INGEGNERI, TERRITORIO, AMBIENTE: Oltre la norma, per una rinnovata stagione progettuale

Sfide del momento storico e sviluppo sostenibile
La pianificazione territoriale e l’urbanistica stanno vivendo una stagione di grande crisi per almeno due motivi. Da un lato siamo sempre più consapevoli che la quantità di manufatti costruiti negli ultimi decenni non sarà mai più replicabile in futuro. Da un altro punto di vista siamo sempre più consapevoli della obsolescenza del patrimonio costruito e delle città nel loro insieme, ma non troviamo la leva economica per innescare progetti e processi virtuosi di rigenerazione. Poiché abbiamo la percezione che queste sfide passi una parte significativa del nostro modello di vita per il futuro, viviamo questa situazione con una certa ansia.
Ciò è massimamente vero in Europa, mentre in altri paese del mondo, l’inurbamento rapido implica ancora una crescita urbana consistente, programmata o spontanea, producendo tuttavia spesso aggregati urbani che probabilmente si riveleranno presto (o subito) insostenibili.
 
Coltiviamo ancora l’illusione tecnologica che tutto sarà risolto dall’applicazione della prossima innovazione tecnologica, anche se non ne riusciamo a misurare le conseguenze sociali.
Forse non speriamo nemmeno più che sia possibile una previsione (quindi una pianificazione) del futuro, ma ci limitiamo ad auspicare che si mettano a punto le cose da NON fare. Del resto non si trova facilmente una condivisione sulle invarianti, su quei temi qui ed ora assoluti (ambientali, paesaggistici, economici, sociali), e quindi sulla cornice che controlli e mitighi le disfunzioni degli interventi privati.
Nascondiamo così spesso la mancanza di idee sul futuro con un ripiegamento sulla disquisizione filosofica fine a se stessa e trasformiamo la pianificazione in una mera azione politica, dimenticando ogni approccio formalizzato.
Confondiamo la mancanza di domanda di pianificazione, con la mancanza di idee.
 
Forse un motivo per cui la pianificazione tradizionale (regolativa) è in crisi e la pianificazione strategica non è sostanzialmente decollata, se non in pochi esempi, dipende anche dal fatto che definire un futuro possibile richiede una certa dose di fiducia nella possibilità stessa che un futuro esisterà.
Dunque prevale, in Italia come nel resto d’Europa, l’approccio pragmatico/operativo, il quale trova maggiori riferimenti nelle dinamiche di mercato e nella esigenza di catturare parte del plus-valore delle aree, nelle relazioni pubblico-privato che si concretizzano nella contingenza e cogenza di richieste puntuali.
 
Sono passati trent’anni dal rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Il nostro Futuro Comune, coordinato da Gro Harlem Brundtland) e continuiamo ad usare la definizione senza ricordarcene il significato.
 
Si chiedeva allora (come oggi) alle nazioni di trovare una via alternativa al modello di sviluppo quantitativo, per far sì che i bisogni del presente potessero essere soddisfatti senza compromettere le capacità delle future generazioni di farlo a loro volta nello stesso modo. Ma le future generazioni o sono già ampiamente abituate al presente insostenibile modello di sviluppo (come capita anche a molti leader politici), o sono fuori da ogni dinamica decisionale, quando non addirittura marginalizzati rispetto alle necessarie basi culturali.
 
I limiti cui si riferisce la definizione del rapporto Brundtland non erano e non sono assoluti, ma riferiti al livello di sviluppo tecnologico ed organizzativo del momento e alla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane.
 
 
 
Le proposte del Centro Nazionale di Studi Urbanistici
 
Lavorare sul piano culturale
Non possiamo non continuare ad insistere sulle esigenze della formazione, una formazione integrale, come nella tradizione migliore delle Università italiane.
Come affermato dal Ministro Calenda, la cultura tecnica non può non viaggiare accanto a quella umanistica, che indaga il perché si fanno le cose. Non per inventarsi filosofi, ma per farsi una coscienza personale.
Questa è una delle missioni cui il CeNSU non è mai venuto meno, organizzando un programma continuo di momenti di informazione e formazione, a livello centrale e periferico.
 
