Storia del laterizio: i laterizi cotti della Cisalpina

04/04/2017 3474

Articolo tratto dal libro STILE LATERIZIO II - I laterizi cotti fra Cisalpina e Roma - Capitolo 1

I mattoni del vasto territorio romanizzato della Cisalpina, al pari di quanto avviene nelle città della Magna Grecia, anticipano di almeno un secolo quelli di Roma e dell’ambito geografico di più specifica influenza assumendo, inoltre, caratteristiche morfologiche e dimensionali del tutto peculiari, sia pur sempre correlate alla dimensione base del sistema di misurazione romano (il piede, il pes).
L’uso del mattone da muratura cotto in fornace si diffonde nella estesa e pianeggiante regione della Cisalpina già nel II sec. a. C. almeno cento anni prima rispetto a Roma e al Lazio, dove pur la tradizione della cottura di argille a fini della produzione di artefatti da costruzione era conosciuta, ma rimasta limitata a tegole ed embrici di copertura o ad elementi impiegati nelle suspensurae dei bagni privati e delle terme.
Se i mattoni prodotti a partire dall’età imperiale nel territorio di Roma saranno contraddistinti da una configurazione morfologica quadrata e da uno spessore ridotto (che non supererà in genere i 4-4,5 cm) è da evidenziare subito come i caratteristici mattoni cotti della Cisalpina assumeranno forma prevalentemente parallelepipeda e spessori sempre maggiori di 5 cm, con valori ricorrenti compresi fra i 6 e gli 8 cm, raggiungendo in casi particolari addirittura i 14 cm.
Il mattone maggiormente prodotto e utilizzato nella Cisalpina romanizzata è il cosiddetto sesquipedale rettangolo; le sue dimensioni corrispondono ad un piede e mezzo per un piede mentre lo spessore è di un quarto di piede; tali misure romane, tradotte nel sistema metrico decimale, corrispondono a cm 29,6x44,4x7,4.
«Ovviamente – come precisa Franco Bergonzoni – nessun mattone risulta perfettamente calibrato rispetto alla misura campione, sia a causa di imperfezioni e ineguaglianze nelle dimensioni delle forme, sia per il diverso ritiro delle varie qualità di argille utilizzate.»
Il formato e il peso dei mattoni sesquipedali suggeriscono ai produttori, frequentemente, di dotarli – su una delle facce maggiori – di un incavo a “mezzaluna” (praticato tramite un deciso colpo di stecca sul pane di argilla ancora fresco) che funziona, appena effettuata la cottura, da comoda impugnatura nelle operazione di fornace e di cantiere.
La produzione laterizia della Cisalpina, di tipo artigianale e locale, risponde sempre – come di norma avviene nell’antico – alle richieste specifiche dei vari programmi costruttivi; non è infrequente, conseguentemente, il rinvenimento di mattoni – oltre che nei formati standard quali sesquipedali o mezzi sesquipedali – anche in dimensioni molto diverse.
Vi sono, poi, laterizi per usi particolari con risalti a tronco di cono per la creazione di pareti areate contro l’umidità: i piccoli mattoni (quadrati, circolari, semicircolari) impiegati nella costruzione di suspensurae per il riscaldamento degli ambienti, i tubuli cavi rettangolari per il convogliamento di aria calda lungo le pareti, i tubuli (fusiformi o cilindrici) per volte da forno, le tessere pavimentali, le terrecotte architettoniche da rivestimento decorativo; su alcune di queste categorie di artefatti fittili torneremo più avanti.
Le ricerche archeologiche della Cisalpina restituiscono un orizzonte cronologico di partenza inerentemente all’impiego dei grandi mattoni cotti che si attesta lungo il II sec. a. C., a cui fa seguito una diffusione ampia (e maggiormente unificata nei formati) nel corso del I sec. a. C.
L’indisponibiltà di pietre e la ricchezza in loco di argille, acqua e legname capace di alimentare la fiamma dei forni spinge, realisticamente, le popolazioni della pianura padana alla evoluzione e al perfezionamento produttivo di mattoni cotti, materiali solidi e duraturi per la costruzione, innanzitutto, di fondazioni e muri basamentali dell’architettura in un contesto geologico particolare qual è quello della pianura padana.
 
 
Un ruolo significativo nel perfezionamento della tecnica di cottura nelle figline e nella stessa diffusione dei mattoni in Cispalpina è assegnato da Maurizio Biordi – nel suo documentato studio “I bolli laterizi romani nell’agro ariminense” – ad Ariminum, l’odierna città di Rimini.
Ariminum, com’è noto, è colonia di diritto latino fondata dai romani nel 268 a. C. con l’insediamento di popolazioni provenienti dalle regioni centro meridionali (Sabini, Umbri, Piceni, Sanniti) tutte esperte della tecnica fittile legata alla coroplastica e alla ceramica. Inoltre Ariminum, tramite i contatti con Arretium (Arezzo) che si svolgono lungo la direttrice del passo di Viamaggio, ha sicuramente modo di recepire la tradizione etrusca legata all’uso del mattone di argilla cruda (il famoso lidio) e, soprattutto, del mattone semicotto (ovvero soggetto ad una cottura debole che investe solo gli strati superficiali) attestata, sia materialmente che nella letteratura antica, già nelle mura urbiche di Arezzo della fine del III sec. a. C.
L’apporto evolutivo della Cisalpina è legato al perfezionamento del processo di cottura in profondità dei grossi pani di argilla in vista di ottenere un elemento da costruzione ancora più solido e duraturo: un mattone a grosso spessore completamente cotto.

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