Terremoto e ricostruzione. L'occasione di innovare i metodi e i processi della pianificazione

 Il salvataggio di un'Italia minore fatta di borghi in parte disabitati, con un patrimonio immobiliare di grande valore storico e paesaggistico ma in rapido degrado non si può affidare a politiche fiscali di rinnovo impianti e infissi ma va pensata, programmata e pianificata.

Qualche considerazioni sulle modalità operative della ricostruzione e sul ruolo che il metodo urbanistico ha in quelle condizioni.
 
 
Il terremoto
Da friulano non pensavo di assistere nel 2016 a distruzioni simili a quelle dei poveri paesi delle mie parti che nel 1976 videro quasi 1000 morti, 70.000 sfollati ed un'area danneggiata pari ad un quarto della regione. Il sisma di Amatrice con una magnitudo inferiore a quella del Friuli (6.0 vs 6.4) ma con ipocentro superficiale ha interessato un'area limitata, ha meno di 3000 sfollati ma ha causato ben 300 morti. La contabilità dei numeri di un sisma è arida ma non inutile: il danno grave che il sisma ha prodotto in termini di vite umane è una chiara dichiarazione di sconfitta per un Paese con grandi tradizioni costruttive, grandi capacità tecniche e tradizioni millenarie di costruttori di città.
 
Se questa tradizione delle genti si fosse mantenuta nel tempo, oggi un terremoto non avrebbe provocato morti e discuteremmo solo di danni e di tecniche di ricostruzione. In una situazione ideale di equilibrio antropico e naturale, fra ambiente naturale e costruito, una solida economia locale, una intelligente manutenzione degli abitati, ecc. una scossa di magnitudo 6,0 non avrebbe provocato morti e idealmente, anche pochi danni. La vicina Norcia è lì a testimoniarlo.
 
Quindi la vicenda di Amatrice è emblematica di un'Italia minore in via di abbandono e a rischio crollo, metafora non solo edilizia.
Gli effetti finali di un sisma sono la risultante di un'azione geofisica sull'ambiente naturale esistente, come costruito e modificato dall'uomo nella sua azione economica; questo spiega come ogni terremoto dia risultati diversi e disveli, come una impietosa cartina di tornasole, tutte le debolezze e la povertà del territorio su cui è precipitato. Sono queste diversità che amplificano i danni e purtroppo, i morti.
 
Se a questo quadro sociale e geografico si affianca la carenza di risorse pubbliche per la casa, e la mancanza, unico Stato fra quelli industriali avanzati, di ogni iniziativa assicurativa per coprire i rischi naturali possiamo capire come la gestione pubblica dell'emergenza post evento sia, di fatto, l'unica strada che oggi abbiamo per agire. Ma la via della Protezione civile non può essere accettabile se non preceduta da sagge politiche di prevenzione; e prevenzione comunque vuol dire costruire bene, ristrutturare con intelligenza tecnica e non solo “a norma”, che è necessario ma non sufficiente.
Mi appare un'immagine delle macerie del terremoto che vi prego di fissare nella vostra memoria: un intero piano sopraelevato, intatto con il suo tetto in calcestruzzo che galleggia su un cumulo di sassi tondi, malte degradate e solai in legno da cui affiorano caldaiette gas nuove, infissi moderni, lastre di cappotto isolante e pannelli fotovoltaici.
E' l'immagine-sintesi del prodotto perverso di norme edilizie e finanziarie non coordinate che spingono a rinnovare la propria abitazione senza una visione di insieme, di un progetto per una vera ristrutturazione edilizia.
Alle deroghe per ampliamenti e sopraelevazioni, alle agevolazioni fiscali su rinnovo e ristrutturazioni parziali, cambio infissi, cappotti, nuove caldaie impianti fotovoltaici, ammesse e concesse dai diversi piani casa e dagli interventi di presunto rilancio del settore edilizio dobbiamo rispondere con la richiesta della centralità del progetto e chiedere risorse per favorire una riprogettazione organica degli edifici esistenti e, di più, dei condomini o degli isolati  per un rinnovo razionale del patrimonio esistente.
 
Il salvataggio di un'Italia minore fatta di borghi in parte disabitati, con un patrimonio immobiliare di grande valore storico e paesaggistico ma in rapido degrado non si può affidare a politiche fiscali di rinnovo impianti e infissi ma va pensata, programmata e pianificata. E' l'esatto contrario della politica del “bonus sismico” che, genericamente erogato senza strategie territoriali, favorirà solo singoli edifici in zone a valore immobiliare medio alto.
 
La ricostruzione
Con queste premesse si possono fare alcune considerazioni sulle modalità operative della ricostruzione e sul ruolo che ha il metodo urbanistico in quelle condizioni, con l'obiettivo di cogliere l'occasione di rendere profittevole una condizione unica di forte iniezione di fondi pubblici in un territorio emblematico che rappresenta un esempio di quella bella Italia minore che vorremmo salvare ma che non possiamo fare perché non sappiamo spendere bene le poche risorse che riusciamo a destinare al patrimonio esistente per il quale servono nuovi ruoli, funzioni e modelli per la residenza diffusa.
 
  • ·La ricostruzione va guidata da una scelta programmatoria di natura economica che tracci un percorso di rilancio territoriale. La pianificazione urbanistica consueta non può sostituire questo modello, anzi non deve essere avviata acriticamente come “piano di ricostruzione” dell'edilizia distrutta; il processo urbanistico risulterebbe così vuoto di obiettivi, alibi per mancate decisioni di allocazioni di risorse economiche pubbliche e quindi non credibile nella realtà e rischia di essere visto da tutte le parti come processo lento, vincolante, costoso, rigido.
  • La violenza del terremoto ha colpito un territorio in fase di decadenza come quello dei borghi appenninici dove ha distrutto la connessione fra gli edifici, le persone e l'economia e quindi la ricostruzione deve ricostituire questa unità in forma nuova e darle una visione di futuro. Quindi deve essere rapida nel fissare obiettivi e definire risorse certe, flessibile nei piani, leggera nel progetto come spesso abbiamo saputo fare nel recupero dei centri storici maggiori
  • Complessivamente l'area interessata dal sisma è di dimensioni limitate. La popolazione sfollata è meno di un decimo di quella dei terremoti dell'Aquila o del Friuli. Le circostanze sono adatte ad un intervento urbanistico-edilizio innovativo anche nelle procedure; la tradizionale sequenza dei piani urbanistici e della progettazione edilizia gerarchica e a cascata può essere sostituita da più processi paralleli.
    • Una programmazione economica partecipata e che ben definisca l'apporto del capitale privato (a posteriori l'esperienza del Friuli ha dimostrato che, pur in tempi di vacche grasse, il rapporto fra contributo pubblico e risorse private inserite nella ricostruzione è stato di 1 a 1)
    • Una pianificazione territoriale strategica, estesa all'intera area, di qualità ambientale-paesaggistica ma anche come piano-progetto infrastrutturale e di risanamento idrogeologico;
    • Non un piano regolatore urbanistico tradizionale per i nuclei abitati ma una serie di progetti d'ambito, di comparto, piani particolareggiati di dettaglio edilizio ognuno contenitore di scelte private e risorse pubbliche garantite.
  • L'elemento di successo maggiore nella ricostruzione del Friuli Umbria-Marche, oltre naturalmente alla certezza dei finanziamenti pubblici, è stato il “comparto obbligatorio di ricostruzione”; l'obbligo di un progetto unitario per le parti da ricostruire ma anche per gli isolati danneggiati e la città “pubblica” ha sempre generato circoli virtuosi.
 
 
La macchina della ricostruzione friulana