Lavorare sul piano del nodo relazionale tra pubblico e privato
Non possiamo non approfondire gli aspetti economici e fiscali delle trasformazioni urbanistiche, ragionando allo stesso tavolo con tutti gli attori urbani: pubblici, privati, sociali non profit, non strutturati, ecc.. Per questo il CeNSU aderisce al gruppo Nazca sulle buone pratiche di rigenerazione, insieme a INU, URBIT, AUDIS, e Assoimmobiliare. Il gruppo si propone di approfondire i temi della governance dei programmi complessi come quelli avviati dal Bando Periferie, ora che le PA sono impegnate a realizzare programmi che comprendono una amplissima e svariata casistica: sia sotto il profilo progettuale – servizi pubblici, reti ed impianti, progetti privati di riuso di immobili ed aree dismesse – sia come soggetti e partnership, come tempi e modalità attuative e di gestione, come strumenti finanziari e rapporti con gli investors. Un secondo tema di interesse riguarda il rapporto pubblico-privato ed il ricorso a procedure concorrenziali nell’attuazione dei progetti strategici. Il recente caso dello Stadio della Roma ha riportato in primo piano la questione della valutazione dei contributo privato alla realizzazione della città pubblica, mettendo in evidenza che le modalità finora utilizzate sono superate e non offrono sufficienti garanzie. Anche sulla base delle indicazioni della UE torna in primo piano la linea della concorrenza/competitività fra gli operatori privati quando si debbano realizzare interventi di grande impatto alla scala urbana. Il problema riguarda aspetti normativi e procedurali al fine di rendere meno aleatorio il ricorso a procedure di gara per progetti alla scala urbana, ma coinvolge anche l’assetto delle varie categorie del real estate; settore dove il quadro nazionale evidenzia un grave ritardo rispetto agli altri paesi della Comunità Europea.
 
 
Lavorare sul piano della delegiferazione
Qui il nostro ruolo di lobbying deve crescere: dobbiamo far cancellare delle norme e proporre semplici interventi normativi per risolvere i nodi che imbrigliano molte delle possibili procedure.
Dobbiamo sgravare gli uffici tecnici di compiti inutili e riportare il controllo sul territorio, contribuendo a ricostruire la fiducia negli operatori e tra cittadini e istituzioni.
Le necessarie modifiche normative riguardano solo pochi aspetti cruciali (ad esempio, la trasferibilità dei diritti volumetrici, la fiscalità, i parametri per incentivare la rigenerazione), mentre non crediamo che politiche virtuose come il contenimento del consumo di suolo possano passare attraverso un (difficile) percorso normativo.
 
 
Lavorare sul piano tecnico
Per accrescere le capacità progettuali. Brani di città devono essere riprogettati per le funzioni che più sono loro idonee. Perché non applicare le soluzioni che hanno provato di essere valide su vasta scala? Mancano i soldi: vi sono molte possibilità non di risparmio, ma di razionalizzazione di spesa, sempre che la politica investa nel medio periodo e che i bilanci delle varie istituzioni possano essere coordinati, nella logica del bene comune del paese, con una sorta di perequazione nazionale.
 
