbani e naturali, che se oggi sono in uno stato di forte sofferenza, lo si deve alle azioni che su di essi abbiamo esercitato per decenni e che, spesso inconsapevolmente, continuiamo ad esercitare.

Se solo guardiamo alle cause di sofferenza ambientale di questi sistemi, antropizzazione invasiva, abusivismo, cementificazione di fiumi e torrenti, presenza di ostruzioni lungo il loro corso, ma anche progettazioni sbagliate o inadeguate, superficialità e incompetenza, ci accorgiamo che sono figlie di azioni di cui non possiamo non ritenerci colpevoli.

Perché mentre si compivano quelle azioni scellerate, talvolta persino configurate entro un sistema di regole, palesemente sbagliate ma regole, per soddisfare gli interessi speculativi di alcuni, noi c'eravamo, non capivamo o probabilmente facevamo finta di non capire. Quando si levavano quelle poche grida di allarme, che venivano lanciate dagli ambientalisti e da quelle solite cassandre dei geologi, ritenevamo che fossero esagerate, non pensando affatto che le conseguenze sarebbero poi state così drammatiche.

Abbiamo dunque un dovere morale nei confronti di noi stessi e della società in cui viviamo per far fronte a queste distrazioni, il dovere di assumere comportamenti corretti, di declinare azioni consapevoli, derivati dalla conoscenza delle cose, ma anche dal riappropriarsi di un senso civico che sembriamo aver dimenticato.

Conoscere i nostri territori e le nostre città significa essere in grado di difendersi, di adattarsi, di essere resilienti, per questo dobbiamo sforzarci di comprendere e pretendere di essere informati. Non possiamo pensare di abbracciare un modello di vita e di sviluppo basato sull'efficientamento energetico, sulla raccolta differenziata dei rifiuti, sull'implementazione del trasporto pubblico e sulla riduzione delle emissioni di CO2 ed immaginarlo disgiunto dal buon governo del territorio, da una buona urbanistica, che preveda non solo che non si possa più costruire dove non si deve, ma che guardi finalmente ai territori come ad entità dinamiche.

E' questo che dobbiamo volere e pretendere, protestando e organizzando manifestazioni e cortei come si fa quando si ventila l'apertura di una nuova discarica nel proprio comune, che viene percepita a ragione come una minaccia alla salute pubblica, come se non lo fossero anche i continui allagamenti, le frane, i treni che deragliano e i viadotti che collassano. E' evidente che il tema della prevenzione idrogeologica sconti ancora un notevole ritardo rispetto a quelli legati all'inquinamento ambientale, una scarsa sensibilità che si traduce in un ritardo della politica, che non sente la pressione dell'opinione pubblica e che, non essendo spesso particolarmente illuminata, non è capace di giocare il ruolo trainante che le compete. Non è un caso che ancora, dopo tanti anni dalla soppressione della prima ed unica legge di difesa del suolo, non si riesce a farne un'altra più moderna ed efficace, che stabilisca una volta per tutte chi deve fare cosa.

C'è anche un dovere etico dei cittadini rispetto all'acquisizione di regole comportamentali nelle fasi dell'emergenza. Ad ogni cosiddetto disastro qualcuno rimane intrappolato nella propria auto nell'attraversamento di un sottopasso allagato, mentre qualcun altro si rifugia tragicamente nella cantina della propria casa durante l'alluvione. Quanti di noi conoscono le semplici regole comportamentali da tener presenti al momento dell'emergenza, che è poi il momento della paura, quando diventa difficile ragionare attanagliati dal panico? Cosa fare, dove andare, a chi rivolgersi durante un'emergenza è materia dei piani di protezione civile, che dovremmo conoscere a menadito per non farci cogliere impreparati. Così come dovremmo sapere se la nostra casa è in zona a rischio idrogeologico, se è sismicamente adeguata, se lo è la scuola dei nostri figli e l'ufficio dove ogni mattina andiamo a lavorare. Quanti di noi queste cose le conosce? Quanti di noi, davanti all'inerzia del proprio comune che di queste cose non ci ha mai informati, ha protestato, ha promosso azioni comuni, ha organizzato cortei, ha utilizzato nella giusta direzione quegli straordinari mezzi di comunicazione che sono i social. Pochi, molto pochi, mentre la moltitudine, nel ritenere che l'informazione spetti alle istituzioni, rimane ad attendere non si sa bene cosa. E' vero, l'informazione spetta alle istituzioni, ma anche alle Università, agli ordini professionali, all'associazionismo, alle scuole, ma è anche vero che esiste l'obbligo civile del tenersi informato. Affinché tutti si concorra alla difesa deve esserci chi difende per compito istituzionale, chi si difende per autoprotezione. Guardiamo alla questione del terrorismo, non c'è dubbio che alle istituzioni spetti il compito di proteggere la popolazione, di vigilare e sorvegliare le città e i luoghi pubblici, ma questo non ci esime dal tenere comportamenti che siano improntati alla prudenza ed alla collaborazione. Se qualcuno ci punta addosso un mitra non dobbiamo aspettare che intervenga la polizia per scappare o per nasconderci. In tutte le difese da qualcuno o da qualcosa tutti siamo chiamati a fare. E' questa una responsabilità sociale che non possiamo continuare a demandare, alla quale tutti dobbiamo concorrere a vario titolo e che ci vede in prima linea. Facciamo la nostra parte ed avremo territori e città migliori e realmente più resilienti.
E non lamentiamoci se qualcuno ci ricorda che sta per arrivare l'inverno e che i nostri territori lo temono particolarmente.