Vulnerabilità edifici storici: il sonno della prevenzione genera improvvisazione

… e l’improvvisazione genera mostri.
 
Il perdurare, con gravissimi eventi, della crisi sismica in Italia Centrale ha portato molti commentatori ad esprimere, con riferimento al patrimonio culturale, dubbi sulla utilità di investimenti preventivi nella mitigazione del rischio sismico.
In stile molto italico, si rivendica l’eroismo dei vigili del fuoco che recuperano tele dalle macerie, e si considerano i crolli come la dimostrazione che gli sforzi fatti negli anni precedenti non sono serviti a niente, fino a sostenere forbitamente in televisione che “la prevenzione è una balla”.
Approfitto di questa sede specialistica per contrapporre alla icastica assertività dei professionisti della comunicazione un po’ di noiosa pedanteria, rimettendo in fila cose certamente già note.
Mitigare il rischio vuol dire agire o sugli eventi o sulle conseguenze. Nel caso del rischio sismico, pur potendo poco prevedere sui tempi e sull’intensità, si sono fatti progressi in termini di zonazione e di microzonazione, forse anche sulla coscienza di quanto il rischio sia concreto.
Ma mentre possiamo intervenire a monte per controllare le piene dei fiumi, poco possiamo contro i moti tellurici. Allora dobbiamo agire per rendere le strutture dell’ambiente costruito meno vulnerabili. Quindi costruire edifici calcolati per resistere ai sismi previsti in zona (magari con qualche margine), e adeguare/migliorare quanto già esiste, razionalmente utilizzando le risorse per il più ampio risultato.
In questo subentra il tema della preparazione al rischio (“preparedness to risk”), che guida a costruire piani di gestione dell’emergenza, in cui si individuano gli edifici strategici che dopo il sisma devono rimanere perfettamente agibili, mentre per gli altri puntiamo almeno a non avere vittime. Quindi è in funzione della gestione dell’emergenza che si individuano gli stati limite differenziati con cui eseguire le valutazioni.
Poi la gestione del post-sisma richiede tante altre cose, nell’urgenza (e qui il sistema della Protezione Civile italiana vanta buone pratiche e ottimi risultati) e nell’impostazione della ricostruzione (e qui le politiche sono state sempre diverse e gli esiti non sempre appropriati).
Ma il tema centrale della preparazione all’emergenza è la formazione a tutti i livelli, che deve essere una priorità e non oggetto di rimozione mentale, come si è fatto troppo a lungo per gli edifici storici, ubriacandosi di “bellezza”, storytelling e sfruttamento turistico. Così anche sul sisma si sentono parlare i soliti espertoni di attribuzioni e concetti critici prêt-à-penser.
Un edificio storico, supponiamo una chiesa medievale, può, in generale, essere migliorato con presidi passivi che ne impediscano i cinematismi più frequenti. Questo, di solito, basta a impedirne il crollo, quindi è un grande passo nella direzione di tutelare la vita umana (specialmente se si prevengono anche i disseti di elementi secondari), ma serve anche a far sì che il danno sia riparabile senza porre questioni di autenticità: ché dopo il crollo la ricostruzione integrale può essere fatta, ma lascia molti dubbi sulla opportunità, in quanto la copia non potrà mai valere la sostanza storicizzata delle strutture perse. Anzi sarebbe proprio fuorviante affermare, o lasciar credere che è inutile prevenire, tanto dopo si ricostruisce dov’era, com’era, e anche più bello di com’era.
Gli interventi che di solito accettiamo possono conseguire risultati sui quali si è ampiamente convenuto, ma non si pongono l’improbabile obiettivo di rendere un edificio storico invulnerabile, ché il prezzo sarebbe probabilmente una trasformazione preventiva così profonda da essere irragionevole e inaccettabile. Ergo un edificio storico sotto sisma si danneggia, ed è previsto che sia necessaria una riparazione, se possibile tempestiva, perché ovviamente i danni subiti ne avranno aumentato la vulnerabilità.
Si può intervenire rapidamente per puntellare un edificio storico danneggiato, e ripararlo compiutamente in tempi ragionevoli?
La risposta sta tutta nella adozione di una adeguata preparazione al rischio anche per gli edifici storici, con l’obiettivo non solo di avere gli eroi da esibire nel salvataggio delle opere d’arte, ma anche risultati tangibili nella prevenzione di crolli in caso di crisi sismiche prolungate.
Le virulente discussioni seguite ai crolli di Norcia, dove comunque non ci sono state vittime, hanno evidenziato una certa incompetenza diffusa: l’art. 27 del Codice dei beni culturali 42/2004 consente normalmente di eseguire interventi d’urgenza per la messa in sicurezza (non demolizioni preventive, s’intende) anche senza parere della Soprintendenza. Non c’era bisogno di ordinanze speciali. Chiamare un’impresa capace di eseguire tali interventi richiede procedure di evidenza pubblica (e le esperienze delle precedenti crisi suggeriscono di tenere saldo il polso anche in questi casi, ad evitare ruberie anche sui puntelli e sulla rimozione delle macerie), ma basta applicare l’art. 54 del 50/2016 per avere preventivamente un contratto quadro riferito a questi interventi (un po’ come per spalare la neve). Certo una puntellazione, ad esempio, va progettata, anche per non sprecare risorse preziose, e quindi devono essere prontamente disponibili, non sepolti in qualche archivio, rilievi e dati sull’edificio tutelato. Si badi, sono gli stessi dati che servono per fare la normale manutenzione: se si praticasse questa, si sarebbe più preparati al rischio in tutti i sensi. Si badi anche che se ben studiato, anche con accurate simulazioni progettuali, l’accordo quadro non lascia margini tali da non poter essere applicato.
Inoltre, e non è banale, devono essere precedentemente individuate e disponibili le adeguate competenze professionali, in numero sufficiente. Purtroppo le soprintendenze sono state svuotate da una riforma condotta in base a priorità pensate con imperdonabile candore (e sottolineo il garbo di questo eufemismo). Il volontariato può essere una risorsa preziosa, ma non lo si può organizzare da zero tutte le volte, senza organigrammi e formazione continua: la Protezione Civile insegna.
Infine, ma non è irrilevante, andrebbe chiarito, una volta per tutte e senza variazioni regionali, a chi spetta sostenere il costo di interventi d’urgenza e ricostruzioni, tanto per sapere se paga la proprietà, l’assicurazione (magari decidendo in quali casi ci deve essere), lo Stato o la Regione, l’ente locale…
Senza queste poche provvidenze, non resta che l’improvvisazione: attività in cui gli Italiani si vantano di eccellere, in musica come nel restauro, mentre pochi da anni predicano la razionalità della conservazione preventiva e programmata. Se poi nell’improvvisazione si commette qualche errore, ne terremo conto dopo il prossimo terremoto, quando l’urlo e il pianto per le vittime copriranno le osservazioni dei soliti “grilli parlanti”.

Certo il quadro delineato comporta passaggi non semplici, ma non si tratta nemmeno di obiettivi impossibili se esistesse una volontà politica orientata a impattare sui fatti e non sulle opinioni. E su quest’ultimo punto, purtroppo, non trovo eufemismi adeguati.