Lavorare sul piano delle competenze dell’ingegnere in materia urbanistica
Non tornerò sul tema dell’ordinamento professionale. La questione della competenza dell’ingegnere in materia urbanistica è positivamente acclarata dall’evidenza che le azioni di pianificazione sono diversificate e dai limiti sempre più incerti, ma richiedono oggi come non mai le competenze tecniche degli ingegneri.
Basti l’idea che la formazione dell’ingegnere è problem solving oriented per dire della sua competenza in campo pianificatorio.
La vecchia supposizione della sua inadeguatezza legata alla scarsa conoscenza degli elementi morfologici urbani è facilmente colmata dalla elevata capacità di maneggiare sistemi complessi.
La pretesa di inadeguatezza legata alla scarsa cultura umanistica si maschera dietro l’idea che debba prevalere la conoscenza del sistema sociale su quello fisico. Nessuna prevalenza, la città è un sistema due volte complesso, perché è in sé un sistema fisico complesso e perché vi agiscono gli esseri umani che non sono perfettamente razionali.
Il Decreto Ministeriale 12 giugno 2012 n. 159, “Rideterminazione dei settori concorsuali” (1), nelle declaratorie dei contenuti dei settori scientifico-disciplinari così si esprime:
Settore scientifico-disciplinare 08/F1 Pianificazione e progettazione urbanistica e territoriale:
“Il settore si interessa dell'attività scientifica e didattico-formativa inerente le teorie, i modelli e i metodi utili alle scelte di piano che si affiancano alle tecniche e agli strumenti per l’analisi, la programmazione, la pianificazione, la progettazione e gestione degli interventi di trasformazione dell’ambiente, del paesaggio (per gli aspetti di pertinenza del settore), dei sistemi urbani e territoriali, delle strutture organizzative e delle morfologie degli insediamenti umani. I contenuti scientifico-disciplinari comprendono l'analisi, la valutazione e il progetto dell’insediamento umano nel suo sviluppo storico, la situazione sociale ed economica, la realtà paesaggistica e il contesto ambientale per quanto riguarda i fattori di rischio naturale ed antropico; le problematiche del governo del territorio e delle valutazioni strategiche attraverso la costante ridefinizione teorica degli apparati concettuali che sono propri del piano urbanistico; i metodi, gli strumenti e le pratiche di pianificazione fisica e di progettazione, recupero, riqualificazione e riordino degli insediamenti alle diverse scale.”
 
Un campo di attività dove rientra a pieno titolo quella dell’ingegnere.
 
Lavorare sul piano del piano delle competenze in campo ambientale
Non possiamo più accettare di non conoscere le conseguenze sull’ecosistema delle azioni umane. Dobbiamo costruire la competenza in campo di bilanci ambientali che raggiunga un livello di diffusione pari o maggiore a quella sui bilanci economico-finanziari.
In questo le università e i nuovi profili professionali possono essere da subito attori importanti per un processo di creazione di nuovi saperi integrati.
 
 
La consistenza e le attività del CeNSU al 31 dicembre 2016
IL CeSNU conta circa 400 soci effettivi a livello nazionali, articolati tra soci singoli (pochi), 6 Centri regionali (Lombardia, Veneto, Fiuli Venezia Giulia, Lazio, Abruzzo, Campania) e 10 Centri Provinciali (Milano, Brescia, Bologna, Modena, Parma, Rimini, Napoli, Cosenza, Potenza, Catania).
Obiettivi principali del Centro rimangono:
a.      attrarre i giovani alla professione urbanistica, anche vigilando sulle tariffe minime e gli sconti, creando occasioni di apprendistato
b.      partecipare a progetti europei
c.      rilanciare i centri a livello regionale e provinciale
d.      contribuire al finanziamento dei master di primo e secondo livello
e.      essere presente nel dibattito spesso superficiale sui temi del territorio e dell’ambiente
 
Nello scorso anno e nei primi mesi del 2017 il Centro ha:
  • aderito al Corso di Aggiornamento Vincenzo Columbo di Milano
  • sponsorizzato una borsa nel Master di Governo del territorio del Consorzio Promos di Napoli
  • aderito al Master “Città e Territorio” dell’Università Politecnica delle Marche
 
organizzato il Convegno sulla Rigenerazione e ricostruzione dei centri storici il 10 marzo 2017 e il Convegno su Pianificare per la rigenerazione il 5 maggio 2017 a Roma.
 
Sono in corso le pubblicazioni su:
-        Atti del Convegno del Cinquantenario (27 novembre 2015)
-        Stato della Pianificazione in Italia: un’analisi qualitativa della performance (ricerca condotta con il contributo del Centro Studi CNI)
-        Atti del Convegno sulla Rigenerazione dei Centri Storici
 
Il CeNSU partecipa inoltre al progetto europeo (A systematic approach for inspiring training energy-spatial- socio economic sustainability to public authorities), finanziato con fondi Horizon 2020 - Call: H2020-EE- 2015-3- MarketUptake.
 


(1) Cfr. Decreto Ministeriale 4 ottobre 2000, Allegato B, Declaratorie descrizione dei contenuti scientifico-disciplinari dei settori di cui all’articolo. 1 del DM 23 dicembre 1999, G.U. n. 249 del 24.10.2000 (supplemento ordinario n. 175) 

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